Grasso non fa paura: riappropriamoci di questa parola
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“Balena”, “Cicciona”, “Palla di lardo”, “Grassone”. Poche parole, ma dall’impatto emotivo devastante, soprattutto per chi è vittima di grassofobia e viene deriso o bullizzato a causa dei chili di troppo. Quando il peso ha cominciato a diventare un metro di giudizio? Quali sono le voci che da sempre combattono per l’accettazione del proprio corpo, indipendentemente dal verdetto della bilancia?
Scopriamolo insieme in questo articolo. E ricordati di riflettere prima di iniziare una dieta... Guarda il video per credere!
Un po’ di storia: dal Medioevo all’epoca contemporanea
C’è stato un tempo in cui “essere grassi” era non solo ok, ma addirittura un vanto. Parliamo del Medioevo, quando la carestia e le malattie erano all’ordine del giorno: in questo scenario le uniche persone capaci di sfuggire alla morsa della fame erano gli aristocratici, che potevano permettersi la dispensa piena e per questo ostentavano una corporatura più generosa, in barba a chi non poteva concedersi il “lusso” di mangiare.
Per non parlare delle donne, da sempre vittime della concezione secondo cui l’ampiezza del bacino fosse direttamente proporzionale alla loro capacità di generare figli, per cui più una donna era grassa, maggiore sarebbe stato il numero della prole concepita. Con l’avvento della Rivoluzione industriale la medaglia si è rovesciata: l’adipe in eccesso divenne simbolo del potere con cui i padroni vessavano gli operai e il popolo. La nascita delle industrie dietetiche, nell’Ottocento, non fece altro che alimentare la stigmatizzazione del grasso, concepito soprattutto come mancanza di volontà e forte pigrizia.
I falsi miti sulla dieta e sul benessere a cui dovresti smettere di credere
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Il culto del "bel corpo"
Le raffigurazioni dell’epoca, infatti, cominciarono a privilegiare il culto estetico del “bel corpo”, sia maschile che femminile, longilineo e scultoreo, ben lontano dal flaccido e molliccio a cui si aspirava secoli prima. I mass-media e la pubblicità, poi, sono stati la ciliegina sulla torta, perché iniziarono a veicolare il messaggio che la bellezza interiore fosse lo specchio di quella esteriore, e che quindi “persona grassa=persona negativa”.
Gli esempi di personaggi di finzione il cui aspetto esteriore (grasso) rifletteva la bruttezza interiore non si contano sulle dita di cento mani. Proviamo a pensare a quelli più famosi, che conoscono tutti, a partire dai bambini: la Regina di cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie, la terribile Ursula della Sirenetta, il remissivo e sottomesso Spugna in Peter Pan, la lamentosa Tristezza in Inside Out: tutti personaggi sì di fantasia, ma facenti parte dei cattivi o di quelli ingenui e bonaccioni che hanno contribuito a instillare l’idea che per essere persone positive bisognasse essere anche magre. Avete mai visto un eroe grasso? (E no, non parlo di Thor in Avengers End-Game, perché anche lì il personaggio del buon Chris Hemsworth è stato deriso e preso in giro).
Perché è importante dire “Sono grass*”
Con il passare del tempo e seguendo l’onda della pubblicità, la cultura dominante ha fatto suo il pensiero che l’aggettivo “grasso” fosse non solo negativo, ma identificasse un’intera categoria di persone. Grasso ha smesso di essere una parola ed è diventato etichetta, una lettera scarlatta con cui bollare chi non rientra nei canoni estetici socialmente accettati, portando con sé delle conseguenze: le persone grasse hanno meno chances di trovare lavoro, spendono molto di più per i trasporti (dovendo acquistare più di un biglietto) e sono vessati dal peso del giudizio di chi incolpa loro stessi della loro condizione. “E’ solo mancanza di forza di volontà nel dimagrire”, “Sono pigri”, “Dovrebbero mangiare più sano”, “Si rovinano la salute” sono solo alcune delle frasi rivolte alle persone grasse.
Chiariamo dunque una cosa: magro non vuol dire sano e grasso non vuol dire malato. La salute è il dito dietro il quale ci si nasconde dopo aver discriminato qualcuno per la sua massa corporea, senza considerare che il paradigma persona magra=persona in salute è del tutto sbagliato e che la dieta si sia rivelata un’iniziativa fallace e per nulla salutare.
Il coro dei movimenti e le associazioni contro il bodyshaming e in particolare il fatshaming si sono fatti sentire a gran voce mostrando come l’aggettivo “grasso” sia stato sostituito da perifrasi di circostanza (morbido, curvy), pur di negare un’evidenza scomoda alla società. Ne è un esempio il progetto “Belle di faccia”, che porta la firma di Chiara Meloni e Mara Mibelli, che ha mostrato come il grasso sia talmente imbarazzante da essere visto come una colpa, anziché come una caratteristica fisica tanto quanto l’essere bionde o more.
Svuotare l’aggettivo “grasso” dal significato velenoso che la società gli ha attaccato addosso è solo un piccolo passo da poter compiere per combattere la discriminazione: accettarsi, volersi bene, autodeterminarsi nella propria diversità sono le mete finali. Perché sovvertire i canoni estetici socialmente accettati costituisce la vera rivoluzione, a partire dal linguaggio, per cambiare l’intenzione d’uso di un banale, semplice e insignificante aggettivo. Sì, sono grass*, e allora? Partitina a briscola?
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