La gioventù interrotta dall'ansia, anche a trent'anni: siamo infelici e non possiamo più mentire
La colpa? Iperconnessione, assenza di spazi e di collettività.
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Quando è stata l'ultima volta che hai sperimentato della gioia? La giovinezza, lì dove fa il paio con speranze future e gioia di esistere, è finita prima, per alcuni non è nemmeno mai iniziata. Le persone giovani sono le più infelici. Perché per anni ci siamo raccontati e raccontate che tutto era possibile solo perché lo era stato per le generazioni precedenti, e oggi lo scontro a muso duro è con un buco nero di isolamento, sogni infranti, catene economiche e sociali strette alle caviglie. Non che potessimo illuderci di essere gioiose, gioiosi, ma uno studio appena uscito ci costringe a prenderne atto: siamo infelici.
siamo infelici e ammetterlo è diventato necessario
A dircelo non è una generica sensazione di disagio generazionale, né l’ennesimo grido d’allarme sulle “nuove generazioni fragili”. Lo afferma con chiarezza una ricerca rigorosa, appena pubblicata dal National Bureau of Economic Research: nel paper, che si chiama, “Youthful Discontent”, i ricercatori Jean Twenge e David G. Blanchflower dimostrano, numeri alla mano, che i giovani adulti sono oggi significativamente meno felici rispetto al passato. Più precisamente: la felicità e la soddisfazione per la vita dei giovani adulti stanno crollando. Lo studio analizza oltre 15 milioni di risposte a sondaggi raccolti tra il 2000 e il 2023 in sei Paesi anglofoni (USA, Regno Unito, Canada, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda) e mostra un’inversione storica nella curva del benessere lungo il ciclo di vita. Tradizionalmente anzi, storicamente, la felicità ha seguito un andamento a “U”: alta in gioventù, in calo nella mezza età, e poi di nuovo in ascesa nella vecchiaia. Cioè gioia, poi crisi, poi di nuovo gioia. Oggi, però, i dati mostrano che il punto più basso si è spostato proprio sulla fascia 18-30 anni.
Una rivoluzione silenziosa, inquietante e sottovalutata in primis da chi quelle età la sta attraversando. Perché chi sulla carta ha tutto davanti a sé si sente, invece, smarrito, smarrita? Perché non ha "tutto davanti a sé": non ha la percezione cosiddetta del potere possibile perché il potere, reale e possibile, è lontano perfino dai sogni. Le cause sono molteplici e interconnesse. Il mercato del lavoro, sempre più precario, volatile e competitivo, rende difficile programmare il futuro. La casa, canonico simbolo della stabilità adulta, è ormai inaccessibile per molte persone perfino parlando di affitti, figuriamoci di acquisti. L’istruzione, a lungo promossa come ascensore sociale, nei Paesi che lo prevedono lascia le persone con debiti e aspettative disilluse, nei Paesi come il nostro è stata sovrastata dalla cultura della sopraffazione, dove gli/le insegnanti hanno paura di educare, di insegnare, perché una nota sul registro equivale a minacce quando non risse con le famiglie.
Smettiamola di concedere ai social il beneficio del dubbio: hanno distrutto spazi e sentimenti
L’instabilità climatica, quella geopolitica e il digitale hanno fatto il resto: le certezze si sono rarefatte, le ansie si sono moltiplicate in ecosistema digitale che ha amplificato il confronto sociale, la pressione a performare, in cui la solitudine mascherata da iperconnessione annienta animi e connessioni reali.
I social media — spiega uno dei ricercatori, Twenge — sembrano avere un impatto negativo in particolare sulle giovani donne, che vedono aumentare ansia, insicurezza e sensazione di inadeguatezza. Ma non si tratta solo di dati psicologici. Questa infelicità ha effetti reali: sul lavoro, sulle relazioni, sulla salute, sulla partecipazione democratica. Una generazione infelice è oltretutto una generazione meno produttiva, meno fiduciosa, meno coinvolta. E siccome la questione di genere si intreccia con qualsiasi altra questione, le ragazza stanno peggio. La discesa della soddisfazione è ancora più marcata.
La felicità non è solo un fatto individuale: è una questione strutturale, sociale, politica. Ed è per questo che non si può ignorare. E ora? Cosa fare con una giovinezza mortificata, privata della spensieratezza, della voglia di fare, della fiducia, sempre più infelice? La prima risposta, semplice e brutale, è: prenderla sul serio. La tristezza cronica e diffusa dei ventenni e dei trentenni non è una fragilità da compatire, ma un sintomo da ascoltare. Servirebbe un nuovo patto generazionale, che smetta di trattare i giovani come eterni “non ancora” e inizi a considerarli pienamente cittadini e cittadine del presente cosicchè magari inizino a farlo anche loro, invece di immaginare che a un certo punto arriverà un "domani" in cui tutto sarà perfetto. Non funziona così: le cose si costruiscono partendo dall'oggi. Ma per costruire occorrono spazi di connessione e collettività, tempo tolto ai selfie e ai balletti sui social. E non ci sarà qualcuno che correrà in aiuto dei giovani: lo devono fare da soli, da sole. Cominciando da un logout.
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