La sentenza Turetta: quando il linguaggio della giustizia fa del male oltre la violenza
La sentenza su Filippo Turetta ha sollevato un acceso dibattito: esclusa l’aggravante della crudeltà per le 75 coltellate a Giulia Cecchettin. Ma cosa dice davvero il diritto penale e cosa significa culturalmente questa decisione? Una riflessione che cerca l'equilibrio.
La sentenza che ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin ha fatto discutere per l’esclusione delle aggravanti della crudeltà e dello stalking. In questo articolo analizziamo il significato giuridico di queste scelte, il contrasto con la percezione pubblica e l’impatto che questa decisione potrà avere nei futuri processi di femminicidio.
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“Non chiamatelo ‘inesperto’: perché il linguaggio giuridico può normalizzare l’orrore
Cosa ha deciso la Corte sul caso Turetta?
La notizia ha colpito con la forza di un pugno nello stomaco: Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin, ma la Corte d’Assise di Venezia ha escluso l’aggravante della crudeltà, nonostante le 75 coltellate inferte alla giovane. Secondo i giudici, non ci sarebbe stata una volontà deliberata di farla soffrire: quei colpi sarebbero il risultato di un’azione “furiosa, caotica e scoordinata”, frutto dell’“inesperienza” dell’imputato, incapace di uccidere in modo “rapido ed efficace”. Una spiegazione che, se sul piano giuridico ha delle basi solide, su quello culturale e comunicativo rischia di essere esplosiva. La decisione, accompagnata da dichiarazioni come “non si ritiene che sia stato un modo per crudelmente infierire”, ha acceso un dibattito infuocato tra diritto, etica e linguaggio.
Perché le 75 coltellate di Filippo Turetta non sono una "crudeltà", secondo il diritto?
La crudeltà, nel diritto penale italiano, non è sinonimo di efferatezza. È un concetto tecnico, previsto dall’art. 61, comma 1, punto 4 del Codice penale, che richiede un quid pluris: un di più di dolore inflitto, non necessario alla morte. Insomma, non basta l’alto numero di coltellate. Serve che l’aggressore abbia compiuto atti distinti, aggiuntivi, con l’intento specifico di aumentare la sofferenza della vittima prima della sua morte.
È questo, secondo i giudici, il nodo che ha portato all’esclusione dell’aggravante: le 75 coltellate sarebbero tutte funzionali all’esecuzione dell’omicidio, anche se disordinate e selvagge. Nessun accanimento gratuito, nessuna volontà dimostrabile – al di là di ogni ragionevole dubbio – di infliggere dolore superfluo. È una lettura giuridicamente legittima, supportata dalla giurisprudenza della Cassazione, ma che apre interrogativi pesanti sulla sua ricezione sociale.
"Colpi dettati dall'inesperienza": il peso delle parole dei giudici
In un processo così mediaticamente esposto, ogni parola pesa come un macigno. La definizione di Turetta come “inesperto nell’uccidere” ha provocato una reazione trasversale. Molti, dalla vicepresidente del Senato Licia Ronzulli alla deputata del M5s Alessandra Maiorino, hanno sottolineato come questa narrazione rischi di attenuare la percezione pubblica della gravità del gesto, e perfino di fornire un alibi involontario alla violenza maschile. D’altronde, le motivazioni della sentenza sono anche uno strumento di comunicazione giuridica e culturale. Non parlano solo agli addetti ai lavori: parlano alla società intera. E quando le parole scelte sembrano più vicine a una perizia balistica che alla comprensione del dolore umano, la distanza si fa insopportabile.
Qual è il rischio per i futuri processi di femminicidio?
Escludere l’aggravante della crudeltà in un caso come questo rischia di diventare un precedente pesante. La lettura “minimalista” di questa aggravante potrebbe offrire appigli difensivi ad altri imputati, in altri processi. Non è questione di giurisprudenza creativa: è questione di responsabilità interpretativa. Senza contare l’effetto a catena sulla fiducia della collettività nella giustizia. In un paese dove i femminicidi sono ancora una piaga quotidiana, ogni segnale di minimizzazione della violenza viene letto come una sconfitta, non solo per le vittime, ma per tutte le donne.
Perché non è stato riconosciuto lo stalking? La mancanza in Giulia di un'evidente "grave stato d'ansia" e il timore per la propria sicurezza
Altro punto delicatissimo: la Corte ha escluso anche l’aggravante dello stalking, sostenendo che i segnali di malessere di Giulia – come una crisi d’ansia avvenuta a marzo 2023 – non dimostrerebbero un “grave e perdurante stato d’ansia”, condizione necessaria secondo la norma.
Qui il diritto si scontra con la realtà emotiva. Perché spesso la sofferenza delle vittime resta invisibile anche agli occhi di amici e familiari, figuriamoci se arriva nitida nelle aule dei tribunali. Eppure quella relazione, secondo molti elementi emersi nel processo, era segnata da dinamiche tipiche della violenza psicologica e possessiva. Non riconoscerlo significa, di fatto, ignorare il contesto relazionale in cui il femminicidio è maturato.
Sara Campanella e Ilaria Sula
Negli ultimi giorni, l'Italia è stata scossa da due tragici femminicidi che hanno riacceso il dibattito sulla violenza di genere e sulle misure di prevenzione. Il 31 marzo 2025, a Messina, la 22enne Sara Campanella è stata brutalmente assassinata in pieno giorno da Stefano Argentino, un collega universitario che la perseguitava da due anni. Argentino, reo confesso, aveva precedentemente molestato Sara in modo persistente, ma la giovane non aveva mai sporto denuncia. Pochi giorni dopo, il corpo di Ilaria Sula, anch'essa 22enne e studentessa alla Sapienza di Roma, è stato ritrovato in una valigia in una zona boschiva vicino alla capitale. Il suo ex fidanzato, Mark Antony Samson, ha confessato l'omicidio, avvenuto nell'abitazione che condivideva con i genitori. Negli ultimi giorni si è discusso anche della possibilità che Mark venga sottoposto a una perizia psichiatrica. I suoi legali stanno valutando se presentare richiesta, con l’obiettivo di accertare se il giovane fosse capace di intendere e volere al momento del delitto. La frequenza con cui si verificano questi crimini evidenzia l'urgenza di interventi sia sul piano legislativo che culturale, per non minimizzare la sofferenza, spesso invisibile, delle donne e non patologizzare il femminicidio, lettura che rischia di distorcere la natura stessa del crimine, privandolo della sua dimensione sistemica e sociale.
Quanto conta il linguaggio usato nelle sentenze?
Una sentenza è un atto tecnico, ma anche un documento culturale. Dire che Turetta ha colpito “alla cieca” perché “inesperto”, che non ha inflitto “dolore gratuito” ma solo colpi inefficaci, non è neutro. È una scelta narrativa. E ogni narrativa porta con sé un effetto, una risonanza sociale. Le parole dei giudici – per quanto corrette sul piano tecnico – possono contribuire a normalizzare il disumano, a spegnere l’indignazione, a ridurre l’impatto morale dell’atto. In questo senso, le sentenze non sono mai solo sentenze. Sono anche un messaggio – che vogliamo o no – su cosa sia giusto e su cosa non lo sia.
Questo caso dimostra quanto sia urgente una riflessione sul linguaggio del diritto penale, sulle sue categorie e sulla loro capacità – o incapacità – di raccontare la complessità del femminicidio. È il momento di chiedersi se il concetto di “crudeltà”, così come definito nel nostro ordinamento, sia davvero adeguato a fotografare la violenza di genere.
E se non lo è, tocca alla politica il compito di intervenire, aggiornando le norme. Ma nel frattempo, tocca a giudici e magistrati – con la consapevolezza del loro ruolo sociale – scegliere con attenzione ogni parola. Perché la giustizia, quando parla, non lo fa mai solo per gli avvocati: parla per tutti noi.