Sanremo, polemica sulla rappresentazione della disabilità: tra pietismo e stereotipi
Ieri sera a Sanremo si è esibito il coro ANFFAS, e si è aperto un dibattito acceso dove molti denunciano un racconto della disabilità troppo abilista, centrato su pietismo ed emozionalità. Al centro la richiesta di competenza, dignità e narrazioni inclusive, e non stereotipate.
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Nella serata di ieri a Sanremo si è esibito un gruppo di persone con disabilità, che tra le altre cose sono state introdotte come “speciali” anziché riconosciute semplicemente come artisti. Attiviste, attivisti e persone con disabilità hanno criticato una narrazione giudicata sin troppo abilista, spesso basata su pietismo, spettacolarizzazione della fragilità e riduzione della persona a “ispirazione”. Una rappresentazione che, pur definita inclusiva, rischia invece di rafforzare stereotipi e distanze.
La seconda serata di Sanremo e l’esibizione del coro ANFFAS
Durante la seconda serata del Festival di Sanremo si è esibito un gruppo di persone con e senza disabilità appartenenti alla sezione ligure di ANFFAS. Il coro, formato da circa cinquanta partecipanti, ha portato sul palco una reinterpretazione di Si può dare di più, brano storico della kermesse musicale.
L’appellativo “speciali” e il rischio del pietismo
La presentazione dell’esibizione da parte di Carlo Conti ha suscitato molte discussioni, perché definire gli artisti come “persone speciali” ha spostato l’attenzione dal valore musicale alla natura “eccezionale” del semplice fatto di essere sul palco. Un approccio che rievoca narrazioni pietistiche e assistenzialiste, lontane dall’idea di considerare la disabilità come una delle tante possibili condizioni umane e non come un tratto identitario che sovrasta tutto il resto.
Dinamiche sceniche che riducono il ruolo artistico
Durante l’esibizione è stato chiesto a un ragazzo di imitare personaggi famosi, trasformando il momento in una sorta di numero di intrattenimento più che in un’espressione artistica. Un tipo di impostazione che rischia di spostare l’attenzione dalla performance alla spettacolarizzazione della persona, che finisce per apparire come un elemento scenico, anziché come protagonista dell’atto creativo.
“Io sono come te”: quando lo slogan non aiuta l
La maglietta indossata dai componenti del coro, con la scritta “Io sono come te”, è diventata simbolo di una rappresentazione della disabilità che rischia di semplificare eccessivamente la complessità delle esperienze individuali. Un messaggio apparentemente inclusivo può infatti trasformarsi in un'etichetta rassicurante per chi guarda, ma poco utile per chi vive ogni giorno barriere, discriminazioni e condizioni di partenza diverse.
Pensare che la vera inclusione passi dal dichiarare “siamo tutti uguali” significa ignorare differenze reali e concrete, che invece andrebbero riconosciute e valorizzate. L’inclusione autentica non elimina la diversità: la accoglie, ma soprattutto la sostiene e la mette nelle condizioni di esprimere competenze, autonomia e professionalità.
Ridurre questa complessità a uno slogan, quindi, rischia di mantenere le persone con disabilità all’interno della categoria delle “persone speciali”, un’etichetta che può rassicurare chi osserva, ma non contribuisce a rafforzare i diritti e le opportunità di chi dovrebbe esserne protagonista.
Il problema della “parentesi edificante” in prima serata
Quello che è accaduto ieri ci porta a pensare che spesso la disabilità entra spesso in prima serata solo quando può essere trasformata in un momento edificante, commovente o rassicurante per il pubblico. La partecipazione viene così letta come testimonianza di “felicità” o emozione, più che come espressione di competenze, autonomia e talento. Questa impostazione, quindi, finisce per oscurare la dignità professionale e personale delle persone coinvolte, e riduce la rappresentazione a una parentesi emotiva invece che a un riconoscimento autentico del loro ruolo artistico.
A Sanremo un problema culturale più ampio
Quanto accaduto ieri sera sul palco dell’Ariston riflette un approccio diffuso in Italia: una cultura che tende ad associare la persona alla propria disabilità, spesso privilegiando logiche assistenzialiste centralizzate. Questo modello, però, finisce per limitare la piena autodeterminazione, riducendo la persona a una categoria da “gestire” e non a un individuo con talenti, competenze e desideri propri. Le persone con disabilità dovrebbero poter salire sul palco di Sanremo come tutti gli altri artisti, senza etichette o simbolismi che riducano la loro performance a un gesto consolatorio.
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