Sangiovanni elogia la psicoterapia: “Ho imparato che posso chiedere aiuto”
Condividi su
Sangiovanni è un idolo per le nuove generazioni che, più di quanto abbiano saputo fare Gen X e millennial messi insieme, hanno saputo aprirsi a mentalità sempre più inclusive, figlie del desiderio di abbattare gli stereotipi della nostra società patriarcale. Ciò non vale solo per le donne, ovviamente: la mascolinità tossica è un mindset che va rimosso, e il monologo sulla psicoterapia di Sangiovanni si inserisce proprio in questa ottica.
Scopriamo insieme le parole dell'artista e perché la psicoterapia sembra una realtà che agli uomini viene preclusa (o che sono loro stessi a precludersi).
Sangiovanni: il monologo alle Iene a favore della psicoterapia
Il cantante vicentino Sangiovanni si è confermato un’icona per la Gen Z e non solo l’altra sera quando, durante il programma televisivo “Le Iene”, ha dimostrato una maturità che supera le aspettative anagrafiche, parlando del suo percorso di psicoterapia e di come chiedere aiuto non solo sia possibile, ma sia anche segno di forza. Il giovane artista racconta di come sia stata la musica la sua prima terapia, e che quando la passione per questa arte gli ha portato un successo inaspettato, incontrollato e difficile da reggere, ha dovuto cercare altrove qualcuno che gli tendesse la mano.
“Sono andato in terapia, ho pagato qualcuno per ascoltarmi. Qualcuno a cui puoi dire tutto senza il rischio di ferirlo, che non ti giudica. Che sta lì per aiutarti a stare bene. Raccontarsi non è facile, può essere doloroso. Ma la terapia è come la palestra: devi farla spesso e sentire la fatica. Sono sceso sul mio fondo e ho accettato la sofferenza che mi ci ha portato”.
L’incoraggiamento di Sangiovanni alla psicoterapia contro la mascolinità tossica
Sangiovanni è consapevole della potenza del suo discorso; anche se gli argomenti riguardanti la salute mentale e i suoi percorsi di cura, negli ultimi anni, stanno diventando sempre più accettabili, il problema è che questo tema non viene quasi mai trattato da un punto di vista maschile. Che a parlarne in prima serata sia un uomo, quindi, fa effetto. L’artista ribadisce che non c’è motivo di vergognarsi della psicoterapia, “perché ho capito che in ogni forma di dolore c’è una forma di dignità. A volte mi sento forte, molte più volte non mi sento in grado. Ma quando succede, ho imparato che posso chiedere aiuto. Chiedere aiuto non è una debolezza, è una forza: fatelo per tornare a volare”.
Un ragionamento che spaventa molti uomini che ancora oggi faticano a lasciare la presa su abitudini emotive e atteggiamenti, frutto della mascolinità tossica.
Leggi anche:
- A scuola in gonna: l'iniziativa di un gruppo di studenti contro la mascolinità tossica
- "È tutto femmina": la risposta esemplare di Michele Bravi a Vittorio Sgarbi
- Le critiche a Fedez sono un chiaro sintomo di mascolinità tossica
Sangiovanni e gli altri modi in cui ha sconfitto la mascolinità tossica
Non è la prima volta che il giovanissimo Sangiovanni si batte, più o meno consapevolmente, per la sconfitta della mascolinità tossica. Si veste di rosa (il che non dovrebbe destare scalpore, ma ancora lo fa) e condanna apertamente l’omofobia: parla di fragilità e virilità senza che la prima venga interdetta dal suo essere uomo o che la seconda venga invalidata dal suo smalto nero.
Il suo semplice essere sé stesso è già una delicata lotta contro la paura della debolezza e a favore della distruzione della rigidità del modello unico di uomo tradizionale, conforme alle linee guida del patriarcato. Non è l’unico dei nostri tempi: il cantante Harry Styles e l’attore Timothée Chalamet tra gli altri gli hanno spianato la strada.
Men in pink: queste star ci dimostrano che il rosa non è un colore da donne!
La scorsa settimana uno dei principali sindacati della Polizia di Stato, il Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), si è lamentato del colore delle mascherine FFP2 rilasciate agli agenti in molte stazioni di polizia del nostro paese. Nella loro lettera di protesta, hanno affermato che il colore rosa dei dispositivi di protezione era “inopportuno” ed “eccentrico” per gli agenti di polizia e che avrebbe potuto compromettere l’immagine dell’istituzione.
il disappunto della polizia sembra nascere dallo stereotipo del colore rosa attribuito dalla società alla donna, dovendo quindi, per forza, rendere un colore sinonimo di un genere. Se il rosa è un colore femminile significa automaticamente che ad esso vengono associati tutti gli stereotipi di genere collegati al "sesso debole", come la fragilità e la delicatezza assolutamente distanti dalla virilità che i poliziotti vogliono giornalmente evidenziare come specchio della loro professione.
Insomma, questo bisogno così palese di non essere associati agli aggettivi o connotati tipicamente femminili e ad un colore che socialmente li rispecchia, sembra essere solamente un altro esempio di mascolinità tossica che, ancora una volta, vede come protagonisti degli uomini spaventati. Spaventati da un innocua mascherina.
Moltissimi sono gli uomini del mondo dello spettacolo ad indossare questo bellissimo colore che, oltre a donargli uno stile unico ed elegante, non è da sempre sinonimo di femminilità ma anzi: storicamente era un colore attribuito agli uomini, grazie alla sua vicinanza con il rosso del sangue e delle battaglie, lo stesso delle camicie e delle divise. Alle donne, al contrario, era assegnato il celeste virginale del velo della Madonna.
Nel 1927 il Time realizzò un sondaggio fra tutti i grandi magazzini e i maggiori negozi di vestiti negli Stati Uniti per sapere quali colori associassero ai vestiti per ragazze. I risultati mostrarono che il blu e il rosa erano ancora del tutto interscambiabili, con una lieve preferenza del rosa per i maschi e del blu per le femmine.
Stiamo vivendo in un’epoca di grandi cambiamenti dal punto di vista sociale, sessuale e culturale, che stanno ridefinendo modelli, confini e qualità legate al genere. Il significato dei colori non è innato ma è frutto di un processo culturale, arbitrario e influenzato dal contesto sociale ed è giunto il momento di liberarsi da queste arcaiche convenzioni.
Sfogliate la gallery per vedere le star vestite con abiti rosa senza assolutamente che esso comporti una connotazione di genere.
Guarda anche:
25 nail-art di capodanno: la manicure perfetta per dire addio al 2021
Nail-art natalizie: perché anche le unghie vogliono la propria parte
Velluto mania: tutti i modi per indossare e abbinare il tessuto di tendenza dell'inverno 2022
Uomini e psicoterapia: è ancora un tabù?
Ma la psicoterapia è davvero un tabù per gli uomini?
Alcune ricerche hanno dimostrato come chi cerca aiuto nella psicoterapia sia prevalentemente donna e che le diagnosi di disturbi mentali colpiscano più le donne degli uomini: è perché madri, sorelle e figlie ne hanno più bisogno, o perché agli uomini viene insegnato che "chi si piange addosso è una femminuccia"? Secondo questa ricerca della Mental Health Foundation, infatti, la percentuale di uomini che si rivolgono a uno psicologo è nettamente inferiore rispetto a quella relativa alle donne. Tuttavia, i dati di questo altro studio riportano, tra gli altri, delle statistiche sconcertanti relative ai suicidi (oltre tre quarti sono di uomini) e al rischio di dipendenza da alcool. Dove sta la verità? In questo caso, forse, non nel mezzo.
Parlare di psicoterapia ed emotività è necessario
Questi dati sono solo alcuni dei motivi per cui è bene che Sangiovanni abbia trattato quest’argomento nel suo monologo, ma non basta: è necessario che tutti, famosi e non, si battano per rendere libero e accessibile a chiunque, a prescindere dal genere, il discorso sulla psicoterapia e i suoi possibili percorsi. È una lotta femminista anche questa: per conquistare la parità di genere, è necessario concedere agli uomini il diritto di essere vulnerabili, e di cercare aiuto quando ne sentono il bisogno.
Leggi anche:
Condividi su