Il ritorno in grande stile del bar di quartiere ci racconta che alle persone piace sentirsi a casa
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Il ritorno del bar di quartiere come spazio di socialità bastevolissima, si inserisce in un momento in cui le vite di tutti noi si stanno adeguando a nuove esigenze soprattutto emotive.
Per esempio sappiamo che nel tempo, per molti motivi, è venuto meno quello che il sociologo Ray Oldenburg chiamava third place, il terzo luogo: non la casa, non l’ufficio, ma quello spazio intermedio dove si va senza un vero motivo produttivo, dove si resta abbastanza a lungo da diventare familiari e dove le relazioni non devono nascere da un’agenda e men che mai da una prenotazione.
Il bar di quartiere è esattamente questo: un luogo a bassa intensità dove chi lo gestisce sa come ci chiamiamo e proprio per questo prezioso. Non bisogna organizzare una socialità ma arrivarci e incontrare qualcuno, scambiare due frasi e sentire una forma minima di appartenenza che funziona.
Niente locali chic, ristoranti pensati per essere fotografati, coworking pieni di persone sole davanti a un laptop: il ritorno delle persone ai tavolini del bar di quartiere nasce dal bisogno di ricostruire un terzo luogo dopo anni in cui la vita si è polarizzata tra isolamento domestico e performance pubblica.
al bar di quartiere si ritorna perché sanno come ti chiami
Le persone stanno dando sostanza al desiderio di avere un posto dove tornare senza dover performare: essere interessanti e brillanti ha dei costi che la gente non vuole più pagare quasi nemmeno sul lavoro, figuriamoci nella vita privata. Secondo Business Insider, dopo anni passati a inseguire prenotazioni introvabili, locali "da provare assolutamente" per fotografare piatti andati virali su TikTok molti giovani adulti (statunitensi) stanno cercando un posto vicino casa che somigli al Central Perk di Friends, cioè un luogo dove non devi performare nulla e dove ti conoscono. Una persona su X ha definito questa abitudine regularmaxxing (ormai tutto è maxxing) raccontando di andare ogni giorno nello stesso caffè e veder cambiare il proprio rapporto con quel luogo: da cliente anonimo a presenza riconoscibile dentro una piccola comunità.
Il termine regularmaxxing è orrendo ma il termine comunità è strepitoso soprattutto quando esce dalla bocca di una generazione cresciuta tra piattaforme, isolamento post-pandemico, lavoro ibrido e socialità organizzata dalle app.
Il bar di quartiere è la sensazione di "casa"
Il bar con il bancone un po’ consumato, le luci sbagliate, il tavolino che traballa, il titolare che non ha idea di cosa sia una content strategy. In Europa, e soprattutto in Italia, questa cosa la conosciamo da sempre, è il luogo in cui si leggono i giornali lasciati da altri avventori, si saluta chi passa, si parla con tutti.
In pratica è un'estensione della casa con il fascino della comunità, con qualcuno che ti prepara il caffè o ti versa del vino e non ti giudica per il disordine mentale con cui ci arrivi. È un luogo pubblico con una temperatura domestica: ci entri senza dover costruire una versione presentabile di te, senza studiare l’outfit, il menu, la luce migliore per la foto, la battuta giusta da mettere in circolo.
Dopo anni di locali alla moda che ci hanno sfiancati e sfiancate, il bar sotto casa offre la possibilità di non performare anzi si può anche stare in silenzio. Ed è proprio questa familiarità a renderlo più desiderabile di molti posti curatissimi e instagrammabili ma faticosi: ci permette di abbassare la guardia.
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