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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Prima il femminicidio, poi il gesto estremo in carcere: chi esulta per la morte di Stefano non è dalla parte della giustizia

Il carcere di San Vittore
Il carcere di San Vittore  (getty)
Oppresso dal peso delle sue stesse azioni, dicono.
Ma quel che è certo è solo che Stefano Argentino, 27 anni, ha posto fine alla sua vita mentre si trovava dentro al carcere Gazzi di Messina. 
di Eugenia Nicolosi

C’è una doppia sconfitta politica e culturale che oggi ci chiama a rispondere. La morte di Sara Campanella, come tutte le vittime di femminicidio, è un dolore nel quale si intrecciano impotenza e rabbia contro un sistema che non cura e non previene ma punisce e basta, dopo che una vita è già stata spezzata.

D'altro canto la morte in carcere del suo assassino non è una vittoria per nessuno. È, semmai, la cartina al tornasole di quello stesso sistema incapace di prevenire, educare, proteggere. Chi esulta per il suicidio del ventisettenne Stefano Argentino partecipa, si spera senza accorgersene, allo stesso linguaggio brutale che ha condotto alla prima violenza.

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non esistono fotografie dell'interno delle carceri: come società dovremmo chiederci perché

Non è raro che chi commetta femminicidio tenti poi di togliersi la vita. Accade anche perché uccidendo la propria vittima si pensa di chiudere un cerchio o perché si crede di evitare di accollarsi la responsabilità e la colpa. Ma Stefano Argentino, 27 anni, si è tolto la vita dentro il carcere di Gazzi, a Messina, dopo aver confessato. Aveva ucciso Sara Campanella, a cui faceva stalking da circa un anno, la scorsa primavera. La morte in cella del ragazzo è la seconda tragedia, la seconda perdita, la seconda sconfitta per una società che si ritiene civile. Argentino si è impiccato nei bagni del penitenziario. E già questo dovrebbe darci la misura della sconfitta: un posto creato per educare finisce per essere lo spazio dell'abbandono. Spazi di cui non esistono praticamente delle fotografie: le pochissime immagini che si trovano online sono il risultato di (pochissimi) reportage concordati, ovvio, con la polizia penitenziaria. E dal momento che sarebbero luoghi pubblici, già questo basterebbe a farci saltare la mosca al naso.

Nel rapporto dell'associazione Antigone questo abbandono è tradotto in numeri, tra sovraffollamento record e un aumento degli eventi critici come suicidi e decessi. Solo nel 2024, 91 detenuti si sono tolti la vita dietro le sbarre. Un suicidio ogni quattro giorni. Il rischio di morire di disperazione in prigione è venticinque volte più alto che fuori. E intanto gli istituti esplodono: 62.400 persone in celle che ne dovrebbero contenere poco più di 51mila. Ci sono carceri con un tasso di affollamento che sfiora il 230 per cento. Ogni educatore ha in carico più di 60 detenuti/e.

Molte celle non rispettano il minimo di 3 metri quadrati a persona e le convivenze forzate avvengono in spazi che sono anche fatiscenti al punto da risultare invivibili a causa dell'incuria e dell'igiene inesistente. E il numero record di suicidi negli anni (35 nei primi cinque mesi del 2025) si somma a frequenti episodi di autolesionismo, stupri e aggressioni. 

Non sappiamo perché Stefano Argentino si è tolto la vita

Ma ci piace pensare che lo abbia fatto perché "schiacciato" dal peso delle proprie azioni, insomma perché pentito, talmente oppresso da non riuscire ad affrontare la prima udienza del processo per il femminicidio di Sara Campanella. prevista in autunno. Ma la verità è che non lo sappiamo. Stefano Argentino dava segni di depressione e di instabilità sin dai primi giorni di detenzione, motivo per cui era stato messo sotto sorveglianza. 

Quindici giorni fa quella sorveglianza è stata revocata. La salute mentale in Italia è un lusso, negli istituti di pena è un miraggio: ancora Antigone registra la carenza di cura, raccontando di pazienti psichiatrici lasciati alle "cure" e alla gestione degli altri detenuti. Secondo i dati circa il 12 per cento delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave e anche se il 20 per cento della popolazione detenuta fa uso regolare di psicofarmaci, avviene spesso perché tali farmaci sono forme di "sedazione" e non per scopi terapeutici.

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Il carcere non è un buco in cui far sparire il male come fosse una discarica. È - dovrebbe essere - il luogo in cui una società si confronta con le sue ferite più profonde. Non ci siamo riusciti. E a dimostrarlo non è solo questa morte. Sono i numeri che parlano di una realtà che non regge più.

Argentino ha ucciso. Questo è certo. Ha ucciso perché lo stesso sistema che non si cura di lui, gli ha insegnato la cultura del possesso e della sopraffazione dei corpi femminili che legittima chi non riesce a esercitare quel possesso e quella sopraffazione, a uccidere. Ma poi quello stesso sistema punisce, non assolve, non rieduca, non si scusa, non si prende le proprie responsabilità. Per questo la morte di un femminicida, chiunque sia, non è "giustizia" ma solo l’altra faccia della stessa violenza: quella che abbandona, che non previene, che crea aberrazioni (e le alimenta) e poi si gira dall’altra parte.

E noi cittadine, cittadini, non registriamo il fallimento di questo Stato narcisista che non pensa ai suoi figli e figlie ma li manipola, le manipola. Anzi, lasciamo che la solitudine a cui siamo abituati e abituate diventi talmente insopportabile da preferire la morte. Chi oggi esulta per il suicidio di un qualsiasi femminicida, perfino reo confesso come Stefano, non è dalla parte della giustizia. È dentro lo stesso circuito della violenza. Perché gioire della morte di un uomo significa rimuovere ogni possibilità di riscatto, ogni idea di umanità e redenzione. Come se il dolore potesse davvero essere bilanciato da un altro dolore. Come fa lo Stato, insomma. 

Che due morti possano pareggiare un conto è l'illusione definitva di chi ha perso ogni speranza, di chi non ha rispetto per la vita. E così abbiamo perso tutti e tutte. Soprattutto perde lo Stato, che dimostra ancora una volta di non sapere riparare ai propri errori e di lasciarci sole, soli, a gestire la violenza. Che ci illude che basti la galera per risolvere la violenza di genere, quando va disinnescata a monte spezzando il circolo che la riproduce, generazione dopo generazione.