La manovra taglia il Fondo povertà: cosa cambia per l’Assegno di inclusione, i servizi sociali e i LEPS nel 2026
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Nel 2026 i Comuni perderanno 267 milioni di euro destinati alla “quota servizi” dell’Assegno di inclusione. È una riduzione del 65% rispetto ai 417 milioni previsti dal Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024–2026. In pratica, due terzi delle risorse pensate per sostenere i percorsi di inclusione sociale verranno meno, con conseguenze pesanti per le persone in difficoltà.
Che cosa taglia la manovra e come cambia l'Assegno di Inclusione
La bozza della nuova Legge di bilancio prevede per il 2026 un taglio di 267 milioni di euro al Fondo povertà. Nel 2027 i tagli aumenterebbero a 347 milioni, fino a raggiungere complessivamente 1,65 miliardi di euro nel periodo 2026-2035.
Queste non sono risorse marginali: servono a finanziare i servizi sociali che Comuni e Ambiti Territoriali offrono ai beneficiari dell’Assegno di inclusione. Senza questi fondi diventa difficile garantire la valutazione dei bisogni delle famiglie, i progetti personalizzati, i tirocini di inclusione, l’assistenza domiciliare, il sostegno educativo, la genitorialità, il pronto intervento sociale e i progetti utili alla collettività.
LEPS: diritti essenziali, non optional di bilancio
Nel Piano nazionale e nelle linee guida del governo, i servizi che accompagnano l’Assegno di inclusione sono definiti LEPS – Livelli essenziali delle prestazioni sociali. Significa che non sono un’opzione di bilancio, ma diritti fondamentali da garantire a tutti i cittadini per assicurare pari opportunità e ridurre le disuguaglianze.
Tra i LEPS rientrano la valutazione multidimensionale, il progetto personalizzato e gli interventi previsti dal Patto di inclusione sociale. Tagliare due terzi delle risorse equivale a svuotare di contenuto questi diritti. Anche l’obiettivo di un assistente sociale ogni 5.000 abitanti diventa sempre più lontano.
Più soldi sul bonifico, meno sul percorso: il paradosso dell’Adi
La manovra sposta le risorse aumentando l’importo economico dell’Assegno di inclusione, ma riducendo gli investimenti nei servizi di accompagnamento e inclusione lavorativa. È l’opposto della promessa politica: superare l’assistenzialismo e mettere al centro i percorsi personalizzati.
Senza formazione, sostegno familiare, orientamento e interventi educativi, l’Assegno rischia di ridursi a un semplice bonifico mensile. Così si perde l’obiettivo più importante: aiutare le persone a uscire davvero dalla povertà.
Cosa succede a Comuni e Ambiti: organici, equipe e sistemi informativi
Per i Comuni e gli Ambiti Territoriali, la riduzione della “quota servizi” rappresenta un colpo durissimo. Queste risorse servono per assumere o stabilizzare assistenti sociali, educatori e psicologi, creare equipe multidisciplinari e mantenere i sistemi informativi che permettono di gestire i casi e comunicare con INPS e Centri per l’impiego.
Con un taglio del 65% nel 2026, molte amministrazioni dovranno congelare le assunzioni, ridurre gli orari o limitare le prese in carico. Per i cittadini questo significherà attese più lunghe, meno colloqui, meno tirocini e meno interventi domiciliari.
Reddito vs Adi: platea ridotta e ora anche i servizi in contrazione
Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha già ridotto la platea dei beneficiari: circa il 40% delle famiglie che ricevevano il Reddito sono rimaste escluse.
Secondo il Rapporto 2025 della Caritas, questa riduzione mostra un limitato interesse nel combattere la povertà in modo strutturale. Ora, con i tagli ai servizi, si rischia di affossare anche la parte più “generativa” dell’Adi, quella che dovrebbe offrire competenze, reti e percorsi di autonomia.
Le novità annunciate: stop al mese di pausa e “tredicesima” implicita
Nel pacchetto di modifiche previste per il 2026, il governo ha annunciato l’abolizione del mese di sospensione tra un ciclo e l’altro dell’Adi. Questo significa che i pagamenti sarebbero continui, con un beneficio medio annuo di circa 670 euro in più per famiglia.
È un intervento utile per garantire continuità nel reddito, ma non basta a colmare il vuoto creato dai tagli ai servizi. Senza percorsi di presa in carico, formazione e accompagnamento, l’Assegno di inclusione rischia di restare un aiuto alla sopravvivenza, non uno strumento di emancipazione sociale.
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