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manuale di sopravvivenza Aggiornato alle 2 minuti di lettura

La manovra taglia il Fondo povertà: cosa cambia per l’Assegno di inclusione, i servizi sociali e i LEPS nel 2026

Che cosa taglia la manovra e come cambia l'Assegno di Inclusione
Che cosa taglia la manovra e come cambia l'Assegno di Inclusione  (getty)
Il governo aumenta la spesa cash per l’Assegno di inclusione ma taglia i fondi per i servizi che dovrebbero far uscire dalla povertà: -65% nel 2026. Cosa significa, concretamente, per voi e per i Comuni?
di Maya Artusi Moro
Dopo aver cancellato il Reddito di cittadinanza, il governo ha promesso che l’Assegno di inclusione non sarebbe stato un semplice trasferimento monetario ma un percorso per “rimuovere le condizioni alla radice della povertà”. La manovra però racconta un’altra storia: mentre cresce il capitolo per il sussidio cash (circa +380 milioni nel 2026), si assottiglia drasticamente il “Fondo povertà e inclusione attiva” che finanzia servizi, equipe e percorsi senza i quali l’Adi resta un bonifico e poco più.
Risparmiare sulla base delle nostre spese e entrate: come si fa il budget mensile?

Nel 2026 i Comuni perderanno 267 milioni di euro destinati alla “quota servizi” dell’Assegno di inclusione. È una riduzione del 65% rispetto ai 417 milioni previsti dal Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024–2026. In pratica, due terzi delle risorse pensate per sostenere i percorsi di inclusione sociale verranno meno, con conseguenze pesanti per le persone in difficoltà.

Che cosa taglia la manovra e come cambia l'Assegno di Inclusione

La bozza della nuova Legge di bilancio prevede per il 2026 un taglio di 267 milioni di euro al Fondo povertà. Nel 2027 i tagli aumenterebbero a 347 milioni, fino a raggiungere complessivamente 1,65 miliardi di euro nel periodo 2026-2035.

Queste non sono risorse marginali: servono a finanziare i servizi sociali che Comuni e Ambiti Territoriali offrono ai beneficiari dell’Assegno di inclusione. Senza questi fondi diventa difficile garantire la valutazione dei bisogni delle famiglie, i progetti personalizzati, i tirocini di inclusione, l’assistenza domiciliare, il sostegno educativo, la genitorialità, il pronto intervento sociale e i progetti utili alla collettività.

LEPS: diritti essenziali, non optional di bilancio

Nel Piano nazionale e nelle linee guida del governo, i servizi che accompagnano l’Assegno di inclusione sono definiti LEPS – Livelli essenziali delle prestazioni sociali. Significa che non sono un’opzione di bilancio, ma diritti fondamentali da garantire a tutti i cittadini per assicurare pari opportunità e ridurre le disuguaglianze.

Tra i LEPS rientrano la valutazione multidimensionale, il progetto personalizzato e gli interventi previsti dal Patto di inclusione sociale. Tagliare due terzi delle risorse equivale a svuotare di contenuto questi diritti. Anche l’obiettivo di un assistente sociale ogni 5.000 abitanti diventa sempre più lontano.

Più soldi sul bonifico, meno sul percorso: il paradosso dell’Adi

La manovra sposta le risorse aumentando l’importo economico dell’Assegno di inclusione, ma riducendo gli investimenti nei servizi di accompagnamento e inclusione lavorativa. È l’opposto della promessa politica: superare l’assistenzialismo e mettere al centro i percorsi personalizzati.

Senza formazione, sostegno familiare, orientamento e interventi educativi, l’Assegno rischia di ridursi a un semplice bonifico mensile. Così si perde l’obiettivo più importante: aiutare le persone a uscire davvero dalla povertà.

Cosa succede a Comuni e Ambiti: organici, equipe e sistemi informativi

Per i Comuni e gli Ambiti Territoriali, la riduzione della “quota servizi” rappresenta un colpo durissimo. Queste risorse servono per assumere o stabilizzare assistenti sociali, educatori e psicologi, creare equipe multidisciplinari e mantenere i sistemi informativi che permettono di gestire i casi e comunicare con INPS e Centri per l’impiego.

Con un taglio del 65% nel 2026, molte amministrazioni dovranno congelare le assunzioni, ridurre gli orari o limitare le prese in carico. Per i cittadini questo significherà attese più lunghe, meno colloqui, meno tirocini e meno interventi domiciliari.

Reddito vs Adi: platea ridotta e ora anche i servizi in contrazione

Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione ha già ridotto la platea dei beneficiari: circa il 40% delle famiglie che ricevevano il Reddito sono rimaste escluse.

Secondo il Rapporto 2025 della Caritas, questa riduzione mostra un limitato interesse nel combattere la povertà in modo strutturale. Ora, con i tagli ai servizi, si rischia di affossare anche la parte più “generativa” dell’Adi, quella che dovrebbe offrire competenze, reti e percorsi di autonomia.

Le novità annunciate: stop al mese di pausa e “tredicesima” implicita

Nel pacchetto di modifiche previste per il 2026, il governo ha annunciato l’abolizione del mese di sospensione tra un ciclo e l’altro dell’Adi. Questo significa che i pagamenti sarebbero continui, con un beneficio medio annuo di circa 670 euro in più per famiglia.

È un intervento utile per garantire continuità nel reddito, ma non basta a colmare il vuoto creato dai tagli ai servizi. Senza percorsi di presa in carico, formazione e accompagnamento, l’Assegno di inclusione rischia di restare un aiuto alla sopravvivenza, non uno strumento di emancipazione sociale.