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La sconfitta è dire "l'ho letto sui social": sempre meno persone sanno distinguere il giornalismo dall'opinione

La sconfitta è dire l'ho letto sui social: sempre meno persone sanno distinguere il giornalismo dall'opinione
(getty)
Ci sono alcune strade che il giornalismo può percorrere per sopravvivere: i social intanto sono diventati il maggiore canale di informazione delle persone, soprattutto di quelle giovani
di Eugenia Nicolosi

Le persone, soprattutto quelle giovani, si informano quasi esclusivamente sui social. Il Digital News Report del Reuters Institute racconta una realtà abbastanza articolata e, per certi versi, parecchio scomoda: tra i 18–24 anni, piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono sempre più spesso il primo punto di accesso alle notizie.

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I siti dei giornali e le homepage tradizionali vengono consultati sempre meno di frequente come punto di ingresso, ma è pure vero che non scompaiono del tutto (non ancora). Facebook perde centralità tra i più giovani, mentre cresce il consumo di contenuti all’interno di feed algoritmici. E sappiamo quanto questo sia già di per sé un problema.

Infine, la fiducia nei brand giornalistici tradizionali resta più alta rispetto a quella nei contenuti social ma questi brand vengono raggiunti dopo, non prima.

cosa ci dice in realtà il Digital News Report del Reuters Institute

Il Digital News Report del Reuters Institute mette in chiaro che piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono diventate il principale punto di accesso alle notizie. Non i giornali, neanche solo le homepage, e figuriamoci i telegiornali. Gli stessi dati mostrano che la fiducia nei brand giornalistici tradizionali è alta rispetto a quella rivolta ai contenuti che circolano sui social: qualcosa che si è appreso da un giornale è percepito come più affidabile rispetto a qualcosa di cui si è a conoscenza grazie a un post social.

Il che non significa che si faccia la "fatica" di aprire un giornale. Il paradosso infatti è tutto qui: ci si fida ancora dei giornali, ma non si sceglie di andarne a cercare uno per sapere cosa succede fino a che non è inevitabile, per esempio dopo aver intercettato sui social - per caso, grazie all'algoritmo - un tema che si desidera approfondire.

Facebook, un tempo dominante, perde terreno in generale e soprattutto tra i più giovani. Al suo posto, cresce un consumo sempre più passivo e immerso in feed algoritmici che selezionano contenuti prima ancora che l’utente sappia cosa cercare. Le notizie allora non si vanno più a prendere: si intercettano per un intreccio di like messi nei giorni, nelle settimane precedenti e che "insegnano" alla piattaforma cosa ci interessa e cosa no. E questo cambia tutto.

perché le persone non si informano sui giornali?

Non è solo una questione di piattaforme e di come funzionano (maleficamente bene) ma di linguaggi e percezione: l’informazione oggi arriva spesso sotto forma di video brevi, clip da pochi secondi e caroselli. È soprattutto mediata da creator, non necessariamente giornalisti, che rimandano agli utenti una notizia già corredata di posizionamento e quindi non neutra. Notizia che è inserita in un flusso continuo dove convivono guerre, giardinaggio, la Biennale di Venezia, pubblicità, ricette di frittate con le patate. Il risultato è un ecosistema in cui le notizie - o qualcosa che dovrebbe somigliarci - sono più veloci e sempre più personalizzate, sia in termini tematici che in termini di posizione.

Il che le rende anche più difficili da riconoscere per ciò che sono. Il Reuters Institute lo segnala abbastanza chiaramente: molti giovani fanno fatica a distinguere tra informazione, opinione e intrattenimento. Non perché manchino tutti di strumenti ma perché i contesti sono collassati e tutto, letteralmente ogni argomento, ha la stessa identica forma, quindia sembra avere anche lo stesso peso.

A questo punto, la domanda non è più se i giovani evitino i giornali, ma perché i giornali non sono più il loro primo punto di riferimento? Una risposta facile è dire che i giornali sono percepiti come "vecchi", perché ai vertici sono sedute persone di sessant'anni (quando va bene) e temi e linguaggi non sono accettabili, né golosi, per chi ne ha venti. 

Ma sarebbe una semplificazione stupidissima, il problema semmai potrebbe essere il formato per chi vive abituato, abituata, alla rapidità di consumo dei contenuti, gli articoli lunghi e linguaggi complessi partono già in svantaggio nella competizione per l’attenzione. Allora non è una crisi di credibilità ma di accessibilità e, di conseguenza, di abitudine e rilevanza percepita. Molti giovani non si riconoscono nei temi trattati o nel modo in cui vengono raccontati.

cosa può (e deve) fare il giornalismo per sopravvivere

Le priorità di Gen z (e qualche millennial) - precarietà, futuro, salute mentale, diritti, identità - spesso appaiono ignorate oppure filtrate da prospettive lontane. C’è poi un altro elemento, cioè che i social non sono solo più veloci, sono più comodi: non richiedono uno sforzo attivo, come quello di scegliere cosa leggere e cosa no, quando farlo, con che punto di vista. I social decidono tutte queste cose al posto degli utenti assecondando un modello di distribuzione dell’informazione totalmente stravolto e parziale ma che, purtroppo, è il primario per la maggioranza delle persone soprattutto giovani.

Il giornalismo oggi ha almeno due strade per non morire soffocato: inseguire o capire come farsi trovare. Ed entrambe richiedono un cambiamento reale oltre che una pratica di autocoscienza che dovrebbe partire dall'accantonare lo snobbismo verso i social stessi. Essere presenti sui social non basta, e si è capito perchè la gente nemmeno distingue l'utente fake dalla testata registrata e il risultato è un tristissimo "l’ho visto su Facebook". 

Occorre scendere a patti con le esigenze reali delle persone: molto giornalismo continua a produrre contenuti pensando più alla propria agenda e non ai bisogni reali dei lettori e delle lettrici. I giovani e in generale le persone torneranno, forse, a informarsi quando e se troveranno notizie che incidono sulla loro vita: casa, lavoro, salari, studio, salute mentale, tecnologia, clima, diritti, costo della vita e altre urgenze. 

Finché il giornalismo si rivolgerà solo alla classe politica e a quella dirigente, a leggere i giornali sarà solo chi fa parte della classe politica e di quella dirigente. Serve umiltà (e meno nostalgia).