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Femminicida ai domiciliari perché "obeso e fuma troppe sigarette": la decisione di Biella su Dimitri Fricano (e perché è controversa)

Dimitri Fricano di nuovo ai domiciliari: il tribunale valuta l’incompatibilità con il carcere
Dimitri Fricano di nuovo ai domiciliari: il tribunale valuta l’incompatibilità con il carcere  (getty)
Biella, Dimitri Fricano torna ai domiciliari per motivi di salute. Condannato a 30 anni per l’omicidio di Erika Preti, ha scontato finora circa 7 anni. Ecco cosa ha deciso il Tribunale e quali sono le condizioni imposte.
di Maya Artusi Moro
Una decisione che ha già fatto discutere: Dimitri Fricano, condannato a 30 anni per il femminicidio della fidanzata Erika Preti nel 2017, lascia di nuovo il carcere e torna alla detenzione domiciliare a Biella. Ecco cosa ha stabilito il tribunale.
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Dimitri Fricano di nuovo ai domiciliari: il tribunale valuta l’incompatibilità con il carcere

I motivi: depressione, bulimia, disturbi cronici e obesità grave

A disporre il ritorno a casa di Fricano è stato il Tribunale di Sorveglianza di Torino, che ha ritenuto la sua condizione fisica incompatibile con la detenzione ordinaria. L’uomo, oggi 38 anni, soffre di obesità grave, pesa circa 200 chili, ha difficoltà motorie e diversi disturbi cronici, tra cui apnee notturne, sindrome ansioso-depressiva da bulimia e un alto rischio cardiovascolare.
Secondo quanto riportato negli atti, il detenuto sarebbe inoltre dipendente dal tabacco, con un consumo che arriva fino a cento sigarette al giorno. Il carcere non sarebbe in grado di garantire l’assistenza e le cure adeguate, e per questo motivo i giudici hanno disposto la detenzione nella casa dei genitori, in una frazione del Biellese.

La misura, tuttavia, questa volta è accompagnata da prescrizioni più rigide: Fricano non potrà avere contatti con persone esterne alla famiglia, né comunicazioni non autorizzate. Un regime che, nelle intenzioni dei magistrati, dovrebbe ridurre il rischio di nuovi episodi simili a quelli avvenuti durante la precedente detenzione domiciliare, quando gli era stato concesso di uscire alcune ore al giorno e aveva incrociato casualmente la madre della vittima.

Otto anni dopo l’omicidio di Erika: quali sono i precedenti

La vicenda giudiziaria di Dimitri Fricano si trascina da oltre otto anni. Il 12 giugno 2017, a San Teodoro, in Sardegna, uccise la fidanzata Erika Preti, 28 anni, colpendola 57 volte con un coltello dopo una lite per futili motivi. In un primo momento raccontò di un’aggressione da parte di uno sconosciuto, poi confessò. Condannato a 30 anni per omicidio volontario aggravato, nel 2020 la sentenza è stata confermata dalla Corte d’Appello di Cagliari.

Il peggioramento delle condizioni fisiche e i primi domiciliari

Negli anni successivi, però, le sue condizioni fisiche sono peggiorate. Entrato in carcere con un peso di circa 120 chili, Fricano è progressivamente aumentato fino a non riuscire più a camminare senza l’aiuto di stampelle o carrozzina. I magistrati avevano già valutato nel 2023 una prima sospensione della pena per motivi di salute, concedendogli i domiciliari per quindici mesi. Poi, otto mesi fa, il rientro in carcere. Ora, un nuovo peggioramento avrebbe convinto i giudici a disporre nuovamente la misura alternativa.

Quanti anni di pena ha scontato Fricano

Complessivamente, Fricano ha scontato circa sette anni di pena, compresi i periodi di detenzione domiciliare. Una proporzione che, in relazione alla condanna di 30 anni, suscita comprensibilmente reazioni contrastanti.

Il diritto alla cura e i limiti del sistema penitenziario

Il caso di Dimitri Fricano riporta al centro il tema delle condizioni sanitarie in carcere. In base all’ordinamento penitenziario italiano, se lo stato di salute di un detenuto risulta incompatibile con la detenzione, i giudici possono disporre misure alternative, purché la pena continui a essere eseguita in forma controllata. Non si tratta, quindi, di un “beneficio” in senso stretto, ma di una misura sanitaria e costituzionale, fondata sul principio di tutela della persona e sull’obbligo dello Stato di garantire cure adeguate anche ai condannati.

Nel caso di Fricano, la scelta si colloca in un contesto complesso: i magistrati hanno preso atto di una situazione clinica ritenuta non gestibile in ambiente carcerario, dove spazi, personale e strutture non sono attrezzati per casi di obesità patologica e pluripatologie.

La reazione della famiglia di Erika

Per i genitori di Erika Preti, Tiziana Suman e Fabrizio Preti, la decisione è stata un nuovo colpo. Negli anni non hanno mai smesso di chiedere giustizia e di sottolineare il dolore di una ferita che non si chiude. “Ogni volta che esce dal carcere è come se ce la togliesse di nuovo”, aveva detto il padre in passato, commentando la prima scarcerazione. Anche stavolta, la famiglia ha appreso la notizia dai giornali.

Proprio nei giorni scorsi, i coniugi Preti avevano partecipato a un incontro pubblico con Gino Cecchettin, padre di Giulia.

Un caso che divide

Il ritorno ai domiciliari di Dimitri Fricano non chiude la sua vicenda giudiziaria, ma la riapre sotto una luce diversa. Da un lato, la necessità di rispettare il diritto alla cura e di ripensare completamente un sistema carcerario che sia umano, riabilitativo e non punitivo, ma soprattutto che non infici la salute degli individui; dall’altro, il sentimento collettivo — e familiare — che la pena non possa essere interrotta senza un prezzo simbolico e morale. 

Il tribunale ha parlato di “incompatibilità con il regime carcerario”, non di clemenza. Ma in un Paese dove ogni femminicidio è una ferita ancora aperta, la differenza giuridica può non bastare a cancellare l’impatto emotivo.