Storia ed evoluzione del costume da bagno
Il beachwear entra a far parte della storia del costume quando inizia a diffondersi la moda delle vacanze al mare, ma le sue origini risalgono addirittura a circa 2000 anni fa
Esiste un mosaico in Sicilia, precisamente a Piazza Armenia, in provincia di Enna, che ritrae una dozzina di donne che indossano indumenti che ricordano quasi in modo inconfondibile un costume da bagno, o meglio un completo intimo a due pezzi, a fascia, che potrebbe rappresentare un modernissimo bikini. Il mosaico risale al III sec d.C., quindi al periodo dell’Impero romano, e si ipotizza che quel look fosse utilizzato per praticare sport, atletica, danza e ginnastica, proprio per l’ampia libertà che conferiva ai movimenti.
Si esclude che fosse nato con lo scopo attuale, poiché nel periodo romano come in quelli a seguire fino agli inizi del XX secolo, le classi più agiate ostentavano il loro status sociale con la peau de lune, un colorito bianco e diafano, sinonimo di nobiltà e benessere economico, ricorrendo a prodotti chimici per sbiancare anche il minimo accenno di abbronzatura.
72 anni di bikini
Le origini del costume da bagno
La moda dei bagni non è mai stata una pratica particolarmente diffusa nell’accezione moderna: erano frequenti le abluzioni alle terme o al lago, ma ci si immergeva spesso senza vestiti, salvo qualche mise da bagno documentata fin dal 1400, caratterizzata da corpetto con spalline e gonna, a volte completata da un turbante. Dal XVIII secolo a Parigi si iniziarono a comprendere i benefici delle immersioni in acqua e progressivamente prese il via l’abitudine di spostarsi sulle coste della Normandia o della riviera mediterranea per godere delle salutari proprietà dell’acqua di mare, con le prime sperimentazioni di abbigliamento da spiaggia: i “costumi” spesso realizzati in tela da marinaio o in lana, per evitare che una volta bagnati diventassero troppo aderenti, ostacolavano la piena libertà di movimento.
Per le donne, fare un bagno in mare o al lago era tutt’altro che un piacere: sugli orli delle gonne-costume venivano aggiunti dei pesi per evitare che una volta immerse, l’acqua scoprisse le gambe.
È soltanto sul finire del XIX secolo, attorno agli anni ‘70, che qualcosa iniziò a cambiare: gli abiti si accorciarono leggermente e le gonne delle sopravvesti divennero meno ampie. I completi si arricchirono di nastri e spighette bianche e blu secondo la moda navy, con il collo rettangolare sul dorso e le righe bianche e blu.
Maniche a sbuffo e bustini sotto il costume per mettere in evidenza il vitino sottile, gonnellini a campana, pantaloni più aderenti o alla zuava, il tutto confezionato in sergia (stoffa diagonale) di lana, il tessuto più diffuso, in genere nei colori blu, nero e rosso. Le scarpine erano più leggere e traforate per lasciare passare l’acqua, munite di lunghe stringhe da allacciare intorno alla caviglia, mentre in testa furoreggiavano foulards in tessuto impermeabile da annodare sopra alla testa.
Terapia della luce e beachwear
Il XX secolo segnò un nuovo inizio: nel 1903 il medico Niels Finsen vinse il Premio Nobel per la medicina per la sua terapia della luce, che utilizzava la luce solare per combattere le malattie generate dalla mancanza della vitamina D, cosicché sempre più persone furono disposte a esporsi al sole per motivi di salute. L’immagine culturale dell’abbronzatura, da sempre denigrata, cambiò direzione e da qui l’esigenza di iniziare gradualmente a scoprirsi.
Si diffuse il vezzo della villeggiatura al mare, affiancata da quella tradizionale in campagna: nacquero i primi stabilimenti balneari e in quel periodo città come Rimini, Viareggio e il Lido di Venezia divennero famose per l'ideale vacanziero. Si impose la cultura dei bagni di sole e di mare e quella della cura del corpo, che consigliava di praticare attività sportive all’aperto con abbigliamenti adatti, pratici e comodi. Comparvero così i primi costumi interi o lunghi pagliaccetti aderenti.
Nel 1913 Carl Jantzen inventò il primo costume a due pezzi, formato da un pantaloncino a metà coscia, una canottiera e una cintura, il tutto coordinato da una cuffia da bagno ed un paio di calzettoni.
Il film Morte a Venezia di Luchino Visconti dipinge perfettamente la realtà della prima decade del ‘900, ritraendo una nobiltà che iniziava a seguire la moda delle vacanze al mare per il benessere fisico, ma anche come attività di svago.
Gli anni '20 e '30
Con l’arrivo dei ruggenti anni ‘20, il costume da bagno subì un’evoluzione: diventò più aderente, corto e colorato. Le scollature si ampliarono e i lembi di pelle non coperti aumentarono. Fu in questo periodo che i primi sarti e designer iniziarono ad interessarsi ai costumi da bagno, sperimentando nuove stoffe come la seta per la realizzazione di modelli più eleganti e raffinati.
Fece il suo esordio il pigiama da mare, un sofisticato abbinamento di larghi pantaloni lunghi e morbidi, portati con bluse senza maniche, cinture a fascia allacciate in vita e giacche. Esplose la moda della cintura Valaguzza, un accessorio sofisticato, costituito dalla cintura in lana corredata da una fibbia capace di contenere specchietto e trousse da trucco, per consentire alle signore veloci toilettes per rinfrescare il trucco anche in mezzo ai flutti.
L’abbronzatura venne sdoganata e Coco Chanel contribuì alla diffusione della moda della tintarella: di ritorno da un viaggio in Costa Azzurra, mostrò con disinvoltura la sua carnagione dorata, mantenendo però il colorito delle mani bianco. Tenne i guanti per tutta la vacanza, così da non abbronzarle e non essere confusa con una bracciante.
Negli anni Trenta, Elsa Schiaparelli rivisitò il Maillot, il tradizionale costume da bagno intero, creando il primo costume con la schiena scoperta, che permetteva alle donne un’abbronzatura più vasta e di mostrare, soprattutto, più centimetri di pelle.
L'invenzione del bikini
Una grande rivoluzione si verificò nel 1946, anno dell’invenzione del primo bikini ad opera dei due sarti francesi più influenti dell’epoca, Jacques Heim e Louis Reard. A causa delle sue dimensioni, Heim soprannominò questo capo “atomo” e lo pubblicizzò di conseguenza con lo slogan “il costume da bagno più piccolo del mondo”, mentre Louis Reard decise di chiamarlo poi "bikini", presentandolo al pubblico per la prima volta il 5 luglio 1946 all’intero della piscina Molitor di Parigi.
Il termine “Bikini” si ispirò a un atollo nelle isole Marshall, che gli Stati Uniti avevano scelto come bersaglio per testare le loro bombe atomiche. L’importanza di questo tipo di costume da bagno, a detta di Reard, era tale da rivaleggiare con l’evento in questione, considerato una bomba metaforica nel campo della moda dell’epoca.
La sua evoluzione infatti fu lentissima e all’inizio lo slip che lasciava scoperto l’ombelico provocò un autentico choc. Fu bandito per molti anni e spesso il suo uso in luogo pubblico veniva punito come oltraggio al pudore. Il costume più diffuso continuò ad essere quello intero con gonnellino stretto ed aderente. Intanto a Capri iniziarono a diffondersi i primi short, indossati con camicette annodate in vita, e i pantaloni alla pescatora.
[[ge:kolumbus:alfemminile:521765]]Gli anni '60 e '70
Gli anni ’60 determinarono un punto di svolta: la moda rafforzò la sua voce e il bikini diventò il costume alla portata di tutti. Abbandonate le culotte i reggiseni castigati, il nuovo beachwear venne arricchito da nuovi pattern, colori, frange, volants, ricami di perline, trafori all'uncinetto e soprattutto rinnovamento nei tessuti. Nel 1958 fu introdotta la Lycra dall'omonima azienda, ottima per la sua capacità di asciugatura velocissima. Ancora oggi i principali tessuti impiegati per la confezione dei costumi da bagno sono lycra, latex e altri tessuti elasticizzati che aderiscono bene alle forme del corpo.
Gli anni ‘70 furono il decennio degli Hippies e del desiderio di libertà: le dimensioni dei costumi si ridussero e arrivarono i primi bikini con il reggiseno a triangolo e senza imbottitura spesso realizzati in crochet; gli slip lasciavano sempre meno spazio all’immaginazione e si diffuse anche l’utilizzo del monokini o topless.
Un centimetro dopo l’altro, il costume da bagno sdoganò, o almeno ci ha provato, i pregiudizi e i divieti che la società imponeva, per una morale che via via è diventata sempre più obsoleta. Lo storico della moda Olivier Saillard scrisse: "l'emancipazione del costume da bagno è sempre stata legata all'emancipazione delle donne".
Gli anni '80 e '90
L’idea di spensieratezza degli anni ‘80 e ‘90 contribuì a trasformare il beachwear in uno strumento di libertà e di seduzione: si osava con i colori e con pattern appariscenti e giocosi. Lo stile Baywatch trasformò il costume da bagno in uno strumento notevolmente femminile: i bikini divennero più striminziti e gli interi avevano come principale ispirazione quello di emulare lo stile delle bagnine in rosso della famosissima serie tv.
Il nuovo millennio ha inaugurato una totale libertà stilistica in fatto di beachwear: colorati, mix and match, a vita alta, monospalla, a fascia, con inserti in pizzo, con coppe push up o a triangolino, proponendo una varietà cospicua di modelli che possano adattarsi a tutti i gusti e shapes. Il costume da bagno rappresenta uno dei capi più controversi e camaleontici della storia, in grado di evolversi e adattarsi ai mutamenti sociali, alle nuove epoche e ai diktat del fashion system.