Skinny jeans, occhiaie e sigarette: a predire un futuro di crisi è il ritorno dell'estetica di un vecchio sogno indie
Condividi su
Non fosse tristissimo, lo stato dell'economia globale si potrebbe spiegare con un moderato tasso di ironia: per quanto è misera entra dentro un paio di jeans skinny. Praticamente siamo in recession-core: la moda, i trend e l'estetica che ci sussurranno i social, sono ciò che l’economia tenta di urlarci. E non è nemmeno la prima volta. E non è perché la moda sia ciclica, come i pantaloni a zampa di elefante nati negli anni Settanta che ogni tanto tornano nelle vetrine.
siamo in "recession core", il cugino disilluso dell'indie
Che la lunghezza di una gonna può essere profetica lo spiega la teoria dell’Hemline Index ("hemline" significa "orlo") ipotizzata negli anni Venti del Novecento (a ridosso della Grande Depressione) ed erroneamente attribuita all'economista George Taylor. La teoria spiega che la lunghezza delle gonne segue l’andamento dei mercati: più gli orli si accorciano, più l’economia cresce. Quando si allungano, significa che si sta galoppando verso la recessione economica. Ma è stato teorizzato anche l'esatto contrario: le gonne più lunghe segnalerebbeero la prosperità (come infatti abbiamo visto nel Dopoguerra).
Ovviamente oggi basta leggere due giornali o aprire la propria app della banca per rendersi conto che non stiamo vivendo in un'epoca esattamente florida dal punto di vista economico, culturale, sociale. E inoltre non è più una questione di gonne che si allungano o accorciano ma di estetiche, tessuti, dettagli. Le circostanze economiche attuali ci vengono restituite infatti da molti, molti trend: la moda è di per sé un termometro sociale ed economico collettivo.
E oggi, nell’epoca post-pandemica, iper-digitale e cronicamente instabile, quel termometro segna febbre alta. Parlare di "recession-core" non significa ridurre la questione - gravissima - a una conversazione sui trend, ma semmai mettere in luce come l’estetica cupa che ci circonda sia la manifestazione di una legittima paura del crollo. Da una parte stiamo assistendo a una elite avvolta nella sobrietà anni Novanta, colori neutri e minimalismo “silenzioso” ma con pedigree — le foto dell'ultimo Coachella sono di una mestizia infinita - e dall'altra a magliette slabbrate, eyeliner sciolto e sogni indie mai del tutto esauditi, con tanto di sigaretta in bocca e occhiaie, secondo le estetiche da club e birra versata sul pavimento che circondavano come un'aura magica Kate Moss e Pete Doherty.
Ed erano gli anni Dieci del Duemila, post crisi economica del 2008. Oggi come allora il lusso si mimetizza, altro che "Old Money", altro che ostentazione: forse perché il privilegio ha paura di essere visto, criticato, aggredito, depredato e accusato di essere fuori luogo. E chiaramente non è solo questione di stile: è un’interiorizzazione del clima sociale iper teso, della distanza sempre più siderale tra classi sociali, tra chi ha tantissimo e chi niente.
trend di cui facevamo volentieri a meno
Torna, soprattutto, la sigaretta, accompagnata da quella posa da film francese e inquietudine pre-crisi. Di tutte le tendenze che si intercettano sui social media il "cigfluencing" è chiaramente la peggiore. E oltre alla preoccupante diffusione di voto e video di celebrità che fumano, nei loro abiti dimessi (ma costosissimi) e l'aria da "chissenefrega" c'è il tema che la sigaretta è tornata cool, dando prova definitiva di disillusione e sfiducia, considerando l'enorme quantità di dati che dimostrano, da anni, gli effetti mortali del fumo di tabacco. Torna anche l’estetica “sleaze” (cioè dissolutezza, ma culturalmente ben schierata) che si manifesta in uno stile a metà tra l'abbigliamento che sceglieremmo per una festa ma condito da disillusione post romantica. Il risultato sono immagini - che creiamo o a cui mettiamo like - sfacciate, trasandate e luccicanti in cui lo stile fotografico è analogico e con flash abbaglianti.
Torna, in poche parole, la cupezza indie ma privata dell’innocenza sognante di un tempo. Oggi è tutto filtrato dalla consapevolezza che stiamo ballando sul ponte mentre la nave scricchiola. E allora eccolo, il “Recession-core”: la risposta culturale all’insicurezza strutturale. Non è nostalgia, è rigurgito.
Condividi su