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Normcore, cosa succede quando l’uniformità diventa differenziazione?

Normcore, cosa succede quando l’uniformità diventa
differenziazione?
Questo si sa: la moda è lo specchio dei fenomeni socio-culturali correnti. Quando i tempi sono incerti e le economie vacillano la moda si spoglia dagli eccessi, dai volumi e dai decori per diventare understated, sobria ed essenziale. È quello che è accaduto dal 2013 al 2015 e che accade di nuovo, adesso: un fenomeno battezzato come Normcore, o più recentemente come “Recessioncore”. Ma come e quando viene coniato questo termine?
di Chiara Trimigliozzi

La moda è lo specchio della società

Questo si sa: la moda è lo specchio dei fenomeni socio-culturali correnti. Quando i tempi sono incerti e le economie vacillano la moda si spoglia dagli eccessi, dai volumi e dai decori per diventare understated, sobria ed essenziale. Il pubblico ridefinisce il concetto di necessario e orienta la ricerca su capi che possono proteggere, linee essenziali e versatili e materiali di alta qualità adatti a durare nel tempo. È quello che è accaduto dal 2013 al 2015 e che accade di nuovo, adesso: un fenomeno battezzato come Normcore, o più recentemente come “Recessioncore”. Ma come e quando viene coniato questo termine?

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quando emerge il Normcore?

Riavvolgiamo il nastro al 2013. In una New York che sta subendo le conseguenze della crisi del 2008, l’agenzia di Trend Forecasting “K-Hole” fondata da Greg Fong, Sean Monahan, Chris Sherron, Emily Segal e Dena Yago pubblica un report "Youth Mode: A Report On Freedom” in cui emerge per la prima volta il termine “Normcore”.

Una nuova differenziazione

Nato dalla fusione tra “normal” e “hardcore”, la parola fa riferimento a un fenomeno, allora al suo esordio, che segue il processo di differenziazione da una nuova prospettiva: ci si distacca dall’individualità forzatamente stravagante per una coolness autentica e uniformante. L’esclusività viene rimpiazzata dall’adattabilità, il normale si trasforma in novità e l’omologazione in differenziazione. Ma attenzione, Normcore non vuol dire abbandonare la propria individualità per fondersi nella massa, ma contemplare la possibilità di essere riconoscibili e al contempo connessi con gli altri.

Artisti o turisti?

Pochi mesi dopo la Giornalista Fiona Duncan scrive su The Cut:

“L'estate scorsa mi sono resa conto che, da dietro, non riuscivo più a capire se i miei compagni di strada di Soho fossero ragazzi del mondo dell’arte o turisti americani di mezza età. Vestiti con jeans stonewash, pile e comode scarpe da ginnastica sembravano appena scesi dalla metropolitana dopo aver fatto shopping a Times Square. Quando ho mandato un messaggio al mio amico Brad (un artista la cui divisa estiva consisteva in scarpe da ginnastica Adidas a piedi nudi, pantaloncini in rete e magliette di cotone) per chiedere la sua opinione ho ricevuto una risposta immediata: lol normcore”.

Il look democratico di Steve Jobs, composto da pull nero, Levis 501 e sneakers New Balance 992 diventa il simbolo dei nuovi creativi che vogliono abbandonare ogni frivolezza e che non hanno bisogno dei vestiti per creare uno statement o ricercare approvazione.

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L'audacia della normalità

Emerge un sentimento “anti-fashion”, una negazione dell’esempio sociale che diventa a sua volta oggetto di identificazione e imitazione, ma questa volta in modo diverso. In passato era l’audacia del singolo o di un piccolo gruppo a distaccarsi dalla massa creando nuove mode in antitesi con essa. Il Normcore nasce in un periodo in cui l’avvento dei Social Network consente e incentiva l’individualizzazione e il Fast Fashion la rende possibile a prezzi accessibili a tutti; in questo contesto dunque l’atto di ribellione è essere “normali”.

Come si è evoluto il Normcore nel 2023?

La moda è ciclica e dopo l’ondata Y2K che ha travolto TikTok con colori accesi, jeans a vita bassa, T-Shirt cropped e tute in velluto, l’ultima Fashion Week (Fall-Winter 2023-24) ha decisamente virato in una direzione più sobria e intellettuale.

In risposta alla situazione geo-politica incerta che stiamo vivendo il Fashion System si ferma a riflettere, i buyers si orientano su capi timeless, le star si presentano ai Golden Globes senza gioielli per non ostentare il loro status e le collezioni ritornano alla razionalità e all’essenza, concentrandosi sul prodotto più che sull’immaginario. La ricchezza non viene più ostentata attraverso loghi e collaborazioni al limite della sfarzosità (ricordiamo la collezione “Aria” di Gucci x Balenciaga dell’anno scorso, una vera e propria operazione di marketing) ma diventa silente ed elegante.

Il pubblico, in periodi come questo, vuole investire in capi essenziali e di qualità, la formula del “capsule wardrobe” riscuote successo orientando gli acquisti su un guardaroba essenziale e che fa bene al pianeta.

I brands cosa fanno?

In questo scenario brands di nicchia come The Row, Toteme e Khaite diventano i pionieri di una nuova eleganza, Phoebe Philo annuncia il suo ritorno (apprezzatissimo dagli insider) e i major del lusso captano il fenomeno per compiere dei cambiamenti radicali. L’addio di Alessandro Michele da Gucci apre le porte a un ritorno alla tradizione del brand spogliato dall’estro dell’ex direttore creativo e Balenciaga abbandona il fattore shock per ritornare alle origini del marchio.

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Uno spunto per acquistare meglio

Un insieme di fattori, questo, che ci porta a pensare che forse dovremmo produrre e acquistare meno, magari vintage o second hand, perché il mercato è saturo e il mondo in carestia di risorse non sostiene più i microtrend che durano meno di una stagione. Ma il Fast Fashion osserva e non rimane fermo ad aspettare, mascherate da politiche aziendali più green e design timeless, 20 collezioni l’anno (in media) fanno il loro ingresso negli stores.