Le icone del cinema neorealista italiano: da Anna Magnani a Gina Lollobrigida, da Silvana Mangano a Sofia Loren
Nomi che hanno fatto scuola e storia, tra naturalezza, realismo ed autenticità
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Anna Magnani, Sophia Loren e Gina Lollobrigida, ma anche Monica Vitti, Silvana Mangano, Giulietta Masina, Tina Pica, Claudia Cardinale, Virna Lisi sono le dive italiane che, in un periodo di grandi cambiamenti, come quello post bellico, hanno contribuito in maniera decisiva a cambiare la concezione del ruolo femminile e a rendere il cinema italiano internazionale.
Dalla produzione di inizio Novecento a quella fascista, in cui le interpreti femminili delle pellicole erano prevalentemente relegate a ruoli stereotipati e da comprimario, ritratte come femme fatale o come figure aristocratiche tipiche del periodo dei “telefoni bianchi”, la cui funzione principale era strettamente correlata all’oggettivazione sessuale del protagonista maschile, si arriva ad un nuovo modo di fare cinema tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, che permette di assistere ad una vera e propria evoluzione della figura femminile.
Il cinema neorealista
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il cinema non aveva più voglia di raccontare di mondi patinati, di ricchezza e regali vicissitudini, ma sentiva l’esigenza di rendere omaggio alla realtà così com’era, con le proprie incertezze e inquietudini: nacque il movimento neorealista, la cui attenzione era rivolta in particolare alle classi operaie, con un’enfasi particolare sulle vicende quotidiane delle persone comuni, narrate con massima fedeltà.
In quel periodo si assistette al preludio di quell’emancipazione femminile che avrebbe segnato la società italiana dei decenni successivi. Esordì nel genere, Clara Calamai nel film Ossessione, attrice già affermata nel periodo fascista, la quale interpretò una donna provocante e distruttiva capace di trascinare con sé il giovane amante, pur di allontanarsi da un ambiente ostile caratterizzato da una profonda insoddisfazione coniugale.
Anna Magnani
Madrina del cinema neorealista fu Anna Magnani, da sempre considerata una delle attrici più sensibili e versatili del cinema in generale: la sua forza stava nella rivoluzione neorealista, abbracciata completamente dall’attrice, consapevole di essere a una svolta della propria carriera, in cui era chiamata non più a intrattenere e far ridere un popolo martoriato, ma a rappresentarlo, ad esserne l’emblema. L’emblema di quella parte del popolo che non aveva ideologie politiche per cui morire, ma che desiderava vivere e basta. Le sue performance erano magistrali e memorabili, rese tali dalla sua maestria nell’adoperare l’unico linguaggio che è da tutti comprensibile, quello del corpo. Attraverso di esso arrivava al cuore di chiunque, in tutto il mondo. Il suo temperamento fu prezioso, come la sua forte carica vitale, tanto che veniva considerata un mito dal talento unico. Fu l’anti diva per eccellenza, una donna forte e profondamente tormentata nella vita, che secondo il figlio Luca Magnani “ha combattuto come un maschio in un mondo maschilista come quello del cinema di allora, restando fedele a se stessa, coraggiosa e anticonformista”.
Il suo esordio al cinema risale al 1934, ma la sua interpretazione del 1945 in Roma Città Aperta di Roberto Rossellini fu di un’intensità mai vista. Il suo personaggio, ispirato a Teresa Gullace, una donna italiana uccisa dai soldati nazisti mentre tentava di parlare al marito prigioniero dei tedeschi, fu eletto a simbolo dell'Italia dell'immediato dopoguerra. Lei lo interpretò con stile inimitabile, come popolana focosa e sboccata, ma allo stesso tempo sensibile e generosa.
Fu la prima attrice italiana a vincere l'Oscar nel 1956 con il film La rosa tatuata, mentre la sua ultima apparizione cinematografica fu in Roma del 1972, in cui Fellini la indicava come simbolo stesso della Città Eterna.
Silvana Mangano
Nel 1949 s’impose la diciannovenne Silvana Mangano in Riso amaro, di Giuseppe De Santis, nel quale interpretò la mondina Silvana, indipendente, sprezzante e sensuale, portatrice di una bellezza conturbante e fiera destinata alla tragedia, che le valse l'immediato riconoscimento internazionale come uno dei maggiori simboli della femminilità neorealista. “Oggetto” di desiderio consapevole della sua forza erotica, con l’ormai storico look calze nylon, maglietta attillata e shorts, nel film Silvana nasconde una malsana attrazione per ciò che lei idealizza come lontano dalla miseria in cui vive; per ottenerlo è disposta a farsi corrompere e a fare cose che la sua coscienza, infine, non è in grado di sopportare.
L’attrice era considerata la più raffinata e aristocratica del nostro cinema, grazie a una determinazione e a una bellezza oltre il tempo, che le permetteva di passare con naturalezza dalle risaie piemontesi ai red carpet di Hollywood. Combattendo con la sua bellezza, Silvana riuscì ad attraversare molte stagioni del cinema italiano, dal neorealismo alla commedia al drammatico. Prestò il suo volto alle pellicole di Pier Paolo Pasolini, per cui interpretò la moglie borghese e ninfomane nello scandaloso Teorema del 1968 e poi la mitologica Giocasta in Edipo Re; e a quelle di Luchino Visconti, per cui recitò ruoli contraddittori e antipatici, come in Gruppo di famiglia in un interno o in capolavori come Morte a Venezia, dove la sua immagine gelida e proustiana venne enfatizzata dai costumi maestosi di Piero Tosi.
Lollo
Gina Lollobrigida entrò nell’immaginario collettivo nel 1953 con il film Pane amore e fantasia, nel quale interpretò il ruolo della Bersagliera, che la rese un’icona del dopoguerra. Gina incarnò il desiderio erotico degli uomini italiani, che la battezzarono con il vocabolo di maggiorata, inventato da Alessandro Blasetti. Allo stesso tempo, grazie alla sua capacità di sfruttare la sua bellezza raffinata e popolaresca come vetrina per la propria arte interpretativa, donò al neorealismo una nuova speranza, tant’è che il film fu associato al neorealismo rosa.
Questo perché il primo periodo del cinema neorealista fu caratterizzato da una certa scarsità di spettatori in sala, dovuta all’assenza di grandi personalità in scena e alla rappresentazione cruda e realistica di un’Italia devastata dalla guerra che allontanò il ceto medio da tutte quelle pellicole che oggi consideriamo capolavori. Per ovviare a tale povertà spettatoriale, i produttori e i registi italiani iniziarono ad inserire attori non professionisti, come da tradizione neorealista, ma selezionando tra questi i volti più particolari e, soprattutto, iniziando a sfruttare i concorsi di bellezza come veri e propri provini per le future star del grande schermo. Oltre ad essere una delle prime esponenti di tale pratica, Gina Lollobrigida ne fu probabilmente l’esempio più virtuoso, grazie allo squisito congiungersi di spontaneità interpretativa e nozioni apprese in un nobile percorso da autodidatta. E’ così che la “Bersagliera” collezionò una serie di collaborazioni leggendarie, che le valsero ben sette David di Donatello, due nastri d’argento e un Golden Globe, oltre alla presenza di una stella a lei dedicata nella Walk of Fame di Los Angeles.
Sofia e Sophia
Sofia Villani Scicolone, in arte Sophia Loren, è una diva planetaria, unica per fascino e intramontabile personalità; sofisticata e inarrivabile per naturalezza e sincerità. È il volto inconfondibile del cinema italiano del Novecento; simbolo del connubio tra indiscutibile fascino e bravura, peculiarità che la portarono ad ottenere il tanto ambito Academy Award nel 1960 per l’ interpretazione della fuggitiva Cesira nel film La ciociara, diretto da Vittorio De Sica e tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, e il più alto dei riconoscimenti cinematografici, l’Oscar onorario nel 1991.
La sua capacità di interpretare ruoli drammatici e comici con la stessa intensità e verve artistica la resero in poco tempo un’attrice internazionale, desiderata e acclamata in tutto il mondo. La sua tenacia e il suo sorriso contagioso, uniti alla sua naturalezza mediterranea e al suo talento, le consentirono di ottenere svariati successi, vissuti con orgoglio e sicurezza, alimentati negli anni da intelligenza caparbia quanto selettiva, ma che senza dubbio l’hanno confermata, in primis, meravigliosamente donna, oltre i ruoli e l’età anagrafica.
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