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Isabella Blow e le sue molteplici sfaccettature nel nuovo biopic “The Queen of Fashion”

Isabella Blow and Alexander McQueen
Isabella Blow and Alexander McQueen  (getty images )

Il cinema è pronto a dedicare un film all’enigmatica cappellaia matta, figura eccentrica e bizzarra, ma anche estremamente sensibile e brillante, tra le personalità più intellettualmente accattivanti della moda delle ultime decadi

di Arianna Chirico

Talent scout, fashion editor e musa di Alexander McQueen, Isabella Blow è stata uno dei grandi personaggi della Moda, anche se la moda, intesa nella sua veste più mainstream, non la capì mai fino in fondo. Sempre vestita di eccentricità per custodire e celare il suo animo sensibile e a tratti fragile, inscenava continuamente colte carnevalate in stile medievale cristallizzate in mitologiche foto, dove la fantasia imperava e la trasformava in personaggio pubblico. “Se sei brutta, come me, sei come una casa senza fondamenta; hai bisogno di qualcosa per costruirti” diceva di lei stessa. Così amava sfoggiare look bizzarri, barocchi, eclettici, impreziosendoli della sua personale e singolare signature: i cappelli. Chi la frequentava testimonia che durante le Fashion Week si cambiasse anche sei volte durante un giorno e che si vestisse ogni volta per diventare qualcun altro.

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The Queen of Fashion

Stravagante tanto quanto brillante, Isabella Blow ha vissuto una vita tanto rocambolesca quanto tragica da sembrare cinema, costellata da profondi drammi, ma anche da sorprendenti scoperte. Un film dark ma anche sorprendentemente luminoso che il regista inglese Alex Marx si appresta a realizzare, facendo luce su una leggenda della moda spesso ingiustamente silente. Il film si chiamerà The Queen of Fashion ed esplorerà i momenti più toccanti dell’esistenza dell’editor, riportando in vita i suoi straordinari e carismatici look, ma tracciando soprattutto le sue conquiste e i suoi demoni, le frequentazioni illustri e il vivace ambiente culturale degli anni Ottanta e Novanta in cui si snodò la sua carriera. Si vocifera che l’attrice britannica Andrea Riseborough, candidata al Premio Oscar nel 2022 in To Leslie, vestirà i suoi panni e che al suo fianco ci saranno Emilia Clarke nei panni di Daphne Guinness, grande amica dell’editor, assieme al talento emergente Fionn O’Shea, nella parte del designer Treacy, autore della grande collezione di cappelli che Blow era solita indossare. Non si conosce ancora il nome dell’attore che interpreterà Alexander McQueen.

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Origini di una leggenda

Nobili natali, ma destino sciagurato: la sua infanzia in uno dei tanti shire inglesi fu interrotta dalla prematura morte del fratellino, che perse la vita a due anni, annegato. Prima di trovare la sua strada nella moda, svolse i lavori più disparati, dalle pulizie alla segreteria. Nel 1979 si trasferì a New York City, dove studiò arte cinese alla Columbia University: una parentesi molto breve interrotta per trasferirsi in Texas a lavorare con il designer Guy Laroche. Un piede nel fashion biz che la condusse nel 1981 ad Anna Wintour e al caporedattore di Vogue André Leon Talley, di cui fu assistente. Entrò a contatto con la scena artistica americana, diventando amica di personaggi di spicco, come Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat. A metà anni Ottanta, fu chiamata dal Sunday Times a redigere una rubrica di stile, mentre Michael Roberts la volle come Fashion Director del Tatler

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Musa, amica, sostenitrice e finanziatrice

Era dotata di un fiuto spiccatissimo che le fece riconoscere prima di tutti il genio di Alexander McQueen proprio durante la sua sfilata d’esordio alla cerimonia di chiusura della Saint Martins School of Art. Isabella venne folgorata dalla collezione e pur di accaparrarsi ogni pezzo, l’acquistò interamente al costo di cinquemila sterline, pagate poi in rate settimanali. Questo bastò a sancire il mito del loro idillio professionale e a suggellare la loro amicizia, anch’essa dark, fiabesca, fuori dagli schemi. 

Isabella Blow è stata una scopritrice di talenti impareggiabile: quando commissionò un cappello da cerimonia a Philip Treacy, ne riconobbe immediatamente le eccellenti capacità. I suoi cappelli divennero la sua ingombrante signature personale, che giustificava dicendo: “Indosso cappelli per tenere tutti lontani da me. Mi dicono: Oh, posso baciarti? Io rispondo: No, grazie mille. Ecco perché ho indossato il cappello. Arrivederci. Non voglio essere baciata da tutti, voglio essere baciata dalle persone che amo”. Tra i più iconici, il leggendario Lobster Hat, l’elmo di piume nere, la veletta in pizzo, il copricapo nuziale scippato a Lady Macbeth, il reticolato di Swarovski, il fragilissimo galeone nero che sigillò di bizzarria la sua folle vita. Fu così musa e finanziatrice di entrambi i designer, sostenendo anche le aristo-top Stella Tennant, Honor Fraser e la “grande bambola con il cervello” Sophie Dahl.  

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Eros e Thanatos, creatività e depressione

Isabella Blow fu un capolavoro di intuizione e creatività, di forza e fragilità. Dominò la moda per due decenni con generosità, sense of humour e i suoi outfit spettacolari che rimarranno nella storia. Il suo modo di vestire non era semplice styling, ma il risultato di un complesso ragionamento. Poteva sfoggiare look in stile manga, da punk o maharani e riuscire ad essere disinvolta con ognuno di essi.

La sua creatività spettacolare, teatrale, unica viveva in conflitto con la sua depressione e il disturbo bipolare: una dicotimia che alternava l’eros, l’amore per la vita, a thanatos, l’oscurità, che la portò più volte a tentare il suicidio, riuscendoci nel 2007, ingerendo una grande quantità di diserbante. Al funerale, tenutosi il 15 maggio nella Cattedrale di Gloucester, il suo feretro fu trasportato da una carrozza trainata da sei cavalli neri, in una mise en scène gotica e barocca come solo lei avrebbe potuto. 

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Ci si augura che il film su cui Alex Marx sta lavorando, di cui ancora non si conosce la data di uscita, riesca a rendere giustizia all’eccentrica personalità di una delle ultime icone della moda internazionale, ma anche alla sua sopraffina capacità nell’individuare e promuovere le potenzialità artistico-culturali del sistema e dei suoi protagonisti, secondo un mecenatismo che stimolava i designer a trasfigurare le più recondite fantasie in abiti che sono diventati espressione dello stile di un’epoca che oggi, in un mondo della moda governato dall’oppressivo rendiconto commerciale, si rimpiange moltissimo.