Il denim: dal workwear all’haute couture, pilastro del guardaroba contemporaneo
Dall’origine controversa a simbolo di ribellione fino a trasformarsi in un tessuto sperimentale: le declinazioni stilistiche del denim non hanno confini e si elevano anche ad arte.
Condividi su
L’industria della moda ha designato il denim jeans come passepartout di tutte le stagioni e occasioni: non c’è guardaroba che non ne veda uno protagonista e non c’è essere umano che non ne abbia indossato o comprato almeno uno nella vita. Le passerelle lo rilanciano di continuo in nuove e più contemporanee interpretazioni: per la primavera 2024, propongono total look in denim o mix and match di stampe e tessuti, di stili ed estetiche. Il suo impatto ambientale non è tra quelli più sostenibili, ma sono numerose le realtà che si stanno impegnando sul fronte dell’innovazione, proponendo metodi alternativi per una produzione meno deleteria. L’arte se ne è appropriata e, attraverso il recupero di materiali preesistenti, lo ha declinato in svariate opere e performance creative.
Origine del termine
Le sue origini sono a tratti controverse e risalgono al Quattrocento, quando nacque un’accesa rivalità tra la cittadina di Chieri, in Piemonte, e Nîmes, in Francia, sulla produzione di un particolare tipo di fustagno, un tessuto molto robusto e colorato di blu con il guado.
Inoltre, sebbene i termini “jeans” e “denim” siano oggi sinonimi, essi presentano radici etimologiche differenti. Il sostantivo jeans deriva da “Gênes”, termine utilizzato dai francesi per indicare il porto di Genova, dal quale salpavano carichi di questa stoffa molto apprezzata dai marinai e da buona parte del mercato inglese. Concorrente nella produzione di questo tessuto era la città di Nîmes, comune situato nel sud della Francia che, per differenziare il proprio prodotto da quello italiano e rivendicarne l’appartenenza, si riferiva al capo come "De Nîmes", dalla cui forma contratta della pronuncia venne coniato il termine denim. La differenza etimologia non era l’unica a distanziare queste due espressioni. In passato, infatti, anche a livello di composizione il jeans e il denim presentavano una diversa armatura e un diverso meccanismo sartoriale. Con il passare degli anni però, i due tessuti fusero i loro destini incorporando l’uno i dettagli dell’altro e annullando così le loro differenze, per fondersi inevitabilmente in un unico sostantivo di significato comune.
Jacob Davis e Levi Strauss
Questo tessuto particolarmente resistente, la cui composizione deriva dal cotone, veniva destinato a lavoratori abituati ad affrontare condizioni estreme. La sua popolarità fu sancita dal bavarese Levi Strauss nel 1873 che, durante la corsa all’oro americana, aprì un negozio a San Francisco, nel quale vendeva articoli e oggetti per cercatori d'oro, tra cui i primi modelli di pantaloni jeans, creati con l'aiuto del sarto Jacob Davis. Quest’ultimo, a seguito della richiesta di un cliente di rinforzare i punti di tensione collocati sulle tasche dei propri pantaloni, pensò di inserire e fissare nei jeans dei rivetti in rame che permettessero maggior resistenza agli strappi e all’usura. Per brevettare l’idea aveva bisogno di un investitore e la scelta ricadde proprio su Strauss, l’impresario più facoltoso del paese.
Nel 1886 iniziò la produzione del capo su scala mondiale e nel 1890 nacque il modello più celebre del marchio, i Levi’s 501, numero che faceva riferimento alla partita di nuovi pantaloni prodotti mensilmente. Nel tempo, furono aggiunti i passanti per la cintura, le cerniere, le cuciture arancioni e a fine secolo arrivarono altri marchi a produrre i pantaloni in denim, come Wrangler e Lee.
Simbolismi e libertà
La sua diffusione internazionale si verificò durante la Seconda Guerra Mondiale, quando con i mariti al fronte, le donne ripopolarono le fabbriche indossando jeans comodi e resistenti. Fu creata anche un'eroina in denim di nome Rosie the Riveter. L'illustrazione ritraeva una giovane teen in una tuta denim (overall) con il braccio piegato in segno di forza, a metà tra una pin up e una superwoman da comic strip americano. Qualche anno dopo, il jeans sbarcò in Europa grazie ai soldati americani, ma in Italia, a parte lo storico uso del tessuto fatto dai marinai genovesi e dei Mille di Garibaldi, si diffuse con il successo nelle sale cinematografiche del film Gioventù bruciata, nel 1956, che sancì l’inizio di una nuova epoca in cui i giovani si ribellavano ai vecchi stilemi a favore di un modo di vestire e, soprattutto, di pensare più libero. I jeans furono l’emblema degli hippy, diventando il simbolo delle controculture, dei movimenti pacifisti, della ribellione e della contestazione giovanile, e delle femministe che li indossavano per dimostrare la parità di genere, avviandoli alla loro natura di capo genderless.
Fashion industry
Il primo ad accorgersi dell’enorme potenziale dei jeans nell’industria della moda fu Calvin Klein, che nel 1976 portò in passerella un paio di blue jeans. Qualche anno dopo lanciò una campagna con Brooke Shields, scattata dal fotografo Richard Avedon, con la quale sancì una nuova concezione del sexiness. Dopo di lui, Versace, Armani, Ralph Lauren ne riconobbero il potenziale. Fiorucci li rese coloratissimi e moderni, mentre Roberto Cavalli li arricchì di decorazioni, strappi, stampe e lavaggi particolari. Negli anni ‘90, brand come Diesel, 7 for All Mankind, Citizen of Humanity, True Religion erano sinonimo di jeans di qualità. Oggi, il denim sinonimo di alta qualità è quello giapponese.
Yves Saint Laurent, a proposito del denim, dichiarò: “Il mio più grande rimpianto è quello di non aver inventato i blue jeans; sono il capo di abbigliamento più spettacolare, pratico e disinvolto che esista. Racchiudono personalità, sex appeal e semplicità”.
Sostenibilità
Oggi il denim sfida ogni retorica anticonformista, pauperista e minimalista e abbraccia gli stili e i modi di essere più disparati, declinandosi in modelli, colori, fitting e tagli infiniti. È stato però riconosciuto quanto la sua produzione incida negativamente sull’ambiente: così la sfida di ogni produttore è diventata quella di minimizzare i danni, investendo in tecniche innovative e meno dispendiose di materie prime e affidandosi alla pratica sostenibile e circolare dell’upcycling, detta anche riutilizzo creativo, processo di trasformazione di materiali di scarto, riciclati e rimessi sul mercato sotto forma di nuovi oggetti. Secondo alcune ricerche, il vintage denim risulta essere tra i capi più riciclati di tutti i tempi.
Parlando di sostenibilità, il lavoro migliore viene invece svolto da Uniqlo, che grazie al suo Jeans Innovation Center, con sede a LA, ha sancito un punto di svolta nella produzione di questo tessuto. Il BlueCycle è una tecnica che permette di ottenere degli ottimi risultati, eliminando la necessità di grandi quantità di acqua e di lavoro manuale per ottenere l'aspetto sbiadito e consumato tanto amato del denim e alleggerendo così il carico sui lavoratori e migliorando l’ambiente di lavoro. Il loro obiettivo è quello di annullare totalmente l’utilizzo di acqua (progetto “zero-water”) e di ridurre ai minimi storici la manodopera.
Condividi su