Rendez vous con Giacomo Ricci, che condivide il suo decalogo per acquisti vintage intelligenti
Founder di Aunt Virginia ed esperto di vintage, Giacomo alimenta la passione per la moda e l’antiquato da quando ne ha ricordo
In un periodo storico in cui l’acquisto del vintage ha raggiunto i suoi massimi storici, una domanda sorge lecita: è frutto di maggiore consapevolezza ambientale o solo uno dei tanti trend che la moda ci invita a seguire? Ne parliamo qui con un esperto che ci apre le porte del suo mondo e ci svela la sua personale visione, tra consigli sinceri e un approccio delicato e responsabile agli acquisti.
Comprare vintage con Sofia
Come nasce la tua passione per la moda e per il vintage?
La mia passione per la moda e il vintage è nata praticamente con me, che fin da piccolo mi divertivo a frequentare i mercatini dell’antiquariato. Crescendo questa passione è maturata e a Milano, dove mi sono trasferito inizialmente per studiare, ne ho scoperto il valore più intrinseco, connesso alle emozioni che mi faceva provare e all’appagamento che mi suscitava. Quando mi sono reso conto che c’erano in ballo tutti questi sentimenti, è stato semplicissimo capire che dovevo trasformarli nel carburante del mio lavoro.
Com’è nato il progetto di Aunt Virginia?
Aunt Virginia è nato da un processo, che mi ha portato gradualmente a maturare l’idea di avere uno showroom tutto mio. Dopo aver lavorato per un’azienda del settore che si occupa di secondhand e vintage, mi sono accorto che quelle dinamiche aziendali mi stavano alquanto strette, adattandosi poco al mio modo di lavorare. Così è scaturita in me l’idea di creare un progetto tutto mio, con il quale essere totalmente indipendente. In quel periodo ho conosciuto Anita Tan, una delle più grandi influencer di vintage in Cina, e ho iniziato a comprare per lei. É stata un’avventura durata due anni, che mi ha spinto ad esplorare questo settore in un modo intimo. Ho viaggiato tantissimo, conoscendo molteplici realtà con le quali collaboro tutt’ora.
Il 2020 ha reso più complesso spostarsi e in qualche modo mi ha spinto ad investire sul mio spazio in cui raccolgo tutto il mio archivio, dagli accessori all’abbigliamento. Qui è possibile trovarvi anche qualche pezzo d’arredamento e oggettistica. Diciamo che il focus del negozio però riguarda principalmente la moda.
Da dove arriva il nome?
Aunt Virginia deriva dal nome di una mia zia con cui da piccolissimo, forse già dall’età di 8 anni, giravo per mercatini. Con lei, che era l’incarnazione perfetta della sciura, mi divertivo tantissimo a indovinare le annate dei pezzi di antiquariato in base allo smalto, al legno, a quei piccoli dettagli di cui sono diventato più consapevole di anno in anno, crescendo, e che mi hanno permesso di riconoscerne il valore. Così mobili, quadri e gioielli antichi sono stati i miei primi amori e questo ha sicuramente influenzato moltissimo le mie inclinazioni attuali. La mia passione è nata più o meno da lì.
Come selezioni il tuo vintage?
La mia ricerca si concentra principalmente su vintage autentico. Amo i dettagli sartoriali di un tempo, dalla qualità sopraffina e dalla manifattura ineguagliabile. Ricerco quei capi che custodiscono nelle piccolezze la loro unicità: come una fodera cucita a mano, o un’asola ricamata minuziosamente, un capo interamente realizzato su misura o con un filato che oggi sarebbe impossibile da trovare. Mi piace l’alta sartoria di un tempo, prevalentemente frutto di un lavoro artigianale che ora non ha più eguali. Nonostante ciò però mi piace anche la moda anni Novanta e Duemila, ma più per una questione estetica e stilistica, perché ricontestualizzata con una serie di tendenze che la rendono decisamente attuale.
Hai un decennio preferito?
Per una questione di stile e portabilità, ti direi gli anni Ottanta, che sono gli anni decisamente più portabili anche adesso, perché maggiormente contestualizzabili: un capospalla o una giacca realizzata in questi anni è un capo realizzato con una manifattura che ci sogniamo oggi.
Esteticamente affiderei anima e corpo agli anni Sessanta e Settanta, che però da un punto di vista commerciale non sono particolarmente proficui, perché non molto affini alla richiesta dei giovani.
Prova a dirlo ad Alessandro Michele.
Si, lui ha una propensione per lo stile Seventies, ma è il creative director di una maison di lusso che opera principalmente in mercati stranieri, come la Cina o la Corea, con uno stile ben diverso dal nostro. Credo che in Italia, si vendano prettamente accessori. Io personalmente amo il suo stile e le sue collezioni che, più che una vera e propria estetica, emulano il mood di quegli anni in cui si combatteva realmente per la libertà. La sua Pre-Spring presentata a sorpresa è tutto un richiamo a texture, tagli e fit degli inizi anni Settanta: praticamente tutto quello che indosserei, se avessi tasche così piene.
Hai dei suggerimenti per riconoscere un buon prodotto e soprattutto individuare un fake da un item autentico?
Credo che oggi sia relativamente più semplice anche per una persona che fa ricerca in maniera più amatoriale, ma può essere complicato se non usi Google. Il web è saturo di tutorial che svelano tips e segreti per riconoscere un prodotto di lusso vintage e originale da un suo fake. Prendendo come esempio un item iconico, come una Kelly di Hermès o una borsa Chanel, si possono consultare dei siti specializzati che illustrano punto per punto le differenze tra un autentico e una sua copia fatta bene. La difficoltà sta nel fatto che alcuni mercati, come la Cina e la Turchia, spesso producono dei contraffatti di un livello piuttosto alto, venduti a dei prezzi notevoli, che vanno a ridurre le differenze con il capo di lusso. Questo a volte è un vero ostacolo e solo l’occhio di un professionista può riconoscere quelle minuzie che passerebbero totalmente inosservate ai più.
Tu hai acquisito tutte le competenze per distinguere un capo autentico da uno contraffatto?
Sicuramente mi informo di continuo, ma non mi reputo esperto di brand specifici. Ci sono molti professionisti del settore che si dedicano prevalentemente a prodotti di high luxury ed in quel caso la conoscenza delle più piccole imperfezioni è basilare perché parte costante del lavoro. Personalmente tocco sempre con mano il capo da valutare: lo scruto, lo osservo, lo studio e poi seguo il mio naso. Questo perché la componente tattile è fondamentale quando si vuole acquistare un vintage, che tu sia un esperto o un amatoriale. La qualità dei tessuti, la precisione delle cuciture, i bottoni, il posizionamento del logo e delle lettere dello stesso sono tutti dettagli che contribuiscono a riconoscere il valore di un capo o a determinare la sua scarsa qualità.
Qual è il tuo punto forte?
Il mio punto forte sta proprio nella ricerca: amo scovare mercatini, trovare persone con delle collezioni spettacolari o interi guardaroba, ma soprattutto rintracciare pezzi singolari. Lo scorso anno ad esempio, ho trovato una piccola collezione di gilet provenienti dalla Romania ricamati a mano, di una bellezza che mi fa sempre emozionare. Perché è qualcosa di unico, speciale, diverso. Ecco credo che il mio punto forte sia la ricerca di items dai dettagli rari ed esclusivi, mai troppo facili da reperire, che mi fa sentire in uno stato di perpetua avventura.
Come succede? Come fai a scovare delle chicche uniche nel loro genere?
Sono un esploratore, che viaggia tantissimo per piacere e ricerca. Sicuramente non è sempre facile, sia da un punto di vista finanziario che esistenziale, soprattutto se si visitano posti in cui non si parla bene inglese. Devo dire che faccio molta ricerca anche in Italia: mi sveglio ad orari indicibili e raggiungo anche i mercatini più sottovalutati, instaurando delle relazioni durature con i proprietari, che spesso hanno dei magazzini che mi lasciano consultare. A volte, gli stessi condividono i contatti di persone che possiedono guardaroba di cui vogliono liberarsi, magari appartenuti ad altri membri della famiglia di qualche decennio fa. In altri casi, sono le persone che vengono direttamente da me per chiedere una consulenza o un parere su delle selezioni di capi: questo mi pone di fronte ad un continuo andirivieni di personalità e oggetti interessanti e la magia sta proprio nel coglierle, tra un incessante scambio di opinioni, punti di vista e pezzi di vita.
Ma secondo te buon occhio e gusto personale bastano per fare dei buoni acquisti vintage?
Il gusto personale non va mai sottovalutato. Dice molto di noi e seguirlo delinea meglio le nostre caratteristiche stilistiche. É anche vero che non basta, nel senso che è necessario controllare bene un capo prima del suo acquisto, perché venendo dal passato, può essere contaminato da tarme o avere qualche difetto dovuto al passare del tempo non facilmente riparabile. Ovviamente dipende anche dove si sta comprando: se è un mercatino, è meglio fare massima attenzione perchè può esserci di tutto; in negozio invece si trovano capi che sono stati già oggetto di selezione da parte di esperti, quindi il rischio di trovarsi di fronte a qualcosa di irreparabilmente danneggiato è rarissimo.
Tu hai un tuo cliente tipo?
No, non direi, non faccio selezione all’ingresso. Ride.
Il mio showroom è aperto a tutti, ma spesso è visitabile su appuntamento, perché non sempre mi trovo fisicamente lì. Inoltre, la mia selezione è veramente ampia e spesso richiede di una guida per essere scoperta e fruita. Questo innesca inevitabilmente la nascita di un rapporto con chiunque entri, perché diventa fondamentale capirsi vicendevolmente: scoprire cosa si cerca e offrire delle possibilità. Mi piace molto la componente umana del mio lavoro: il confronto con altri, il condividere consigli, passioni, stili diversi. É qualcosa che mi fa sentire fortunato e che mi dà molte soddisfazioni, perché quasi sempre ricevo dei feedback positivi.
Per molti, acquistare vintage è una scelta consapevole verso la sostenibilità, per altri solo una tendenza da seguire. Credi sia possibile educare realmente le persone all’idea che il vintage sia una soluzione proficua all’impatto che la moda ha sull’inquinamento?
Credo di si. La Gen Z è molto vicina a queste tematiche e sebbene molti vivano il vintage come un trend, presto questo li renderà consapevoli della differenza qualitativa che c’è tra un capo vintage e uno acquistato in un negozio di fast fashion. Probabilmente avranno lo stesso costo ma il primo durerà a lungo, l’altro solo una stagione. Inoltre, la componente finanziaria è davvero allarmante: i prezzi negli ultimi tempi sono lievitati considerevolmente e la qualità spesso è sempre più mediocre. Il fast fashion ci abitua alla semplicità, ad ottenere una copia del vestito griffato dell’ultima collezione del brand del nostro cuore con una manifattura ed un costo ovviamente più bassi dell’originale, ma senza richiedere troppo effort nella selezione.
Ritengo che ricercare un capo simile tra negozi e mercati vintage porterebbe a più soddisfazione personale, ma anche etica.
Quindi sarebbe meglio educare prima di tutto alla ricerca della qualità.
Sì, è fondamentale. É anche vero che è difficilissimo vestirsi quotidianamente di solo vintage: prima di tutto perché trovare quello che stiamo cercando non è sempre così immediato e poi perchè taglie e vestibilità spesso possono costituire dei veri ostacoli nella ricerca. Il mio consiglio è quello di affidarsi maggiormente ad alcune categorie, realizzate con manifattura e qualità che oggigiorno sono più complesse da reperire a dei prezzi contenuti, come capispalla, maglieria e accessori di un certo tipo. Dobbiamo imparare ad essere più consapevoli di quello che scegliamo di mettere addosso a contatto con il nostro corpo, nel rispetto di noi stessi e del nostro pianeta.
Hai dei consigli sinceri per chi sta muovendo i primi passi verso il vintage?
Suggerirei di acquistare un capo o un accessorio come un capospalla o una borsa per poterne fruire pienamente e a lungo durante l’anno. Ad esempio, l’acquisto di una giacca di pelle anni Ottanta messa a confronto con una di ecopelle di un negozio di fast fashion ma anche di uno premium, ci renderà consapevoli di quanto siano diverse tra loro toccandole, ma anche vivendole sul proprio corpo. E la qualità sarà senza dubbio impareggiabile.Bisogna adattare la propria mente al fatto che un capo vintage abbia una storia. Questo a volte può inevitabilmente causare dei danni, ma l’esperienza insegna a comprenderne la gravità: i capi con dei leggeri difetti sotto alcuni punti di vista possono essere assolutamente portati, anzi molto spesso ne accrescono il valore. Altri difetti di relativa importanza invece, come buchi e l’infeltrimento dei tessuti, non vanno sottovalutati.Per concludere, sono un sostenitore dello shopping moderato ma di altissima qualità. Non è fondamentale avere un armadio pieno di vestiti se poi pochi sono davvero fatti bene.