Come la moda continua a cambiare nel tempo
In un equilibrio precario tra marketing e creatività, la moda parafrasa da sempre ossessioni, sogni e speranze del nostro presente
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Quando è al suo meglio, questo è quanto fa la moda: si mostra come specchio della società e, attraverso una collezione dopo l’altra, segnala fotogrammi istantanei del nostro tempo, assurgendo talvolta al ruolo di contestatrice rivoluzionaria, altre a semplice spettatrice indignata. Pandemia, conflitti culturali e politici, crisi climatiche e inflazione si susseguono in un loop senza fine, concedendo pochi momenti di radicale tranquillità. L’ottimismo è forzato, ma necessario, e le rivoluzioni spesso sono più efficaci e durature se sono silenziose e graduali. La moda, nascosta sotto il suo patinato mondo elitario, offre più pretesti di contestazione di quanto facciano altri contesti, proponendo non di rado strategie consequenziali per dare un senso al nostro mondo.
Spettacolarizzazione 2.0
Molti dei cambiamenti più dirompenti sono frutto della democratizzante dei social media, rei di aver influito sulla spettacolarizzazione dei brand, costantemente sotto i riflettori e gli occhi attenti e giudicanti degli addetti ai lavori e del mondo intero. Questo incide anche sulle scelte operate dalle maison in campo sociale e politico, sui volti delle campagne pubblicitarie e sui testimonial adottati per rappresentarle. I social media hanno imposto una certa coerenza performativa, affinchè i brand si dimostrino sempre in linea con le posizioni pregresse assunte in pubblico, spingendoli spesso a perseguire lotte e battaglie solo grazie all’hype suscitato positivamente o negativamente, per migliorare o difendere la propria reputazione generale. Sebbene l’industria, nel suo complesso, abbia fatto passi da gigante nell’allargare il proprio spettro demografico, nel moltiplicare i punti di vista, nell’accogliere la varietà fisica ed etnica e nel mettere in discussione il binomio di genere, non si può dire che il lavoro su questo fronte sia compiuto.
L'apparente e ingannevole risveglio
La pandemia aveva addolcito gli animi; ci aveva fatto riflettere sulla caducità della vita, sull’empatia, sulla solidarizzazione e sull’importanza degli esseri viventi, prima di tutto. Questo aveva spinto le maison, in primis i designer, a ricontestualizzare quelle che sembravano delle certezze consolidate. Il mondo doveva rallentare, così come la moda, con i suoi ritmi incessanti, le sue svariate collezioni stagionali e la sua gerarchia elitaria. Le passerelle iniziavano così a essere maggiormente inclusive: il dibattito sulla genderfluid si amplificava; si parlava di body positivity, di accettazione, di uguaglianza e di diversity. E non se ne discuteva esclusivamente, si adottavano delle scelte concrete.
Tutti movimenti ragionevoli e necessari, che hanno trovato il loro massimo apice per qualche stagione, seguito poi da una rapida retrocessione. Già durante le Fashion Week Primavera/Estate 2023, è stato evidente come a dominare le passerelle fossero nuovamente le taglie zero, corpi filiformi post adolescenziali e non rappresentativi di più shapes fisiche. Modelle come Paloma Elsesser, Ashley Graham, Jill Kortleve sono oggi ingaggiate solo da alcuni brand, focalizzati sull’importanza di dare voce alla diversità, intesa come peculiarità singolare di ciascun individuo da valorizzare e mai schernire. Sono brand come Marco Rambaldi, Cormio, Collina Strada, Tommy Hilfiger, Ester Manas.
Less is more
Alessandro Michele, durante la sua direzione creativa da Gucci, aveva trasformato le sfilate in performance concettuali per dialogare sulle questioni della diversity e dell’accettazione. Inoltre, aveva spesso espresso la necessità di un sistema più lento e sostenibile, invocando quel “meno ma meglio”, salvifico per tutti. Per gli addetti ai lavori, per cui si chiedeva una nuova e migliore scansione del tempo, più aderente ai bisogni espressivi dei creativi, a sfavore dei riti stanchi della stagionalità e degli show, e per una moda più sostenibile e meno inquinante con i suoi numeri indicibili di produzione, a favore di un raggio di azione fondato sulla qualità e non sulla quantità. Tutte belle parole che, però, pur trascorrendo il tempo, non hanno visto attuazione. Alessandro Michele ha concluso la sua direzione creativa da Gucci e le collezioni presentate annualmente sono per lo più le stesse imposte da epoca pre-covid.
La lotta alla democratizzazione dei social media
Oggi, però, la consapevolezza è maggiore e la potenza dei social media conferisce alle giuste cause una portata più forte e impetuosa. In grado di veicolare notizie, gusti e opinioni, i social si ergono a bacheche di manifesti politici, stilistici e sociali. Le principali tendenze del 2023 sono state diffuse grazie all’hype dei video virali pubblicati su Tik Tok, attribuendo particolare importanza ad alcuni movimenti e scoraggiandone altri. La propensione per l’old money aesthetic o il quiet luxury propongono di concentrarsi sulla qualità dei prodotti selezionati per i propri look, privilegiando capi second hand o meglio vintage, che siano duraturi nel tempo e che rispondano ad una estetica raffinata e priva di ostentazione e di maxi loghi. É la risposta concreta alla velocità imperante della moda e soprattutto del fast fashion, che superano la già dibattuta stagionalità per spingere il consumatore ad acquisti sempre più frenetici ed impulsivi. Il quiet luxury, in voga da diverse stagioni, ha pochi mantra, ma si concentra principalmente sull’high quality, insegnandoci che poco e buono è meglio.
Il potere dei social media permette di aprire il dialogo sulle questioni più disparate, offrendo a chiunque la possibilità di intervenire e di esprimere le proprie idee, di condividere con il mondo le proprie esperienze e testimonianze, mettendo a disposizione di fruitori globali, dati più precisi e veritieri di quello che accade all’interno. La moda da elitaria si fa a poco a poco più democratica in questo senso, permettendo a chiunque di informarsi e di far parte di un mondo che fino a poco tempo fa, non aveva spazio per le persone comuni. I tanto amati e/o odiati influencers hanno conquistato i front row delle passerelle più patinate, occupando quei posti che venivano concessi solo ai più prestigiosi addetti ai lavori. Ognuno di noi può partecipare alla battaglia (in pace) che si ritiene più consona e giusta.
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