Sei una workaholic? Perché alcune persone non riescono mai a staccare dal lavoro (neanche a Natale)
Sono numerose le persone che dichiarano di controllare le mail in vacanza, di lasciare il telefono aziendale acceso, e magari anche di lavorare un po’ durante le feste. Gli strumenti digitali hanno reso la disconnessione sempre più difficile, e, intrecciandosi con le dinamiche personali, alimentano quella che si può definire una vera e propria ‘dipendenza dal lavoro’. Ma non staccare mai del tutto nuoce al benessere psicofisico: ecco come imparare a farlo.
Controllare le mail al di fuori dell’orario di ufficio, tenere il telefono aziendale acceso durante il fine settimana, fare una veloce modifica ad un progetto o mandare un messaggino per ricordare un impegno in un giorno festivo: sono tante, tantissime le persone che non staccano mai totalmente dal loro lavoro, e continuano a portare avanti piccole (o grandi) mansioni anche quando potrebbero invece riposare. Sono numerosi i sondaggi che lo confermano, ma anche senza scomodare i numeri basta una lettura del presente per osservare questo fenomeno: l’avvento della tecnologia e delle sue applicazioni digitali ha reso il confine tra vita privata e vita professionale sempre più labile. Con uno smartphone o un computer portatile si possono eseguire talmente tanti compiti da remoto che il concetto di ‘portare il lavoro a casa’ è ormai un’ovvietà, è una prassi scontata (mentre il diritto alla disconnessione è un principio che solo oggi si inizia, timidamente, a discutere). Inoltre, dall’emergenza Covid in poi lo smart working è diventato una modalità comune di lavorare per tantissimi settori che necessitano solo di supporti tecnologici basilari per funzionare. Ma questo cambio di abitudini, iniziato circa vent’anni fa, ha portato le persone a staccare sempre meno, riposare sempre meno, e godersi sempre meno le loro sacrosante vacanze: una ricerca condotta dall’agenzia americana Movchan ha rilevato che il 63% degli intervistati prova uno stato d’ansia se non controlla la mail di lavoro, e ben l’86% ha dichiarato di ricevere messaggi e comunicazioni dai colleghi anche quando è in vacanza.
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Alla ricerca del tempo libero
Per molte persone tutto questo accadrà anche a Natale e durante le festività di fine e inizio anno. Eppure, il riposo è fondamentale per il benessere psicofisico, e anche per la produttività stessa: bisogna ricaricarsi per poter funzionare davvero bene. Ma qualcuno proprio non ce la fa, tanto che in anni recenti sono stati coniati i termini workaholism e job addiction per indicare quella che sembra essere diventata una vera e propria dipendenza dal lavoro. “Tutti i processi organizzativi, macro e micro, negli ultimi anni si sono profondamente modificati costringendo i lavoratori a cambiare abitudini, ad imparare ad usare le nuove tecnologie e, soprattutto, a dover ricreare momenti di scambio relazionale formali e informali” spiegano Francesco Ferrara e Francesca Sollazzo, entrambi psicologi del lavoro, coach e formatori, nonché senior partner e partner di HXO Humanities inventriX Opera. “Nei nostri interventi, una delle esigenze più forti che emergono da parte delle persone è quella di ricreare il momento della ‘pausa caffè’ virtuale. Queste nuove modalità e abitudini hanno portato le persone ad assottigliare sempre di più il confine tra vita lavorativa e vita privata, confondendone i perimetri (quando sono a casa in smart working, sono più lavoratore o più persona?) e portando ad un sovra-utilizzo degli strumenti digitali”. Una recente ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico ha analizzato l’impatto del lavoro da casa sulla salute e il benessere, raccontano gli psicologi: “Emerge che la mancanza di un confine netto tra lavoro e vita privata, tipica del lavoro agile, può aumentare lo stress e la fatica mentale, oltre ad osservare una correlazione tra la difficoltà di disconnettersi e l’aumento di disturbi muscolo-scheletrici e problemi di vista, dovuti a una maggiore sedentarietà e all’uso prolungato di dispositivi digitali. Si evidenzia inoltre come la pressione a essere sempre reperibili e la cultura del always on possano generare stress cronico e compromettere la salute psicofisica”.
Cosa significa essere dipendenti dal lavoro
Quando si può parlare di troppo lavoro e quando di vera e propria job addiction, ovvero di dipendenza dal lavoro? “Quello noto anche come workaholism, è un disturbo comportamentale caratterizzato da un bisogno compulsivo di lavorare eccessivamente, anche a scapito della salute fisica e mentale, delle relazioni sociali e della vita familiare”, spiegano Ferrara e Sollazzo. “Non si tratta semplicemente di lavorare molto, di essere ambiziosi o di trovare profonda gratificazione dal proprio lavoro, ma di una vera e propria ossessione per la professione, che interferisce con la qualità della vita”. Alcuni sintomi “sentinella” possono aiutarci a capire se siamo vittime di job addiction: i due esperti citano, per esempio, il soffrire di insonnia, lo sperimentare disturbi gastrointestinali, oppure la comparsa di psoriasi o di disturbi muscoloscheletrici a livello lombare e cervicale, tutti sintomi direttamente collegati allo stress. Un altro campanello d’allarme è la tendenza a parlare tantissimo di lavoro, e poi a minimizzare quando qualcuno ce lo fa notare. Infine, anche “l’irritabilità e l’incapacità di gestire i micro-impedimenti extra lavorativi sono un altro segno di uno stato di addiction”.
Ma perché se il lavoro ci stressa non riusciamo a staccare? La risposta è ampia, avvisano i due formatori, perché riguarda certamente la sfera psicologica, che però cambia da individuo a individuo e anche a seconda dell’ambiente di lavoro. Per esempio, “per alcune persone può essere molto forte un bisogno di riconoscimento (guarda, lavoro anche da casa!) per altri invece può essere forte il bisogno di autoefficacia (con questo nuovo modo di lavorare non riesco ad essere ‘brava/o’ come prima e ci metto più tempo per dimostrare che invece lo sono ancora); per altri ancora è il bisogno di mantenere forti i legami sociali con i colleghi (il lavoro da casa porta ad una maggiore solitudine e si vuole restare in contatto)”. Ma occorre considerare anche alcuni aspetti di natura fisiologica, avvisano Ferrara e Sollazzo, che si vanno ad intrecciare a quelli psicologici: “È oramai dimostrato che l’utilizzo dei device digitali attiva il cosiddetto circuito dopaminergico. Tale circuito, presente in tutti gli esseri umani, è il meccanismo della ricompensa, che si attiva quando noi facciamo una cosa che ci piace. La dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto nei processi che fanno percepire il piacere, viene rilasciata in risposta a stimoli gratificanti come il cibo, il sesso, il successo, il gioco d’azzardo, la corsa, gli sport estremi, e contribuisce alla sensazione di piacere e alla motivazione a ripetere comportamenti che portano a tali ricompense. È dimostrato che gli strumenti digitali attivano questo meccanismo grazie ai ping, ai pop up, alle notifiche, ai sistemi di gamification che danno l’idea che dietro ognuno di questi ci sia una ‘sorpresa’ da scoprire e, quindi, a volerli usare sempre di più”.
Il ruolo dell'ansia e delle emozioni negative
Può essere che dietro alla dipendenza da lavoro si nascondano anche difficoltà personali, problemi familiari, incapacità di colmare dei 'vuoti'. In fondo pensare a lavorare il giorno di Natale, quando tutta la famiglia è riunita (un evento che nel mondo contemporaneo non accade così di frequente) può dare l’idea di voler ‘evadere’ da questi momenti che dovrebbero essere conviviali e piacevoli. “Dentro di noi convivono più identità”, riflettono i due psicologi. “Persona, professionista, figlio, genitore, amico, fratello, sorella. Alcune sono più importanti, altre meno, magari anche a seconda dei periodi. Il benessere è sicuramente frutto dell’equilibrio tra tutte queste identità, e quando questo equilibrio non c’è allora sì, i comportamenti disfunzionali che portano alla job addiction e all’incapacità di disconnessione potrebbero essere legati all’esigenza della persona di ‘colmare dei vuoti’.”
“Ansia ed emozioni negative sono sicuramente dei fattori che intervengono e determinano la relazione disfunzionale che abbiamo con i dispositivi digitali e con le relazioni lavorative (e non solo) a distanza”, proseguono gli psicologi. “Negli ultimi anni sono stati perimetrati due disturbi comportamentali che - seppur non ancora inseriti nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, un sistema di classificazione dei disturbi mentali utilizzato da psichiatri, psicologi e altri professionisti della salute mentale in tutto il mondo) e quindi non classificabili come diagnosi ufficiali - hanno molte correlazioni con i disturbi d’ansia generalizzati, con i comportamenti disfunzionali legati alle dipendenze o agli attacchi di panico. Il primo è la FOMO (Fear of missing out) che descrive in maniera specifica ‘l’ansia da disconnessione’ che è in particolar modo legata alla percezione delle persone di essere tagliati fuori dalle comunicazioni e relazioni, o di non fare abbastanza per restare connessi e quindi presenti in quello che accade. L’altro è la NOMOFOBIA (No Mobile Fobia) ovvero la paura di dimenticare o di non poter usare i propri dispositivi tecnologici”.
Consigli per staccare la spina
Bisognerebbe considerare tantissimi fattori, personali e di contesto, per suggerire un metodo generale su come imparare a staccare dal lavoro, spiegano Ferrara e Sollazzo. Tuttavia “Nella nostra esperienza professionale e grazie agli incontri che abbiamo fatto nei contesti lavorativi possiamo dire che alcune strategie possono essere trasversalmente funzionali”.
“Innanzitutto, è importante curare le relazioni: c’è una forte connessione fra supporto sociale e soddisfazione nella vita. Il supporto sociale ha un impatto sulla salute pari all’esercizio fisico, basti pensare che in diversi studi su persone ospedalizzate, quelle con livelli di supporto sociale più elevato avevano una probabilità di sopravvivenza/guarigione più elevata. Poi, è fondamentale mettere a fuoco degli obiettivi: avere una progettualità, e quindi una aspettativa di qualcosa che possiamo ottenere se agiamo, oltre ad attivare il sistema dopaminergico in maniera positiva ci permette di avere un salvagente, un’attrattiva, qualcosa che ci seduce e ci fa muovere invece di girare nella ruota come criceti”.
Ancora, proseguono i due esperti, “È utile porsi delle domande che ci permettano di ragionare su noi stessi, su cosa vogliamo fare ed essere, anche guardando agli altri come fonte di apprendimento: un collega o un amico possono essere una fonte di ispirazione per fare qualche cosa di diverso, per sentirsi motivati e riuscire a mettere in campo un cambiamento. Noi invitiamo a porsi queste domande: Cosa mi manca di più? Cosa non mi manca per niente? E quindi: cosa è veramente importante e significativo per me? Quali risorse sto scoprendo negli altri? Chi mi sta sorprendendo e perché?”. Non sottovalutiamo poi tutti quegli aspetti che legati al concetto di 'energia': “La correlazione tra mente e corpo non è più un’opinione ma un dato di fatto. Camminare, correre, fare sport, yoga, meditazione, tutte sono attività che attivano il nostro corpo in maniera positiva e permettono al nostro corpo di funzionare correttamente, di abbassare gli stati d’ansia, di liberare la mente dai ruminamenti”.
Infine, concludono gli psicologi, “È importante imparare a regolare i pensieri disfunzionali: frasi come devo sempre fare questo e quell’altro oppure questa richiesta è terribile o ancora tocca sempre a me/non c’è mai qualcuno che mi aiuta esprimono pensieri caratterizzati da doverizzazioni, catastrofizzazioni e assolutizzazioni. Abbassiamo il volume di questi pensieri, chiediamoci se davvero è sempre tutto difficile, capiamo se davvero è terribile o se quella cosa la vogliamo fare. Questo esercizio può aiutare ad essere più focalizzati e padroni delle proprie scelte”.