Lavorare da casa è comodissimo ma può uccidere la carriera delle donne (è il proximity bias)
Dietro la promessa di conciliazione tra vita e lavoro e libertà, lo smart working è una trappola: le aziende sono fondate su presenza, visibilità e presenzialismo.
Il nome tecnico è proximity bias: il pregiudizio che premia chi sta fisicamente vicino al capo.
No: per una volta non parliamo del fatto che la cura dei figli compromette la qualità del lavoro da casa, ma del proximity bias. Un pregiudizio ancora fortissimo, soprattutto in Italia, che letteralmente può uccidere la carriera delle donne.
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Andiamo con ordine. Da quando esiste, il lavoro da casa (o da remoto) è stato raccontato come "la" soluzione: niente traffico, niente treni all’alba, niente riunioni in sale brutte e il proiettore. Soprattutto, per molte donne, lo smart working è sembrato (e attenzione al verbo "sembrare") finalmente uno strumento di sopravvivenza: poter lavorare senza dover scegliere ogni giorno tra carriera, figli, casa, cura, scuola, pediatra, genitori anziani, spesa e tutto il resto del circo che ancora oggi viene scaricato sulle spalle femminili più che su quelle maschili.
evviva lavoro da casa: non fosse per il proximity bias
Il problema è che il lavoro da casa non è qualcosa che ha risolto un problema ma anzi al contrario ne ha creati molti, molti altri. E man mano che passano gli anni e la questione viene problematizzata, emergono sempre più variabili che finiscono per renderlo esso stesso un problema. Altro che soluzione.
Dentro aziende, redazioni e uffici le gerarchie continuano a funzionare addosso a una regola non scritta ma evidente: è premiante la visibilità. E qui entra in scena il proximity bias, cioè il pregiudizio di prossimità.
La Harvard Business Review lo definisce come la tendenza di chi ha posizioni di potere a trattare più favorevolmente lavoratori e lavoratrici fisicamente più vicini, una scorciatoia mentale che porta manager e dirigenti a decidere su performance, promozioni e incarichi sulla base della familiarità più che di criteri oggettivi. Il che ci spiega come mai non sempre vince chi lavora meglio ma vince chi passa più spesso davanti alla porta giusta.
È il vecchio presenzialismo con un nome nuovo, che nonostante la tecnologia che dovrebbe democratizzare i processi o la dedizione individuale alla fine è la persona che sta di più in ufficio quella viene percepita come più coinvolta e più affidabile. Quella che invece fa tutto - di tutto e di più - da remoto rischia di sparire e infatti sparisce.
solo un terzo delle donne che lavorano da casa ha ricevuto una promozione
Il lavoro magari lo fa, persino meglio, ma non intercetta il corridoio, la pausa caffè, la conversazione informale dopo la riunione, il già che sei qui ti affido questa cosa. E in molte carriere, purtroppo il già che sei qui vale ancora più di "quella persona è più adatta o più brava". Intanto lo smart working in Italia è ormai una componente strutturale del lavoro: secondo Istat, nel 2023 quasi 3,4 milioni di occupati, il 13,8 per cento del totale, hanno lavorato da remoto almeno una volta nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, circa 1,4 milioni lo hanno fatto per almeno metà dei giorni lavorativi.
Nel 2025, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, gli smart worker sono circa 3,575 milioni. Il punto è per le cose che ci siamo già abbondantemente dette, per le donne può essere una trappola mortale nella quale si incrociano risorse e penalità.
Il report 2025 Women in the Workplace di McKinsey e LeanIn.Org parla esplicitamente di flexibility stigma: solo un terzo delle donne che lavorano soprattutto da remoto ha ricevuto una promozione negli ultimi due anni o ha uno sponsor interno, contro oltre la metà delle donne che lavorano prevalentemente in presenza.
la promessa di libertà che lusinga le donne ma le esclude
Per gli uomini, invece, gli esiti restano molto più simili indipendentemente dal luogo da cui lavorano. È qui che casca il proverbiale asino: il lavoro da casa aiuta a reggere la vita quotidiana, ma può ridurre accesso a sponsor, mentoring, incarichi visibili e promozioni. E il bias di genere che impedisce alle aziende - ai dirigenti - di promuovere le donne fa il resto.
E la trappola è particolarmente insidiosa perché è travestita da promesse di libertà. Alle donne viene detto: puoi lavorare da casa, puoi conciliare, puoi esserci per tutti. Poi però, quando arriva il momento della promozione, conta chi è stato visto, chi ha pranzato con il capo, chi ha partecipato alla riunione improvvisa e non ufficiale, chi ha annuito nel momento giusto davanti alla persona giusta.
Lo smart working diventa così una stanza comoda per continuare a lavorare, meno utile per avanzare. Chiaramente fa comodo per il titolo ma non è il lavoro da casa a uccidere la carriera delle donne ma piuttosto un sistema che continua a confondere la presenza con il merito o la disponibilità fisica con l’ambizione e che è ancora intriso di bias sessisti.