Le "quote blu" se le donne (per una volta) sono troppe
La misura del Ministero per sovvertire la predominanza di donne a scuola.
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Il Ministero dell'Istruzione vuole introdurre le quote blu perché ci sarebbe uno "squilibrio di genere": vorrebbe quindi favorire l'accesso agli uomini alla carica di dirigente scolastico. Ma lo squilibrio è solo un'illusione: è vero che a insegnare a scuola le donne sono otto su dieci insegnanti ma i numeri del presunto svantaggio maschile si fermano a scuola: tra le cattedre universitarie e tra i dirigenti scolastici (quindi i presidi o le presidi) le donne sono meno. E già che ci siamo: guadagnano anche molto meno. Ed ecco in breve perché gli uomini non vogliono fare questo mestiere.
le quote blu: lo spiegone (breve)
In sintesi secondo il Ministero dell'Istruzione ci sono troppe donne presidi. Per risistemare le cose introduce le quote blu nei concorsi per dirigenti scolastici. In che senso? A parità di titoli sarà preferito il candidato maschio in quelle regioni con una differenza del 30 per cento tra presidi donne e presidi uomini. Lo dice chiaro e tondo l’articolo 10 della bozza del bando: "Considerate le percentuali di rappresentatività di genere in ciascuna regione, viene garantito l’equilibro di genere applicando nelle regioni Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto, in cui il differenziale tra i generi è superiore al 30 per cento, il titolo di preferenza in favore del genere maschile in quanto meno rappresentato". E sottolineiamo che questa iniziativa è possibile grazie al decreto del Governo Meloni che introduce le regole per il "riequilibrio di genere nella pubblica amministrazione" ma pensato per un Paese che, se uno squilibrio c'è (e c'è) è in favore degli uomini: su 334mila posti di lavoro coperti in un anno, oltre l'88% sono affidati a uomini). Ma andiamo orgogliosamente avanti.
Dove scatterebbe la preferenza automatica del candidato uomo a parità di titoli? Secondo l'osservatorio di Orizzonte Scuola ovunque tranne che in Sardegna: "l’unica Regione che non vedrà scattare la cosiddetta quota blu sarà la Sardegna che ha un differenziale intorno al 24 per cento", si legge sul sito dove si trova anche un grafico abbastanza esplicativo.
Le quote blu: che ne pensano le persone coinvolte
"Cosa ne pensate delle quote blu?" si legge nel gruppo Facebook Professione Insegnante (oltre 195mila membri). "Secondo me è un gravissimo errore. Già le donne non riescono a trovare lavoro, se togliamo loro anche l'insegnamento...", è il primo commento. Si legge a seguire che "I concorsi funzionano diversamente da altri tipi di assunzioni. Non ci sono discriminazioni; il più meritevole ha il ruolo. Fine", ma ahimé le quote blu cambierebbero le dinamiche dei concorsi: a parità sarebbe preferito un uomo. Un'altra risposta è "Benissimo. Se ci sono il 50% di uomini disposti a insegnare con salario minimo, in edifici fatiscenti, senza prospettive di carriera ben vengano, significa che si renderanno liberi il 50% di posizioni in altre occupazioni oggi appannaggio degli uomini, per le donne. Peccato però che questo scambio non avverrà mai". Non ha tutti i torti.
E ancora: "se ci sono più donne è perché più donne fanno domanda nella scuola e nei concorsi, se vincono più donne nei concorsi è perché sono più brave, è tutto in base al merito, quindi non ci dovrebbero essere queste quote blu, non sono d'accordo". E infine, "il ruolo di dirigente scolastico è uno dei pochi ruoli che consente alle donne di assumere un incarico di dirigenza, adesso deve essere anche normato con le quote blu? Vergognoso", seguito da, "Sono quote blu per la dirigenza. Vergognoso. Fossero per la docenza avrebbe pure un senso". Il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, ha detto a Adnkronos che "come all’epoca furono accolte le quote rosa, quindi ora accogliamo quelle blu".
perché così tante donne a scuola?
Per decenni è stato normale pensare che all'educazione dei bambini e delle bambine dovessero pensare solo le "femmine", andando a replicare fuori casa quel ruolo simil-materno che è stato affibbiato loro dalla cultura maschilista. E sono nate delle consuetudini e in taluni casi anche delle leggi che vincolandole alla sola professione di "maestra" hanno cercato di delimitare lo spazio d'azione delle donne. Le donne in Italia insegnano sin dal Risorgimento ma sempre e solo a scuola, mai all'Università, e a lungo hanno esercitato il mestiere soltanto in scuole femminili. Stando alla studiosa Angela Frulli Antioccheno e al suo volume Mestieri da donna - Le italiane al lavoro tra ‘800 e ‘900, nell'anno 1900 erano soltanto cinque le maestre che in tutta Italia insegnavano in scuole maschili, nel 1913 le professoresse erano il 24 per cento del totale del corpo docente alle superiori, il 34 per cento nel 1920-21.
Arrivarono però le politiche fasciste a determinare che il dovere primario delle donne fosse quello di procreare e di svolgere tutto il lavoro riproduttivo (quello cioè che consente agli uomini di svolgere quello produttivo fuori casa): così grazie alle leggi del 1923 alle donne fu vietato di diventare presidi di istituti superiori, poi anche di scuole medie, poi di partecipare ai concorsi per l’insegnamento in generale. E non esistevano praticamente altri lavori da svolgere fuori casa.
Quando finalmente l'Italia diventò una democrazia e abbracciò la Costituzione, le donne ritrovarono il loro posto a scuola ma con uno stipendio inferiore di un terzo rispetto a quello dei maestri uomini. E non è un modo di dire: la legge Casati stabiliva le percentuali di differenza tra gli stipendi. Quella che le donne fecero per tornare a occupare uno spazio che culturalmente era l'unico a loro consentito fu una battaglia decennale. E oggi, a parità di titoli e merito, applicare la preferenza in favore del candidato uomo, sembra una brutta barzelletta.
Alternative alle quote blu
Sempre il presidente nazionale di DirigentiScuola dice che se si vuole veramente equilibrare le quote di genere, dovrebbero essere ripristinati i concorsi separati per uomini e donne (ma davvero, la segregazione?). In pratica “per partecipare al concorso per diventare presidi bisogna essere docente: e oltre il 90 per cento dei docenti sono donne, per questo le candidate al concorso saranno sempre quasi tutte donne. Anche dando la precedenza agli uomini, a parità di punteggio i maschi saranno sempre pochissimi", ha detto ad ANSA.
Ma Cristina Costarelli, presidente Anp Lazio si chiede giustamente perché ci siano così pochi insegnanti maschi interessati a diventare presidi. La UIL parla invece di una “sovrapposizione burocratica” che non tiene conto dell’esperienza, delle capacità e delle attitudini dei candidati e definice la preferenza per il genere maschile come una “falsa uguaglianza” sottolineando che la professionalità non dovrebbe essere misurata in base al sesso.
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