Ai vertici di uffici e aziende ci sono incapaci perché esiste una cosa chiamata "effetto Dunning-Kruger"
Non è una sensazione: colleghi e colleghe con meno preparazione avanzano più velocemente.
Purtroppo questa dinamica ha una base scientifica: chi ha poche competenze spesso non ne è consapevole e quindi si lancia e si espone.
Chi è realmente competente tende a sottostimarsi perché conosce meglio i limiti del proprio sapere.
So di non sapere è la famosa frase di Socrate che ci è stata tramandata da Platone e che tra il 400 e il 300 avanti Cristo restituiva l'idea dell'effetto Dunning Kruger. La sostanza è che la consapevolezza della propria ignoranza è il punto di partenza per la vera conoscenza e crescita personale. L'ammissione dell'ignoranza non è una debolezza, ma la condizione necessaria per il desiderio di conoscere, per mettere in discussione l'ovvio e per non accettare passivamente la realtà. Ma andiamo al presente.
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Nel 1999, due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, pubblicarono una ricerca che rivelava un paradosso tanto comune quanto inquietante, ma che almeno spiega perché ad andare avanti nel lavoro - e forse nella vita - sono quelle persone che sembrano le meno adatte. Lo studio si basa su un esperimento durante il quale è emerso che le persone meno competenti tendono a sopravvalutare le proprie abilità, mentre quelle più preparate spesso le sottovalutano.
Questa distorsione cognitiva, oggi nota come effetto Dunning-Kruger, è una vera e propria sindrome del nostro tempo. Alla base del fenomeno c’è un meccanismo psicologico preciso: chi non possiede le competenze necessarie per valutare correttamente una situazione, non è nemmeno in grado di riconoscere i propri limiti.
Questo porta a un eccesso di fiducia in sé stessi, sé stesse, spesso accompagnato da un atteggiamento assertivo o persino arrogante che viene equivocato (spesso da altri incompetenti) e preso per leadership o talento. Al contrario, chi ha una formazione solida e una reale esperienza tende a essere più cauto, più cauta, consapevole della complessità e delle incognite che un eventuale avanzamento di carriera comporterebbe.
L’incompetente arriva a conclusioni sbagliate e non capisce che lo sono.
Nel mondo del lavoro gli effetti sono visibili praticamente a chiunque a meno che non si sia quello, quella, che avanza senza avere le competenze: colleghi meno bravi, meno intelligenti, meno brillanti, possono fare carriera più velocemente rispetto a chi ha una preparazione migliore e perché no il quid. Lì dove il quid è ovviamente non sempre visto, dal momento che, se tanto ci dà tanto, a stabilire chi avanza e chi no c'è qualcuno che a suo tempo era meno competente ma più spavaldo.
Sì, ci sembra chiaro che siamo davanti a un errore sistematico che riguarda non solo le aziende, ma anche la politica, la sanità, la comunicazione pubblica. Siamo davanti a un bias cognitivo collettivo e documentato, che riguarda tutti e tutte, sebbene in misura variabile. Nel senso che nessuno ne è del tutto immune, a qualche livello e in qualche settore.
Forse servirebbe fare un discorso sulla meritocrazia ma abbiamo già spiegato che non esiste. Allora cosa? Forse servono strumenti capaci di agire una valutazione oggettiva e soprattutto la capacità di distinguere tra chi sa parlare e chi sa fare. Dunning e Kruger concludevano il loro studio con una frase che resta attuale: "L’incompetente non solo arriva a conclusioni sbagliate, ma non è nemmeno in grado di riconoscere che sono sbagliate". Ma preferiamo Socrate e Platone, per capacità di sintesi.