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Nuovo lavoro, nuova vita: tre storie di chi ha dato una svolta alla propria carriera

storie di chi ha cambiato completamente lavoro 

Trasformare una passione in lavoro, assecondare desideri e inclinazioni, riscoprire il valore del proprio tempo o semplicemente, ambire ad uno stipendio più adeguato. Tre donne ci raccontano come, seguendo il loro istinto e dando ascolto alle proprie necessità, hanno rivoluzionato la loro vita professionale. Guadagnandoci, in tutti i sensi.

Non occorre partire per il giro del mondo in bicicletta, né tantomeno mollare tutto e aprire il proverbiale ciringuito sulla spiaggia: molto spesso per migliorare la qualità della propria vita basta cambiare lavoro. In fin dei conti, anche questa è una scelta rivoluzionaria, che può dare una svolta decisiva alla propria esistenza, trasformando una quotidianità poco soddisfacente (per usare un eufemismo) in una realtà finalmente appagante. Non si tratta di un passaggio semplice, che avviene in uno schioccar di dita: occorre pazienza, pianificazione, impegno e a volte anche un pizzico di fortuna. Quando si vorrebbe dare una scossa alla propria vita professionale, ma non si trova il coraggio di buttarsi perché cercare un nuovo lavoro è faticoso, sia mentalmente che psicologicamente, può essere utile ascoltare le storie di chi questo salto lo ha fatto, per capire dove ha trovato la spinta e la motivazione. Abbiamo parlato con tre donne che ci hanno raccontato la loro esperienza: storie molto concrete, tangibili, reali, nelle quali è possibile identificarsi e, magari, trovare la chiave di volta per innescare quel meccanismo che porterà al cambiamento, e ad una maggiore soddisfazione personale.

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Maria: “Addio posto fisso, ho trovato il ruolo giusto per me”

“All’età di 27 anni sono stata assunta come dipendente delle Ferrovie dello Stato, e sono rimasta nell’azienda per 15 anni, ricoprendo varie qualifiche”, ci racconta Maria. Ogni posizione prevedeva mansioni, contesti e colleghi diversi, ma si portava dietro un sentire comune: il “Senso di estraneità e la distanza emotiva da quello che facevo… mi sentivo sempre fuori posto, un passo indietro (a volte anche un passo avanti) agli altri, ma comunque mai in linea con il contesto, con la cultura aziendale e con il clima lavorativo”. Nella sua testa martellava una domanda: Che ci faccio qui?, afferma Maria, che oggi è una psicoterapeuta. “Ora so che dietro quell’insistenza della mia mente, a volte fastidiosa e fonte di disagio, c’era la mia salvezza, la mia essenza che voleva esprimersi e che voleva fiorire altrove”.

Eppure, il fatto di voler lasciare un posto sicuro, una stabilità, un buono stipendio, pensione assicurata e tutti i privilegi del lavoro stabile, la faceva sentire in colpa. “Mi sentivo un’ingrata nei confronti della sorte che mi aveva concesso il posto fisso tanto agognato per le persone della mia generazione. Ma io rivolevo la mia vita”. Un episodio doloroso come la perdita del padre e la difficoltà a conciliare l’assistenza al genitore con le esigenze del suo lavoro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, facendole capire che era giunto il momento di cambiare professione. La decisione “È maturata in un attimo, uno di quegli istanti che racchiudono una vita, e che segnano uno spartiacque tra il prima e il dopo. Arrivò dal profondo delle mie viscere un ‘ora basta’ che non ammetteva repliche”. Nessun colpo di testa: “Agii con prudenza e gradualità, presi dapprima un periodo di aspettativa per guardarmi intorno, iniziai a risparmiare… Feci il grande salto, ma un salto con il paracadute”.

storie di chi ha cambiato completamente lavoro 

“Quando firmai la lettera di dimissioni provai eccitazione mista a spavento perché ormai il mio sogno stava diventando realtà e non sapevo – non possiamo saperlo mai – come sarebbe andata. Ora credo che sia stata la decisione più saggia della mia vita e sono felicissima”, afferma Maria. “Con i soldi della liquidazione mi sono pagata la scuola di specializzazione in terapia cognitivo-comportamentale presso l’Istituto Skinner di Roma, i soldi più ben spesi della mia vita”. Dopo anni di studio, formazione, scambi con docenti e colleghi di spessore “Ho sentito di essere finalmente nel posto giusto, giusto per me, direi a casa. Oggi faccio il lavoro che amo, nei tempi e nei modi che io decido. Soffro un po’ l’apparato burocratico che diventa sempre più complicato con il passare degli anni, ma nel pacchetto all inclusive della vita penso che sia il prezzo giusto da pagare per la qualità della vita che ho ora”.

Martina: “La mia passione è diventata un lavoro” 

Martina oggi è una fotografa, ma fino a dieci anni fa lavorava full time nell’ufficio commerciale di una nota società di toner e cartucce per le stampanti. “Non era un lavoro che avevo scelto, era piuttosto l’unico che ero riuscita a trovare. Non ero a mio agio nel ruolo di venditrice, e poi era una posizione precaria, un lavoro senza garanzie e senza possibilità di crescita. Sapevo da sempre che non sarebbe stato il ruolo della mia vita ma non avevo chiaro cosa potesse avvicinarsi di più alle mie necessità e aspirazioni”. Da qualche tempo però, aveva iniziato ad interessarsi alla fotografia, a studiarla, a frequentare corsi serali e collaborare con alcune webzine del settore musicale.

Nel caso di Martina la spinta al cambiamento è nata dalla necessità: l’azienda stava riducendo drasticamente il personale, e lei ha colto al balzo l’occasione per “Farmi coraggio e provare una carriera diversa, che potesse somigliarmi di più”. Quando è arrivato il licenziamento, Martina si è trovata di fronte ad un bivio: “La scelta era tra cercare un altro lavoro ‘sicuro’ o tentare di avviare una carriera da fotografa libera professionista, puntando sulle mie forze e possibilità. Tutto questo è avvenuto in circa un anno, durante il quale la sera e nel fine settimana avevo iniziato a svolgere piccoli lavori fotografici”. Se non fosse stato per il licenziamento, ammette, “Probabilmente avrei avuto bisogno di più tempo per prendere coraggio”.

Oggi Martina è fotografa e docente: “Ho una mia agenzia di fotografe di matrimonio (Salt’n’pepper wedding portrait) e insegno presso l’accademia di costume e moda di Roma”. Durante il passaggio da un lavoro dipendente al muovere i primi passi in un mestiere che avrebbe poi fatto per passione, le sue emozioni sono state contrastanti: “Ero confusa, spaventata ed eccitata in misure e momenti diversi. Questo cambiamento è stato, ed è ancora oggi, soprattutto un lavoro crescita personale, un percorso di conoscenza e consapevolezza delle mie capacità e dei miei limiti”.

storie di chi ha cambiato completamente lavoro 

Soddisfatta di quello che ha costruito (“Non potrei mai pensare di tornare indietro!”) Martina offre una riflessione a chi vorrebbe cambiare lavoro ma non ha il coraggio di buttarsi: “La sensazione di incertezza e il non sentirsi all’altezza del cambiamento credo siano inevitabili, io li ho affrontati iscrivendomi ad un’accademia professionalizzante per avere delle solide basi e competenze che potessero permettermi di sentirmi più sicura nello svolgere e quindi nel proporre il mio lavoro. Inoltre credo sia importante pensare anche al lato economico, per cui trovare un lavoro transitorio, che richieda un impegno orario minimo e che permetta avere lo spazio mentale e il tempo materiale di dedicarsi alla propria attività senza essere troppo preoccupate per l’aspetto economico, può essere di grande aiuto. Il mio consiglio è quindi quello di buttarsi ma di procedere per step”.

Raffaela: “Ho riscoperto il valore del mio tempo”

“Ho lavorato negli ultimi vent’anni nel settore della musica. L’ultimo impiego era per un’etichetta di musica perlopiù indie e non legata alle grandi major”, racconta Raffaela. Quello che non andava di questa professione era soprattutto l’aspetto economico: “Dopo il covid c’è stata una riduzione sia del personale che degli stipendi, che ha colpito anche me, nonostante mi occupassi di tantissime cose: un po’ di marketing, un po’ di contabilità, un po’ di e-commerce, un po’ della parte legata all’editoria. Ero considerata una sorta di jolly.” Una posizione che le ha concesso una crescita professionale piuttosto frammentata, e soprattutto, alle nuove responsabilità e impegni non corrispondeva mai un miglioramento della situazione economica. “L’idea di cambiare lavoro è maturata in tanto tempo, è stato un sentire progressivo, man mano che cresceva la stanchezza nei confronti del lavoro stesso”.

Rafaella si è perciò rimboccata le maniche, ha ripreso in mano i libri e si è preparata per un concorso pubblico, che ha vinto tra migliaia di candidati: “Oggi mi occupo di pratiche amministrative per una realtà all’interno della Soprintendenza archivistica e bibliografica. Ne sono contenta, perché sto coltivando relazioni lavorative proficue, che continuano a crescere. Ho uno stipendio più alto e soprattutto stabile, che arriva puntuale, e quindi una sicurezza economica che mi fa stare molto tranquilla”. Ma non è solo l’aspetto economico della sua nuova professione ad appagarla: “Mi sto occupando di tante cose nuove che non conoscevo prima. Sono entrata in contatto con tutto un nuovo mondo, con la storia: gli archivi sono storia e memoria, hanno un enorme fascino, sono testimonianze tangibili di come le cose evolvono”.

Eppure, prima di fare questo salto, i dubbi e le incertezze erano tante. “Ero estremamente impaurita. Ho passato mesi in cui questo cambiamento era stato annunciato (avevo vinto il concorso, ma ancora non sapevo dove mi avrebbero posizionato) e questa sospensione mi spaventava parecchio”, ammette. “Ho usato tutti gli strumenti in mio possesso, dallo sport, in particolare lo yoga, alla pratica della meditazione, per cercare di rimanere serena e affrontare in maniera tranquilla il nuovo contesto lavorativo”. Ed è questo il consiglio che si sentirebbe di dare a chi non ha il coraggio di buttarsi, cioè “Far leva sulle proprie risorse per trovare il coraggio di agire e cambiare in meglio la nostra vita, facendoci guadagnare una migliore qualità del tempo. Quello che mi rende felice oggi è proprio questo, avere più tempo per me, per fare cose che mi piacciono. Prima mi dovevo fare in quattro, e non riconoscevo quanto fosse preziosa la qualità del mio tempo”.