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Molestie sul lavoro: panoramica su un fenomeno che non accenna a scomparire

molestie sul lavoro: come riconoscerle 

Le molestie che si consumano negli ambienti professionali continuano ad essere un grave problema di genere. Ce lo dicono i dati: molte donne non si sentono sicure nei luoghi di lavoro e di formazione, e non sanno a chi rivolgersi se subiscono qualche forma di molestia. Come riconoscere questo tipo di violenza e cosa fare se la si subisce.

Nel 2017 il cosiddetto movimento del MeToo, nato in seguito all’ondata di accuse di stupro e abusi indirizzate a Harvey Winstein (oggi pluricondannato), evidenziò quanto fosse diffuso il problema delle molestie nel mondo dello spettacolo. La reazione a catena che coinvolse le donne di tutto il mondo scoperchiò un gigantesco vaso di Pandora, mostrando come il fenomeno delle molestie che si verificano sul luogo di lavoro si estendesse letteralmente a tutti i settori professionali. Per un momento, l’eco di migliaia di racconti di approcci viscidi, di ricatti a sfondo sessuale, di relazioni professionali abusive, fecero tremare la terra sotto i piedi a molti personaggi di una certa popolarità o che ricoprivano ruoli dirigenziali. Tanto che, in loro difesa, si levò alta l’accusa di praticare la cancel culture e di voler silenziare gli uomini a suon di “non si può più dire/fare niente” in nome di un femminismo invasato. Ebbene, a distanza di sette anni davvero pochi di questi uomini accusati sono stati effettivamente ‘cancellati’ (solo i casi più eclatanti hanno avuto un seguito processuale, e assai rari sono coloro che hanno subito un effettivo danno di immagine o professionale). Al contrario, le donne continuano a subire molestie sui luoghi di lavoro, solo che il megafono delle loro denunce si è spento, salvo per alcune iniziative di attiviste: le molestie che si consumano negli ambienti professionali sono ancora un grave problema di genere. Le donne non possono ancora sentirsi sicure nei luoghi di lavoro (oltre che fuori, naturalmente).

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Molestie sul lavoro: una panoramica attraverso i dati

2 milioni e 322mila: è questo il numero delle persone che ha subito almeno una molestia sul luogo di lavoro nel corso della vita, secondo i dati Istat raccolti nel 2022-2023. Di queste, l’81,6% è una donna (pari a circa 1 milione 895mila). Proposte inappropriate, ricatti per ottenere un lavoro o un avanzamento, molestie fisiche, offese verbali sembrano colpire principalmente le giovani donne: il 12% delle vittime appartiene alla fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni, mentre il 10,8% sono 25-34enni. È vero che i dati registrano una diminuzione di ogni tipo di molestia rispetto alle scorse rilevazioni, probabilmente grazie ai faticosamente conquistati cambiamenti culturali, ma non sono minimamente vicino al segnalare la scomparsa del fenomeno. Se allarghiamo lo sguardo e andiamo a vedere all’estero, non troviamo numeri molto più confortanti: il report Women in the Workplace, che viene rilasciato ogni anno dall’omonimo ente indipendente e riguarda la situazione lavorativa femminile negli Stati Uniti, sottolinea come i dati sulle molestie non vadano migliorando da ormai cinque anni. Circa il 40% delle lavoratrici dichiara di aver subito una forma di molestia, dalla più “leggera” come le battute a sfondo sessuale fino al vero e proprio abuso fisico. Secondo i dati americani, le under 30 hanno la stessa probabilità di essere vittime di molestia delle over 30. “Non vediamo miglioramenti da qualche anno, e non notiamo sostanziali differenze tra quello che riportano le giovani lavoratrici e le colleghe più anziane”, ha commentato Alexis Krivkovich, senior partner a McKinsey che ha aiutato l’ente con le rilevazioni dei dati. “È decisamente allarmante”.

Tornando alla fotografia dell’Italia, non sorprende scoprire dai dati Istat che nella maggioranza dei casi la violenza sul lavoro ha come vittima una donna e come carnefice un uomo (81%). Ma chi sono questi uomini? Sono colleghi nel 37,3% dei casi, capi e supervisori nel 10% circa dei casi, e persone con cui si relaziona occasionalmente durante la propria carriera, come clienti, pazienti o studenti nel 26,2% dei casi. In un quinto dei casi coloro che riportano episodi di molestia affermano che sono avvenuti in maniera reiterata da parte della stessa persona. Non dimentichiamo che anche i luoghi di formazione possono essere ambienti in cui prospera la cultura della molestia: Irpi Media ha raccolto le testimonianze di studentesse relative agli ultimi 10 anni di corsi e stage nelle scuole di giornalismo, sottolineando come un terzo delle interpellate racconti di aver subito discriminazioni, molestie verbali e sessuali in classe e durante i tirocini.

Cos’è una molestia?

Come altre forme di violenza e discriminazione, le molestie si sviluppano all’interno di dinamiche di potere, alimentate da stereotipi di genere e dinamiche sociali dure a morire che spesso rendono difficile identificare l'abuso in quanto tale. Per questo saperle riconoscere in ogni loro manifestazione è fondamentale. Una molestia è “qualsiasi forma di comportamento indesiderato, verbale, non verbale o fisico, di natura sessuale, avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona, in particolare quando crea un ambiente intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”, recita la direttiva UE (2006/54/CE). Sono molestie i ricatti, le promesse di assunzioni o avanzamenti di carriera in cambio di favori sessuali, i contatti fisici non consensuali. Ma anche le offese e le battute oscene, i commenti sul corpo di natura sessuale, le avances, così come gli sguardi inappropriati e lascivi che mettono a disagio chi li subisce, la condivisione di immagini o foto dal contenuto esplicitamente sessuale. In presenza oppure online.

molestie sul lavoro: come comportarsi 

Le testimonianze riportate da Irpi Media sono drammaticamente emblematiche, e raccontano di colleghi, professori, personale degli istituti di formazione che commentano l'abbigliamento delle ragazze ("Con queste gonnelline mi provocate"), mandano messaggi inopportuni, si lanciano in avances indesiderate con una nonchalance disarmante, certi della loro posizione di dominio (professionale, ma anche di genere) sulle giovani tirocinanti o studentesse. I racconti sono stati puntualmente indirizzati alle istituzioni in cui si sono verificati gli episodi, per far sì che vengano prese delle adeguate misure. Tuttavia, quello che rimane addosso alle donne, alle ragazze che subiscono una forma di abuso, non sparisce con una denuncia: le conseguenze possono essere diverse in base all’entità della molestia, ma diversi studi rilevano effetti negativi sulla salute mentale e sul benessere generale delle vittime, aumento dello stress, dell'ansia, stati depressivi. Può diminuire la capacità di concentrazione, la produttività, aumentare l’assenteismo. Molte donne riportano ripercussioni sull'autonomia, perché si sentono più intimorite nell'affrontare il mondo. E può accadere anche in seguito ad offese apparentemente minori che non vengono adeguatamente elaborate.

Negli ultimi anni, e in particolare all’epoca del MeToo, si è parlato molto di cosa sia una molestia. I media, e soprattutto i social, si sono popolati di racconti, commenti e opinioni che dissezionavano i singoli casi che salivano agli onori della cronaca. Spesso si è caduti nel victim blaming (“Le ha fatto comodo”), altre volte si è minimizzato (“Che sarà mai? Una battuta”), ma in generale possiamo dire che la presa di coscienza da parte di donne e uomini sulla gravità del fenomeno è stata enorme. E in quell'occasione molte persone hanno imparato a riconoscere i comportamenti molesti. Il dato Istat che riscontra come le giovani donne siano le principali vittime di molestia potrebbe riflettere il fatto che le nuove generazioni di lavoratrici sono più sensibili al tema e più capaci di riconoscere il fenomeno rispetto alle colleghe di precedenti generazioni. Tuttavia, ancora oggi, in moltissimi casi le vittime non sanno a chi rivolgersi e come comportarsi: il 69,7% delle persone interpellate da Istat non saprebbe cosa fare in caso di molestia, e ben l’86,4% riporta che nel loro ambiente di lavoro non esiste una figura a cui segnalare gli episodi. Inoltre, nella quasi totalità delle aziende il tema delle molestie non fa parte di alcun corso di formazione (lo indica il 93,6% dei lavoratori).

Cosa fare se si subisce una molestia sul lavoro

Come spiega Virginia Dascanio, avvocata penalista della rete Non una di meno, in un utilissimo vademecum per riconoscere e agire di fronte alla molestia incluso nell'inchiesta di Irpi Media, “Utile è considerare il rapporto che intercorre fra i soggetti coinvolti. Si tratta sicuramente di violenza quando la molestia giunge da chi ha una posizione apicale nei confronti di chi è in posizione subalterna (Per esempio insegnante e alunna)”. Ma in generale, aggiunge l’avvocata, è violenza tutto ciò che avviene contro il proprio consenso: “Se hai subito un atto sessuale senza aver espresso il tuo consenso, è violenza. Solo sì significa sì, tutto il resto è solo un grande no. Il consenso si rinnova in ogni situazione e può essere revocato in ogni momento senza timore di deludere, arrabbiare, giudizio”.

Il tema della molestia sul luogo di lavoro è particolarmente spinoso perché sottende una dinamica di potere molto pericolosa: spesso la vittima sente di non poter denunciare per paura di danneggiare la propria posizione professionale. Capita di tacere, minimizzare, negare l’accaduto per evitare eventuali ripercussioni: “Reagire ad una violenza porta con sé molta energia e la paura di tirarsi addosso conseguenze forti che non avremmo la capacità di gestire”, prosegue Dascanio. “Questo stesso pensiero fa parte della violenza, in quanto la persona in posizione dominante agisce il potere con tale scopo”. 

molestie sul lavoro: le conseguenze sulle vittime 

Per poter raccontare una molestia ad un superiore, un collega, a qualche figura dirigenziale è importante essere sicure di trovarsi in un ambiente di lavoro sicuro, e di avere di fronte una persona che possa comprendere, tutelarci e agire per mettere fine agli episodi all'interno dell'azienda. In alcune organizzazioni si trova la figura della consigliera o del consigliere di fiducia, ovvero una persona che dovrebbe occuparsi di prevenire, gestire e risolvere casi di discriminazione, molestia, mobbing, ma in moltissime aziende non esiste nessuno con tali competenze. Tra le possibilità della lavoratrice c’è quella di rivolgersi ad un/una legale di fiducia per avere una consulenza (“In materia di violenza di genere il servizio di patrocinio gratuito a spese dello stato ti è garantito a prescindere dal reddito”, sottolinea Dascanio), così come quella di sporgere denuncia presso un’autorità di pubblica sicurezza. Sempre nella speranza di essere credute. Ma in generale, il consiglio è sempre quello di rivolgersi ai Cav, i centri antiviolenza: presenti su tutto il territorio permettono di entrare in contatto con persone competenti e preparate che ascolteranno, suggeriranno qual sia la cosa migliore da fare in ogni specifico caso e forniranno sostegno, sia psicologico che legale. Ricordiamo che il numero anti violenza e stalking operativo in tutta Italia è il 1522.