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Madri italiane “Equilibriste”: 1 su 5 smette di lavorare e dedica oltre 10 ore al giorno ai figli, secondo il Report di Save The Children

“Essere (madre) o non essere (madre)? Questo è il dilemma”, commenterebbe oggi un Amleto moderno, tenendo tra le mani – al posto dell’iconico teschio – il nuovo Report “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2024”, a cura di Save the Children.
di Giulia Lapertosa

“Essere (madre) o non essere (madre)? Questo è il dilemma”, commenterebbe oggi un Amleto moderno, tenendo tra le mani – al posto dell’iconico teschio – il nuovo Report “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2024”, a cura di Save the Children.Perché questo resta, oggi, ancora, per tantissime, la scelta di diventare madre: un dilemma entro il quale districarsi, procedendo a tentoni, tra dati che raccontano di ostacoli, carriere spezzate, disuguaglianze. Solitudine.

“Equilibriste”, le definisce Save The Children, le madri italiane.

E ci sembra di vederle: in piedi su una fune, con in mano un’asta, agitarsi forsennatamente, in alto quanto basta per far loro seriamente del male, se si concedessero il lusso di fermarsi a riposare, anche solo per un istante; sull’asta che tengono, da un lato le ambizioni, la carriera, il tempo libero, la vita di coppia; dall’altro la cura dei figli, la casa, il carico mentale, il giudizio sociale.

Le osserviamo, le madri italiane, funambole della vita, mentre ci scorrono davanti i dati del Report che le riguarda. E guardandole bene, le madri italiane, quei dati smettono quasi di meravigliarci.

"Le donne hanno bisogno di essere messe in condizione di realizzare i proprio sogni, i proprio desideri, comprese le proprie competenze", così Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale Istat, sottolinea l'importanza dell'empowerment femminile

L’Italia è il Paese europeo con l’età media più alta per il primo figlio

Nell’ultimo anno in Italia le nascite sono state meno di 400mila, con un calo del 3,6% rispetto al 2022.

Il numero medio di figli per donna è ormai di 1,20.

Le ultime stime Istat, riferiscono che tra le donne nate negli anni ‘80, vicine quindi alla fine della loro fase riproduttiva, ben un quarto non abbiano avuto figli.

E si aggiunge a questo un dato particolarmente allarmante: l’Italia è il Paese europeo con l’età più alta delle donne al momento del primo figlio. 31,6 anni, con l’8,9% di primipare over 40.

Un numero che preoccupa anche in relazione al cosiddetto Fertility-gap, ovvero alla discrepanza tra il desiderio di avere un certo numero di figli e la concretizzazione dell'esperienza: più si posticipano le nascite, più si riduce l’arco temporale a disposizione delle potenziali madri, che sono spesso costrette a rinunciarci.

Ma perché è questa la situazione italiana?

Osserviamo ancora le madri equilibriste e analizziamo insieme altri dati.

L’Italia è il peggior Paese UE per occupazione femminile: 1 donna su 5 smette di lavorare dopo i figli

In Italia una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata madre: il 72,8% delle convalide di dimissioni dei neogenitori riguarda le donne.

Donne principalmente madri, che si dimettono entro il primo anno di vita del primo figlio.

Le motivazioni? Al primo posto, l’impossibilità di conciliare il lavoro con il carico di cura di famiglia e casa.

Solo il 7% dei padri che si dimettono riporta la stessa motivazione.

A questo si aggiunga che - sebbene le donne in Italia raggiungano livelli di istruzione superiori rispetto agli uomini e si laureino con voti più alti e più frequentemente nei tempi, anche nelle materie STEM - debbano ancora scontrarsi con un mondo del lavoro dilaniato dal Gender Gap.

In Italia il tasso di occupazione femminile è fermo al 55%, circa 14 punti percentuali al di sotto della media europea (69,3%)

Questo ci rende il Paese con il più basso tasso di occupazione femminile tra gli Stati dell'Unione Europea.

Non solo. Siamo anche il secondo peggior Paese d’Europa (dietro di noi solo la Grecia) per differenza tra tasso di occupazione maschile e femminile: un divario di 19,5 punti, con una media europea di circa la metà (10,3%).

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Al Sud la situazione è ancora più difficile: l’occupazione femminile, per le donne che hanno due o più figli minori, scende al 40%.

E cosa dire dei padri?

È “curioso” sottolineare come diventare genitori sembri agire per padri e madri in due direzioni opposte: le madri lavorano meno delle non madri; i padri sono invece più occupati dei non padri.

Una disparità conosciuta come Motherhood penalty, legata soprattutto a fattori di tipo culturale, connessi al disequilibrio nei ruoli di cura dei figli (o di persone non autosufficienti) nel nucleo familiare.

Le madri lavoratrici guadagnano in media il 40% in meno rispetto alle non madri

Un’altra dimensione da esaminare riguarda il tempo impiegato nel lavoro.

Dimensione particolarmente importante, perché rappresenta una componente importante nel divario di genere anche economico: le donne che rimangono impiegate dopo la maternità guadagnano in media il 40% in meno rispetto alle donne che non sono madri, anche 15 anni dopo il parto, principalmente a causa di una riduzione del numero di ore lavorative, attribuita al passaggio a contratti part-time.

A tal proposito, è il 31,3% delle lavoratrici italiane ad essere impegnato part- time. Part-time che, per la metà dei casi, è involontario: le donne sono costrette a sceglierlo, ancora una volta per la necessità di conciliare i lavori di cura.

Una donna su 5 in Italia dedica oltre 10 ore al giorno alla cura dei figli

Otto madri lavoratrici su dieci, in Italia, dichiarano di “sentirsi in colpa”, nell’atto di (provare a) bilanciare la propria vita professionale e personale con quella famigliare.

E questo accade per un motivo: perché sentono gravare ancora su di loro in maniera quasi totalizzante la responsabilità della cura di casa e famiglia.

Nel 2022, l’EIGE (European Institute for Gender Equality) ha condotto un’indagine in ciascun Paese europeo, per indagare l’ammontare di ore settimanali dedicate, da donne e uomini, alla cura dei figli. In Italia emerge un divario di genere ancora fortemente pronunciato: nella fascia d’età 25-49 anni, ad esempio, una donna su 5 (il 20,5%) dedica oltre 10 ore al giorno (7 giorni alla settimana) alla cura dei figli, contro il 6% degli uomini.

Questo vuol dire che, con uno o più figli piccoli, un quinto delle donne non ha un’occupazione retribuita e dedica tutto il suo tempo ai bambini.

Più aumenta la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, più aumenta il tasso di fecondità

Un peccato, perché è stato più volte evidenziato come la partecipazione femminile al mercato del lavoro abbia un impatto positivo sulla fecondità: lì dove ci sono più donne presenti nel mercato del lavoro retribuito, la fecondità è maggiore.

Per l’Italia, considerando la presenza di donne tra i lavoratori con contratti a termine, l’INPS ha stimato che il passaggio a un contratto a tempo indeterminato aumenterebbe la probabilità di avere un figlio di 2-3 punti percentuali.

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Best Practice da altri Paesi per contrastare la Denatalità

In tema denatalità, Paesi come Francia e Finlandia stanno reagendo in maniera proattiva già da diversi anni, affrontando sfide demografiche simili ma adottando approcci diversi.

La Francia, per esempio, pone al primo posto il benessere delle famiglie, con un approccio incentrato sulla fornitura di risorse materiali e supporto pratico: lavora sul sostegno finanziario ai genitori, sull'accesso ai servizi per l'infanzia e, dal 2000 ad oggi, è l'unico Paese europeo rimasto stabilmente vicino alla soglia dei due figli per donna.

La Finlandia concentra invece i suoi sforzi sulla promozione della Parità di Genere, distinguendosi per esempio per un sistema esteso di congedo parentale e per una rete di servizi per la prima infanzia (e anche oltre la prima infanzia) altamente sviluppata, che mira a garantire un sostegno completo alle famiglie, lungo tutto il ciclo di vita dei figli.

Proposte per l’Italia per contrastare la Denatalità ed essere vicini alle madre

"Per crescere un bambino ci vuole un villaggio", recita un antico proverbio africano.

Perché, allora, in Italia ci ostiniamo a pensare che possa farcela una madre da sola?

Perché non (ri)costruiamo villaggi, comunità, società, che concorrano, insieme, tendendo le mani, alla crescita di un piccolo essere umano?

Perché non:

  • Introduciamo un congedo di paternità obbligatorio per tutti i lavoratori, non solo quelli dipendenti, di ameno 3 mesi retribuiti, per poi estenderlo ed equipararlo ai 5 mesi previsti dal congedo obbligatorio di maternità?
  • Garantiamo investimenti per gli asili nido e i servizi per la prima infanzia?
  • Promuoviamo Campagne di Comunicazione e iniziative di sensibilizzazione rivolte a tutte le generazioni, che incentivino una visione paritaria di uomini e donne, favorendo l’adozione di nuovi modelli culturali scevri da stereotipi di genere?
  • Rafforziamo il sistema di sgravi fiscali per promuovere e garantire l’accesso delle donne nel mondo del lavoro, il rientro dopo la maternità e la permanenza anche dopo?
  • Creiamo un sistema obbligatorio di certificazione delle imprese affinché si impegnino a garantire misure di conciliazione tra lavoro e famiglia e strumenti per contrastare il Gender Gap?
  • Agevoliamo misure per garantire il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso Iavoro o di pari valore?

Perché, insomma, non lavoriamo per far scendere le madri equilibriste da quelle loro alte, pericolose funi? Perché, solo per ricordarlo, loro ora lassù camminano appena. E invece, vorrebbero ritornare a correre.