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Vivere all'estero: i pro e i contro raccontati da un'italiana expat da oltre dieci anni

Trasferirsi all’estero è una scelta professionale che ha molti risvolti umani: occorre ridefinire relazioni, appartenenza e perfino il modo in cui si immagina il futuro. Conversazione intima con una professionista italiana che vive fuori da anni, sospesa tra libertà conquistata e senso di provvisorietà.

Martina ha trentotto anni e da più di dieci vive più all’estero. Dopo una laurea in biologia ha lasciato Roma per un dottorato in salute pubblica e nutrizione internazionale nei Paesi Bassi, convinta di voler fare ricerca accademica. Poi un progetto sul campo in Senegal ha cambiato la sua traiettoria: da allora lavora per una ONG che si occupa di sicurezza alimentare e nutrizione infantile, coordinando programmi di mense scolastiche, educazione alimentare e salute materna in paesi dell’Africa, dell’America Latina e del Sud-est asiatico. Attualmente risiede in Cambogia, ma ogni anno o due cambia missione (è stata in Guatemala, in Tanzania, in Mozambico, in Indonesia), e quindi anche casa e lingua. Ha imparato a vivere con valigie semipronte, amicizie temporanee e la sensazione costante di appartenere un po’ ovunque e da nessuna parte. Chi sceglie una carriera da expat deve infatti tenere in considerazione anche molti aspetti intimi, emotivi, per certi versi identitari: Martina ci ha raccontato le implicazioni umane di un mestiere che la porta a non mettere mai le proverbiali 'radici'.

Quanto è importante che le donne si sentano libere di viaggiare (anche) da sole?

Un lavoro che non annoia mai

Sei una expat ormai da molti anni. Quando hai iniziato a viaggiare, prima per studio e poi per lavoro, eri molto giovane: avresti mai detto che sarebbe diventata la tua vita?

"Non esattamente. Pensavo di voler fare ricerca, e quindi immaginavo che ogni tanto avrei viaggiato, ma sempre per periodi brevi. Poi ho avuto l’occasione di partecipare a un programma di medio-lungo termine in Senegal e lì ho capito che quella vita mi piaceva più di quanto immaginassi. Un po’ alla volta ho fatto carriera, fino a diventare project manager. Insomma: in parte è successo, in parte credo di aver continuato a scegliere quella direzione perché mi dava soddisfazione, mi faceva sentire viva".

Cambi missione ogni due anni circa. Che effetto ha su di te questa variabilità?

"È una forma di movimento continuo che all’inizio idealizzavo molto. Cambiare Paese, contesto, team, mi sembrava crescita pura condita di adrenalina, emozioni, scoperte. E in parte lo è stato davvero. Però è anche un esercizio costante di adattamento. Ogni volta ricominci da capo, casa, lingua quotidiana, supermercato, amici, routine. La tua vita personale deve continuamente riorganizzarsi. Col tempo impari anche a diventare più leggera: a sentirti a casa più velocemente, a costruire nuove abitudini. Per me il cambiamento non è mai stato una fatica, anzi lo trovo eccitante. Ma mi rendo conto che non è così per tutti".

Di sicuro non si può dire che il tuo lavoro sia noioso. 

"No, decisamente. Ed è anche una delle ragioni per cui continuo a farlo. In ogni missione cambiano i contesti, le persone, gli obiettivi. Si ha a che fare con modi di pensare, lavorare, comunicare nuovi, con burocrazie e sistemi diversi. Ci sono giorni molto complicati, soprattutto all’inizio, ma raramente monotoni. E poi quello che amo di questo lavoro è che ti dà continuamente la sensazione di stare imparando qualcosa, professionalmente e umanamente. Dopo tanti anni credo sia questo l’aspetto che mi tiene ancora molto motivata: la curiosità di vedere come vivono gli altri, sentirmi esposta a realtà che continuano a cambiare il mio modo di guardare il mondo".

C’è qualcosa che la vita all’estero ti ha insegnato sul lavoro che non avresti imparato restando?

"Che la professione influenza profondamente anche il modo in cui percepiamo noi stessi. Cambiare Paese ti costringe a capire chi sei fuori dal contesto che ti ha definita per anni: senza la rete sociale abituale, senza una padronanza perfetta della lingua, senza tutte le coordinate familiari. È una specie di reset, ma anche una possibilità enorme di crescita. Ti rende più flessibile, più consapevole e meno legata all’idea che la tua identità coincida con un solo posto o un solo ruolo".

Qual è la parte più bella di questa vita?
"La sensazione di avere avuto più vite dentro una sola. C’è una forma di libertà molto concreta nel sapere che ricomincerai, ti reinventerai, costruirai una quotidianità in tanti posti diversi, e che li conoscerai profondamente, non con lo sguardo veloce di chi ci va in vacanza. Non credo che questa vita renda automaticamente più felici, ma sicuramente ti allarga lo sguardo. E poi amo la sensazione di vivere una vita piena, pienissima (di luoghi, di persone, di ricordi, di esperienze)".

Cosa significa cambiare casa ogni due anni

Che tipo di persona bisogna essere per reggere questo tipo di esperienze?

"Non credo che questa carriera vada bene per tutti, e non penso nemmeno debba diventare un modello ideale. È una vita che richiede molta flessibilità emotiva: devi tollerare l’incertezza, saper ricominciare spesso e non avere bisogno di controllare tutto. E poi devi rinunciare all’idea di ‘costruire’, almeno nel senso più comune del termine: comprare casa, fare una famiglia, consolidare rapporti sono tutte cose che difficilmente collimano con la vita di qualcuno che si sposta ogni due o tre anni. Io credo di avere una natura abbastanza mobile, ma questo non significa che non desideri stabilità o legami profondi; solo accetto che possano avere forme diverse da quelle più tradizionali".

Che tipo di relazioni costruisci in questo ritmo?

"Relazioni molto intense ma spesso accelerate. Sai che il tempo potrebbe essere limitato, quindi entri rapidamente in confidenza con le persone, e questo crea legami forti, anche se a volte meno lineari di quelli costruiti in una vita più stabile. Impari anche a dare molto valore agli incontri: magari non condividi anni interi con qualcuno, ma condividi esperienze molto dense, che restano. Gli amici diventano una rete globale, e questo è bellissimo. Hai la sensazione di avere piccoli punti di riferimento ovunque nel mondo".

C’è un’immagine molto cool della vita da expat. Quanto è vicina dalla realtà?

"Abbastanza, ma non del tutto. La parte bella esiste: l’indipendenza, gli incontri, la possibilità di reinventarsi, le esperienze sempre nuove. Però spesso da fuori si vede solo la parte ‘instagrammabile’ e molto meno la fatica dell’adattamento continuo. Vivi spesso in equilibrio tra libertà e provvisorietà. Mi rendo conto che per alcune persone è estenuante, e che può portare a sentire la solitudine".

Qual è stata la rinuncia più grande?

"Probabilmente non esserci sempre nei momenti piccoli della vita delle persone che ami. Quando vivi lontano perdi pezzi di quotidianità, come compleanni, pranzi domenicali, nascite. Però ho anche imparato che la distanza non rende necessariamente i legami più deboli: a volte li rende più intenzionali, meno automatici".

Dov’è per te ‘casa’?

"Non direi che è un luogo geografico, è più una sensazione: poter abbassare la guardia, stare a mio agio. A volte coincide con una città, a volte con persone, a volte con una lingua".

Guardando avanti: ti immagini ancora così tra dieci anni? Sempre in movimento, senza un luogo definitivo?

"È una domanda difficile, perché la risposta cambia spesso. Una parte di me sì: riesco ancora a immaginarmi dentro questo tipo di vita. È una vita che mi ha costruita e che continuo a sentire profondamente mia, ma c’è anche una parte che si interroga sul desiderio di maggiore continuità, di stabilità. Credo che il ritorno sia una delle cose meno raccontate dell’esperienza expat, perché immagini sempre che il problema sia partire, invece a volte è tornare. Dopo anni fuori cambi tu, cambiano gli altri, cambia il modo in cui guardi il tuo Paese. Ancora non ho deciso quando e se tornerò, però sì, immagino di rientrare in Italia prima o poi".

Che consiglio daresti a chi sogna una carriera simile alla tua?

"Di non inseguire solo l’estetica della vita internazionale. Da fuori sembra tutto molto dinamico e libero, e in parte lo è davvero. Però richiede una grande capacità di adattamento e una certa serenità nel vivere l’incertezza. Credo sia importante partire per curiosità reale, non per fuga. E anche ricordarsi che costruire una carriera all’estero non significa diventare ‘senza radici’, ma imparare a costruire appartenenze diverse nel tempo. È una vita intensa, non sempre semplice, ma può essere incredibilmente arricchente".