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Nuove rivoluzioni, vecchie minacce: l'intelligenza artificiale che "ruba" il lavoro (ma solo quello delle donne)

L'automazione non minaccia tutti e tutte allo stesso modo, i numeri parlano chiaro: le donne restano pubblico e vittime di una ennesima rivoluzione che promette progresso e consegna disfatta. La storia non ci ha insegnato niente, oppure c'è la volontà di buttarle fuori dal mercato del lavoro? Delle due, l'una. 

L'automazione non minaccia tutti e tutte allo stesso modo. Secondo il report Building Tomorrow’s Workforce, le donne hanno il 40 per cento di probabilità in più di perdere il loro lavoro a causa della tecnologia rispetto agli uomini. E il Fondo Monetario Internazionale prevede uno scenario ancora più desolante: 26 milioni di posti di lavoro femminili a rischio nei prossimi vent'anni, con probabilità superiori al 70 per cento. Tutto questo mentre le donne continuano a essere marginalizzate nei settori tecnologici, restando spettatrici – e vittime – di una rivoluzione che non hanno nemmeno collaborato a scrivere. E infatti. 

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I numeri, come sempre, raccontano la verità meglio di mille comizi farciti di buone intenzioni. Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nei Paesi ad alto reddito il 7,8 per cento dei posti di lavoro femminili è a rischio automazione a causa dell’intelligenza artificiale, contro appena il 2,9 per cento di quelli maschili. Una sproporzione brutale che dice tutto: nella rivoluzione tecnologica in corso, le donne rischiano di essere le prime a cadere e le ultime a rialzarsi. Non è un caso.

La distribuzione settoriale parla chiaro: amministrazione, supporto clienti, sanità, servizi educativi. Sono questi i settori dove lavorano milioni di donne, e sono esattamente quelli su cui l’automazione sta calando la scure. Mentre il discorso pubblico inneggia ai miracoli dell'Intelligenza Artificiale, la realtà è che interi settori rischiano di essere spazzati via o radicalmente ridimensionati. Ma sono quelli ad alta percentuale di donne, quindi nessuno sembra preoccuparsene.

A questo si lega un altro dato inaccettabile: meno del 30 per cento delle professionalità che lavorano nel campo dell’intelligenza artificiale è donna. Questo significa che le regole, le scelte, gli algoritmi che stanno plasmando il futuro vengono decisi ancora una volta da uomini senza alcuna prospettiva di inclusione di genere (né altre, a dir la verità).

chi lavora nei settori del tech? Sì esatto: maschi, bianchi, etero

Secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, le donne sono solo il 29 per cento della forza lavoro nei settori scientifico e tecnologico, con una forte concentrazione in ruoli entry-level e - ma questo ovunque - opportunità di carriera limitatissime. E questo accade anche nel nostro Paese, dove le donne che occupano posizioni decisionali sono solo il 21,1 per cento tra i dirigenti e il 32,4 per cento tra i quadri (dati Inps) e in cui le ragazze diplomate superano di oltre la metà i coetanei diplomati (52,6 per cento in più) e lo stesso vale per le laureate contro i laureati (59,9 per cento in più). Ma la preferenza di assunzione o di avanzamento di carriera cade sempre e solo sui maschi. Meglio se bianchi, meglio se etero. E ora che spesso a decidere ci sono gli algoritmi e non più le persone non cambia niente: gli algoritmi li fanno le persone anzi, sempre loro: maschi, bianchi, etero.

E gli effetti dell'assenza di donne nei ruoli apicali del tech si vedono: bias sessisti negli algoritmi di selezione del personale, chatbot che rispecchiano stereotipi di genere, sistemi di valutazione che penalizzano le donne. L’Ai non è neutrale. L’Ai riflette il potere di chi la costruisce. Chi oggi canta le meraviglie dell'automazione senza affrontare queste diseguaglianze è complice. Sta scegliendo di ignorare che il cambiamento tecnologico non è un fiume in piena incontrollabile: è un processo modellato da decisioni umane, politiche, culturali. Se non correggiamo subito la rotta, l’intelligenza artificiale non sarà uno strumento di emancipazione, ma una macchina perfetta per replicare e amplificare le diseguaglianze sociali.

Il lavoro delle donne: a rischio a ogni rivoluzione

Come è possibile che ogni progresso tecnologico o industriale finisce per andare con le dita negli occhi delle donne e delle identità più fragili invece che migliorare la qualità della vita di tutti e tutte? E come è possibile che ancora oggi sia così? Proprio oggi, in teoria, le soluzioni esistono: servono investimenti massicci nella formazione digitale delle donne, accesso reale e paritario alle carriere STEM, inclusione obbligatoria nei team di sviluppo AI, audit sistematici per eliminare i bias dagli algoritmi, servizi alla cittadinanza che liberano le donne dal carico mentale, fisico ed energetico del lavoro domestico.

Ma forse quello che serve è solo un banalissimo cambio di passo: chiunque consideri la tecnologia come un territorio neutro, sappia che non lo è. È un campo di battaglia sociale e culturale come lo sono state tutte le precedenti rivoluzioni, dove chi resta dentro è sempre la stessa categoria di persona e fuori tutte le altre. Forse la storia non ci ha insegnato niente o forse sì. Forse sappiamo esattamente chi rischia di rimanere schiacciata, allora chiediamoci perché ci ostiniamo a fingere di ignorarlo.