Al di là dello schermo: il lavoro invisibile del digitale (spesso femminile)
Dietro ai social, alle community e ai contenuti che consumiamo ogni giorno, ci sono professioniste che operano nell’ombra. Moderatrici, assistenti, ghostwriter: sono loro a far funzionare il mondo online, ma raramente ricevono riconoscimento. Nuove professioni, antiche disuguaglianze.
Un post virale, un commento moderato, una newsletter inviata puntualmente: molto di ciò che appare sul web e viene consumato con un click immediato poggia su un lavoro lungo, complesso e spesso invisibile. Ci sono moderatrici che smistano migliaia di segnalazioni, ghostwriter che scrivono contenuti (spesso firmati da altri), assistenti virtuali che gestiscono community o uffici stampa digitali, social media manager che fronteggiano crisi online senza mai comparire nei titoli e nei ringraziamenti: sono professioni essenziali, al giorno d'oggi, ma decisamente poco visibili. E, in molti casi, sono svolte da donne. Questi ruoli sono spesso freelance, sorretti da contratti deboli e resi ancora più precari dall’avanzata dell’intelligenza artificiale. Dietro al lavoro invisibile digitale c'è una questione di riconoscimento, di tutela, ma anche una questione di genere. “Quando scrivo articoli o post per un brand, nessuno sa che sono io a farlo”, racconta Giulia, 32 anni, ghostwriter in una celebre agenzia di comunicazione milanese. “Non c’è firma, non c’è credito: ricevo le critiche per gli errori ma non il riconoscimento per i successi. A volte sembra di essere davvero un fantasma, e questo ammetto che un pochino mi pesa, psicologicamente”.
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Un lavoro da donne
Le cifre aiutano a comprendere l’ampiezza del fenomeno. Secondo uno studio pubblicato sull’Internet Policy Review, nelle piattaforme digitali europee circa il 41% dei micro-task è svolto da donne, mentre nella categoria ‘lavoro da freelance’ la quota femminile si attesta intorno al 43%. Entrando più nello specifico, i dati della piattaforma dedicata al lavoro Zippia indicano che circa il 66% dei ghostwriter negli Stati Uniti è donna, così come il 61,1% dei social media manager (altre statistiche arrivano a segnalare il 76%). In Europa, la percentuale di donne che lavora nella comunicazione digitale - dietro le quinte - raggiunge picchi del 75%, ma questa quota, naturalmente, non si riflette nella leadership.
“Come social media manager di un quotidiano, sono sempre esposta ai commenti sgradevoli e alle polemiche, ma non figuro nei titoli. Tutta l’attenzione va ai giornalisti, che certamente fanno gran parte del lavoro, ma noi non stiamo con le mani in mano. A nostro modo ci occupiamo anche noi di comunicare le notizie”, racconta Elena, 28 anni. “Eppure, ogni commento tossico, ogni crisi online, ricade in gran parte sul nostro lavoro. E poi, da quando l’AI scrive post e risponde ai messaggi, il mio ruolo è sempre più a rischio”.
Tra cura digitale e gig economy
Questi dati mostrano una doppia dinamica: le donne sono presenti in modo significativo in questi ruoli digitali nascosti, ma il fatto che svolgano professioni ‘dietro le quinte’ suggerisce che siano associate a competenze considerate marginali. La natura freelance di molti di questi lavori implica una contrattualizzazione debole, con ferie, maternità, malattia o contribuzione che non sono sempre garantite. Il risultato è una condizione vulnerabile sul piano economico e del riconoscimento professionale. A ben pensarci, il lavoro invisibile nel digitale ha molte somiglianze con il lavoro di cura tradizionale: sono entrambi poco riconosciuti, ed entrambi richiedono competenze relazionali e di gestione delle emozioni (tra le skills necessarie, figurano la pazienza, l'empatia, la capacità di mediare). Moderatrici, social media manager e assistenti virtuali mantengono calma e equilibrio di fronte a utenti aggressivi, community complesse o crisi online. È una vera cura del tessuto digitale, essenziale al funzionamento della rete ma raramente riconosciuta o valorizzata.
Molti di questi ruoli rientrano nella cosiddetta gig economy del contenuto, un modello di lavoro frammentato in micro-task o incarichi temporanei, spesso senza contratto stabile. Ogni post, commento, newsletter o contenuto scritto costituisce un’unità di lavoro pagata singolarmente. Questo sistema permette flessibilità e accesso rapido a nuove opportunità, ma comporta scarsa sicurezza economica, assenza di tutele sociali e difficoltà di carriera. Così, mentre le competenze richieste sono sofisticate e complesse, il modello di pagamento e riconoscimento resta debole.
Anche in questo contesto, le donne sono sovra-rappresentate.
Dietro la rete: una catena globale
Gran parte della moderazione e del supporto digitale è delocalizzata: dalle Filippine al Kenya, dall’India alla Polonia, decine di migliaia di persone lavorano filtrando contenuti pubblicati altrove. Il mondo online ‘pulito’ che vediamo ogni giorno esiste grazie a chi rimuove immagini violente, fake news o insulti, spesso in condizioni psicologiche difficili e con salari minimi. Ma accade anche a latitudini nostrane: “Si parla di burnout, ma nessuno parla del trauma di leggere certe cose”, osserva Francesca, 35 anni, moderatrice freelance per una grossa piattaforma di gaming.
Riconoscere queste figure significa valorizzare ore, competenze e responsabilità. Ma qualcosa si muove: a varie latitudini del mondo nascono reti di donne freelance che condividono tariffe e buone pratiche, oppure community come SheTech o Comunicattive che offrono formazione e supporto, e piattaforme che sperimentano modelli più equi. Eppure la minaccia resta duplice: scarsa visibilità e crescente automazione. Con strumenti di intelligenza artificiale che generano testo, immagini o commenti, molte delle attività svolte da queste professioniste rischiano di essere ulteriormente sminuite o ridotte. Il futuro del digitale dipenderà anche dal riconoscimento di chi, dietro lo schermo, ogni giorno tiene in piedi la rete grazie ad una catena globale di lavoro invisibile.