Il mestiere della nanna: cosa fa una consulente del sonno infantile
Tra notti insonni, stanchezza estrema e consigli contrastanti, gestire il riposo dei bambini è una vera sfida. Sempre più famiglie, anche in Italia, si rivolgono a una nuova figura professionale: la consulente del sonno infantile. Una specialista del settore ci racconta come aiuta mamme e papà a ritrovare l’equilibrio perduto.
Chi si prende cura di un neonato lo scopre molto presto: la mancanza di sonno non è solo una scomodità passeggera, è una questione di sopravvivenza. Ed è una condizione che può alterare profondamente l’equilibrio psicofisico di una famiglia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il sonno come un bisogno biologico essenziale: la sua deprivazione, anche solo per pochi giorni, incide negativamente su memoria, attenzione, regolazione dell'emotività e capacità di giudizio. A lungo termine, può contribuire a sviluppare disturbi dell’umore, aumentare il rischio di depressione post-partum e compromettere la relazione genitore-figlio. Insomma, non si tratta semplicemente di ‘essere stanchi’. Eppure, per quanto comune, l’esperienza delle notti insonni dei neo-genitori resta spesso confinata nel privato, accompagnata da luoghi comuni, da tanti “è normale”, “passerà”, “devi solo avere pazienza”. Intorno al sonno dei bambini circolano teorie molto diverse, a volte diametralmente opposte, su cosa si debba fare, e questa miriade di informazioni a cui oggi possiamo accedere grazie al web, intrecciate con i sempreverdi consigli ‘della nonna’, alimentano incertezza, senso di colpa e confusione in genitori già esausti.
Meditazione serale guidata per ridurre ansia e dormire meglio
Negli ultimi anni si è cominciato a parlare anche in Italia della figura della consulente del sonno infantile: un ruolo ancora poco diffuso, ma sempre più riconosciuto, che unisce conoscenze scientifiche, ascolto empatico e percorsi personalizzati che hanno l’obiettivo di costruire una routine sostenibile, rispettosa dei bisogni di tutti i membri della famiglia. Alexis Granelli, conosciuta come Dolcevia Parenting, è stata una delle prime professioniste in Italia a specializzarsi in questo ambito. Consulente del sonno e docente di disciplina dolce (un approccio educativo che mira a guidare il comportamento dei bambini senza punizioni, minacce o autoritarismo, promuovendo invece empatia, rispetto reciproco, autoregolazione e connessione emotiva), lavora con le famiglie per aiutarle a ritrovare quell’equilibrio messo a dura prova dai ritmi alterati delle prime fasi della vita. Abbiamo chiesto ad Alexis di raccontarci cosa significa fare la consulente del sonno, quali sono le sfide più comuni e i miti più duri da sfatare sulla nanna.
Il sonno come mestiere
Come è arrivata a svolgere la professione di consulente del sonno infantile? Cosa l’ha spinta in questa direzione?
“Ho deciso di diventare consulente del sonno quando è nata mia figlia: non dormiva mai. Faceva sonnellini di soli 35 minuti, e di notte si svegliava ogni 45. Ho provato davvero di tutto: l’ho messa nel lettone, l’ho allattata a richiesta, ho cercato ogni possibile soluzione. Ma con il passare del tempo mi sentivo sempre più scoraggiata, stanca e confusa. Intorno a me sentivo dire soltanto due cose: ‘Devi lasciarla piangere da sola’ oppure ‘Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala’. Nessuna delle due strade era accettabile. Per fortuna, negli Stati Uniti (di cui Alexis è originaria, ndr) questa figura professionale esisteva già da tempo, ed è lì che ho trovato una nuova via”.
Qual è stato il suo percorso di formazione? Come si è specializzata in questo ambito?
“Il mio percorso è iniziato con una grande fortuna: ho avuto l’opportunità di incontrare di persona Kim West (celebre consulente del sonno americana, ndr), che ha accettato di formarmi nel campo del sonno pediatrico. La sua formazione dura circa sei mesi e affronta ogni aspetto del sonno a 360 gradi, con un’attenzione particolare ai metodi più graduali e rispettosi possibile. Da lì in poi non ho mai smesso di crescere professionalmente: oggi ho una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, mi sono specializzata nello spannolinamento e sono anche docente di disciplina dolce. Credo profondamente che tutto ciò che riguarda la genitorialità debba essere accompagnato con empatia e senza giudizio, perché ogni famiglia ha la propria storia e il proprio ritmo”.
Come si svolge una consulenza?
“Di solito comincia con una chiamata introduttiva di 15-20 minuti con i genitori. Seguono poi le consulenze più approfondite, della durata di circa un’ora o un’ora e mezza, per chi decide di iniziare il percorso vero e proprio. Ci sono quindi le chiamate di follow-up, in cui riprendo contatto con le famiglie per verificare come stanno andando le cose, cosa desiderano modificare, e come possiamo adattare il piano insieme. Spesso, anche se si parte con una struttura precisa, le esigenze cambiano nel tempo. Ed è proprio questo uno dei punti di forza dell’avere accanto una consulente: qualcuno che accompagna, osserva e personalizza il percorso passo dopo passo. Credo fortemente che questo tipo di supporto sia molto più efficace e umano rispetto a un libro o a un corso online: strumenti utili, certo, ma che non possono offrire lo stesso aiuto su misura e continuo”.
Come arrivano a lei le famiglie? Conta di più la visibilità sui social o il passaparola?
“Senza dubbio, il passaparola è ciò che funziona di più. Non c’è nulla di più potente dell’esperienza diretta di un’amica o di una mamma che ha già vissuto quel percorso. Spesso mi sento dire: ‘Mi ha dato il suo numero una signora che ho incontrato al supermercato!’, e lo trovo meraviglioso. È il valore della condivisione autentica. Anche i social hanno un ruolo importante: servono a creare un senso di fiducia. Ed è essenziale, perché quando entro in una famiglia, accedo ad una dimensione molto intima. Senza fiducia, questo lavoro non sarebbe possibile".
“Dal punto di vista pratico, circa nove volte su dieci consiglio subito ai genitori di anticipare l’orario in cui i bambini vengono messi a letto. Non è sempre semplice: comprendo bene che, per motivi lavorativi o culturali, c’è una forte tendenza a farli andare a dormire più tardi di quanto sarebbe davvero necessario. Ma questo di solito è la prima modifica alla routine che chiedo di applicare. Sul piano emotivo, invece, un percorso di questo tipo può far emergere sentimenti e vissuti intensi. Spesso ci si ritrova a confrontarsi con la propria infanzia, con il modo in cui si è stati cresciuti, o con il senso di impotenza che si prova davanti alle emozioni dei propri figli. Sono percorsi profondi, interessanti per ogni famiglia, ma a volte anche impegnativi da affrontare”.
Secondo lei la figura della consulente del sonno è conosciuta? Che reazioni riceve quando parla del suo lavoro?
“Oggi sì, questa professione è molto più conosciuta e riconosciuta. Ma ricordo bene che, quando ho cominciato, ero davvero la prima persona in Italia specializzata nel sonno infantile, e la gente mi guardava come se fossi un po’ pazza! Oggi c’è più curiosità, anche se mi dispiace che sia rimasta l’idea - sbagliata - che un percorso sul sonno debba per forza prevedere bambini lasciati da soli a piangere in una stanza. Il mio approccio è ben diverso”.
Già. Lo ‘sleep training’, ovvero l’insieme di tecniche per aiutare i bambini ad addormentarsi e dormire in modo autonomo, è spesso oggetto di dibattito. Lei cosa ne pensa? Lo pratica? E come definirebbe il suo approccio?
“Sleep training, sleep coaching, percorso del sonno… alla fine parliamo tutti della stessa cosa. Tuttavia, il termine ‘sleep training’ a volte viene associato a metodi rigidi come quelli di Weissbluth o Estivill, diffusi tra gli anni ’80 e ’90, in cui i bambini venivano lasciati piangere da soli. Il mio approccio è completamente diverso, il più graduale possibile. È un approccio dolce, in cui il bambino non viene mai lasciato a piangere da solo, e non viene mai ignorato. Credo profondamente che un genitore debba sempre intervenire quando il proprio bambino piange - di giorno, di notte, sempre. La chiave è esserci, con presenza, calma e amore. Ma è anche un metodo efficace: so bene che i genitori esausti non possono aspettare mesi per vedere dei cambiamenti”.
L'importanza dell'ascolto
Immagino che molti genitori arrivino da lei stremati ed emotivamente provati. Come gestisce questi casi?
“Provo una grandissima empatia per quello che vivono i genitori in quei momenti: so bene di cosa hanno bisogno, perché ricordo perfettamente di cosa avevo bisogno io. Non dimenticherò mai quella sensazione di sentirmi esausta, persa, sola, insieme a mio marito. Questo mi aiuta a offrire compassione, ad essere una luce in fondo al tunnel. Certo, non è facile. Quando si è privi di sonno per molto tempo si diventa meno lucidi, si reagisce in modo meno razionale. Ma ci tengo tantissimo e so che posso aiutare a uscire da quel circolo vizioso”.
In un mondo pieno di consigli e informazioni, come si costruisce un’autorevolezza vera?
“Per me, tutto parte dall’empatia, ma è altrettanto importante offrire contenuti basati sulla scienza e sulle evidenze. Il mio lavoro è un po’ come preparare un buffet di conoscenze: ogni famiglia può scegliere ciò che sente giusto per sé. Io presento le informazioni disponibili, ciò che sappiamo essere vero, e poi sono i genitori a decidere come applicarle. Non impongo nulla: offro suggerimenti concreti, chiari e privi di giudizio. Essere autorevoli significa proprio questo: non essere né autoritari né permissivi, ma trovare un equilibrio fatto di fermezza e gentilezza. È lo stesso che cerchiamo di insegnare ai nostri figli”.
I percorsi portano sempre a risultati positivi? Ci sono casi in cui il suo metodo non ha funzionato o il percorso è stato interrotto?
“Fino ad oggi ho seguito più di 5.000 famiglie, e questo metodo ha già aiutato milioni di famiglie nel mondo. La buona notizia è che non esiste un bambino che non possa imparare ad addormentarsi in autonomia. Detto ciò, circa il 5% delle famiglie non riesce a completare il percorso, spesso a causa di condizioni particolari come apnea del sonno, reflusso importante, o carenze alimentari. In questi casi, si sospende.”
Qual è il più grande mito sul sonno dei bambini che vorrebbe sfatare una volta per tutte?
“Ce ne sono molti, ma quello che mi rattrista maggiormente è quando si fa credere alle mamme che l’allattamento sia la causa dei risvegli notturni. Non è affatto così: si può allattare un bambino per tutto il tempo che si desidera e, allo stesso tempo, riuscire a dormire tutta la notte. Mi dispiace vedere molte mamme che decidono di smettere di allattare pensando che questa sia la soluzione ai risvegli, ma il sonno e l’allattamento possono tranquillamente convivere. Il mio compito è proprio quello di aiutare le famiglie a trovare questo equilibrio.
Un altro mito molto diffuso è quello secondo cui più tardi un bambino va a letto, meglio dormirà. In realtà accade esattamente il contrario: più un bambino arriva alla sera stanco, più dormirà male e più si sveglierà durante la notte. Il sonno, in effetti, è controintuitivo e non segue una logica semplice, ma funziona così”.
Cosa consiglierebbe a un genitore che si sente completamente sopraffatto da notti insonni e da consigli discordanti?
“Il primo consiglio è ricordare che questa condizione non è una condanna inevitabile. Sentirsi esausti e sopraffatti non è un obbligo, e non è vero che se hai voluto un figlio, devi rassegnarti a non dormire. Assolutamente no. Però, se si cerca aiuto, è importante affidarsi a una persona che ispiri calma, fiducia e serenità. È meglio evitare di ascoltare troppe opinioni diverse perché questo porta solo confusione e insicurezza. Infine, è fondamentale ricordare che è possibile - e doveroso - migliorare il proprio sonno. Ogni famiglia può e merita di essere riposata”.
Qual è l’aspetto più bello o gratificante che le regala questo lavoro?
“Quando i genitori mi dicono 'Finalmente siamo riposati, siamo felici, ci sentiamo meglio, siamo più pazienti’ è meraviglioso. Ma ciò che mi emoziona di più sono le parole con cui descrivono i loro bambini: ‘Mi sembra un bambino diverso, più paziente, più felice, più sorridente’. Spesso, prima del percorso, questi piccoli erano costantemente stanchi, mentre dopo riescono finalmente a riposare come serve. Questo è ciò che mi fa battere il cuore più di ogni altra cosa, perché credo profondamente che se tutti i bambini potessero dormire meglio - e quindi essere più sereni, felici - il mondo in cui crescerà anche mia figlia sarebbe un po’ migliore”.