Estate dopo estate: il lavoro stagionale raccontato da chi lo fa
C'è chi parte con la voglia di divertirsi e chi torna con la stanchezza di turni massacranti e contratti incerti. Cinque lavoratori e lavoratrici raccontano cosa significa davvero fare la stagione, tra entusiasmo, precarietà e scelte obbligate.
Lo scorso agosto è salito agli onori della cronaca la storia di un giovane animatore turistico che ha lasciato il suo impiego stagionale già al primo giorno, sdegnato dalla paga bassissima e dalla fatiscenza dell’alloggio che gli era stato assegnato. Naturalmente si è accesa immediatamente la polemica che vede contrapporsi due prospettive molto lontane fra loro: quella delle vecchie generazioni, che ritengono i giovani d’oggi ‘viziati’, e quella delle nuove leve del mondo professionale, ragazzi e ragazze che non hanno più intenzione di farsi sfruttare. Su tutti i magazine, i social, i siti dei quotidiani, sono piovuti commenti con i racconti di diverse esperienze di lavoratori stagionali, ovvero di coloro che, per necessità o per scelta di vita, hanno deciso di dedicarsi a mestieri che hanno un picco estivo (e invernale, nel caso del turismo) per poi fare altro il resto dell’anno. Ma chi sono esattamente i lavoratori stagionali? E perché fanno questa scelta professionale? Spesso sono studenti, che attraverso questo espediente racimolano qualche soldo per poi dedicarsi agli studi il resto dell’anno, oppure giovani che si stanno affacciando al mondo del lavoro e vogliono fare esperienza. Ma a volte sono anche persone adulte che hanno scelto di lavorare così per avere tempo di viaggiare o dedicarsi alle proprie passioni nel resto dell’anno. O che lo fanno loro malgrado, senza averlo scelto. Mentre l'estate volge al termine, abbiamo raccolto alcune testimonianze per conoscere più da vicino la realtà del lavoro stagionale, con i suoi alti e i suoi bassi.
Quali sono i migliori segni da avere come colleghi?
Marta, mi diverto ma non mi arricchisco
“Dovevo solo fare un’estate come animatrice in un villaggio in Calabria, pensavo fosse un modo per distrarmi dopo l’università. Poi è arrivato l’inverno alle Canarie, la stagione successiva in Grecia… adesso sono qui in Sardegna, ho un contratto annuale con un’agenzia e la valigia sempre pronta.” Originaria di Torino, 25enne, Marta ha trasformato il lavoro stagionale in uno stile di vita. Ma, ci tiene a precisare, quando le dicono che ‘vive in vacanza’ storce un po’ il naso: “Il mio lavoro non è solo ballare in piscina o fare i giochi aperitivo. Devi reggere dei ritmi belli tosti, dei turni infiniti, convivere con lo staff, essere sempre allegra e su di morale, anche quando sei stanca morta, triste o magari hai le mestruazioni e vorresti solo stare in camera a guardare la tv. Ma ho imparato più in due anni di animazione che in cinque di studi: adattamento, lingue, gestione del gruppo”. Le chiediamo se riesce a risparmiare qualcosa e ci risponde sarcastica: “Diciamo che non è certo un lavoro che fai per arricchirti”.
Elena: “Non siamo choosy”
Elena, 28 anni, fa la receptionist in un hotel della riviera romagnola. Laureata in lingue, parla tre idiomi fluentemente, ha esperienza e, afferma, sa gestire tutto, dal check-in dei turisti alle prenotazioni online, fino alle emergenze notturne. “Ho iniziato 9 anni fa, quando studiavo e volevo fare un’esperienza in cui applicare la conoscenza delle lingue”. Il mestiere le è piaciuto, ha conosciuto tante persone e parlato diverse lingue, e soprattutto ha trascorso delle belle estati al mare. Negli anni, i titolari dell’hotel l’hanno sempre richiamata, e lei ha accettato di tornare. “Da qualche anno però non sono più così contenta: la paga scende, o meglio rimane uguale, mentre il costo della vita aumenta. Quest’anno mi hanno offerto 1.100 euro netti per sei giorni su sette, otto ore al giorno. E ovviamente senza straordinari. Quando ho chiesto un aumento, mi hanno risposto che ci sono altri pronti a prendere il mio posto.” Secondo Elena, il problema non è solo economico: “C’è una mentalità tossica: se rifiuti, sei pigra o viziata. Ma io non ho più 18 anni. Vorrei essere pagata in modo dignitoso per il mio lavoro, non è un capriccio.” Il lavoro stagionale può essere una bella palestra, conclude, “ma se le condizioni continuano a peggiorare, chi sarà disposto a farlo?”.
Luca, tre mesi di fuoco per viaggiare il resto dell’anno
Luca è un 32enne che ormai da anni fa le stagioni in montagna, a Zermatt (Svizzera), sia estive che invernali. “Lavoro tantissimo da giugno a settembre, tipo 10,12 ore al giorno, tutti i giorni, e poi da novembre a marzo. Ma metto da parte un bel po’ di soldi, che mi permettono di viaggiare il resto dell’anno”. Ci racconta di aver cominciato facendo stagioni nelle montagne italiane, ma di aver visto gli stipendi scendere di anno in anno, o comunque non adeguarsi al costo della vita. Da un paio di anni ha scelto quindi di cercare lavoro tra le montagne svizzere, dove la paga è di molto migliore. Non è tutto rose e fiori, ammette: “Non hai vita sociale, spesso condividi una stanza con altri, e se trovi un datore di lavoro tosto può essere dura. Ma ora ho trovato un posto serio, ci torno già da tre stagioni, e tra l'una e l’altra prendo un aereo per l’Asia, o per il Sud America, e mi godo il frutto della fatica.”
Giulia: “Faticoso, ma mi ha cambiato la testa”
Giulia ha 22 anni, studia, e a settembre partirà per il Trentino dove andrà a raccogliere le mele per un paio di mesi. Lo ha fatto anche lo scorso anno: “Dovevo pagarmi il secondo anno di università, ho risposto a un annuncio e in una settimana ero su, con guanti, stivali e orari assurdi.” Che esperienza è stata? “Massacrante. Ma anche liberatoria. Dormivamo in un ostello vicino al campo, sveglia all’alba, lavoro fisico vero. Mai fatto niente di simile. Però ho conosciuto gente da tutta Europa, ho imparato cosa vuol dire fatica, e ho scoperto che so farcela. Mi ha rimesso a posto le priorità.” Nel resto dell’anno, oltre a studiare, Giulia si dedica alla musica, nella speranza di renderla un giorno il suo mestiere ‘vero’, ma, nel frattempo, sta considerando l’idea di andare a raccogliere le fragole in Norvegia il prossimo anno: “Gli stipendi sono più alti ed è un posto che vorrei assolutamente visitare. Potrebbe essere una buona occasione per lavorare, viaggiare e fare esperienza all’estero”.
Salvatore. Quando la stagionalità è imposta
C’è anche chi alla stagionalità è costretto da un mercato del lavoro sempre più malsano. Salvatore, cuoco 38enne di origine sarda, lavora solo in stagione perché fuori da quei mesi “Non c’è richiesta, o se c’è è con stipendi da fame e richieste assurde”. Guadagna più o meno bene in base alla località, all’hotel, al ristorante che lo ingaggia, sottolineando come i datori di lavoro dei luoghi più chic, più rinomati, non siano certo quelli che offrono stipendi più dignitosi, anzi. “In stagione lavoro anche 14 ore al giorno, da impazzire. Di media prendo bene, ma lo stress è altissimo, e soprattutto quando finisce la stagione sei di nuovo punto e a capo.” Salvatore vorrebbe stabilità: “Vivo con l’ansia di trovare un contratto nuovo ogni anno. E se un’estate va male, salta tutto.” Secondo lo chef “Il lavoro stagionale va bene per i giovani, o se lo scegli tu”, ma che “a lungo andare, senza tutele, ti lascia sfinito”.