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Quando il successo è insostenibile: le donne ai piani alti rischiano il burnout

Una ricerca rivela che le donne ai vertici aziendali si esauriscono prima dei colleghi uomini, e non certo per mancanza di dedizione. La leadership femminile continua ad essere una sfida difficile da sostenere.

Conquistare ruoli di leadership nel proprio ambito professionale dovrebbe essere gratificante, eppure per molte donne è un traguardo che pesa più di quanto ci si aspetti. Innanzitutto, perché ci arrivano esauste: dietro ogni promozione ci sono anni di ostacoli invisibili, il cosiddetto soffitto di cristallo fatto di aspettative più rigide, divari economici e un gender gap che condiziona opportunità, riconoscimenti e supporto. E poi perché la leadership femminile spesso richiede non solo competenza e ambizione, ma anche la capacità di affrontare una pressione maggiore rispetto ai corrispettivi maschili. E difatti una recente ricerca mostra che le donne che arrivano ai 'piani alti' rischiano più facilmente il burnout rispetto ai colleghi uomini. Ma cosa rende la scalata così faticosa?

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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è una sindrome legata allo stress cronico sul lavoro non gestito con successo, che si manifesta attraverso esaurimento emotivo, distacco mentale e ridotta efficacia professionale. Non è semplice stanchezza, ma una condizione che può compromettere il benessere psicologico e la capacità di lavorare in modo sostenibile nel tempo.

Perché le dirigenti vanno in burnout 

Ebbene, secondo l’ultimo rapporto Women in the Workplace 2025 di McKinsey e LeanIn.org, le donne che occupano posizioni senior nelle aziende stanno vivendo livelli di burnout mai registrati prima. Circa il 60% delle dirigenti dichiara di sentirsi frequentemente esausta, una percentuale superiore del 10% rispetto ai colleghi uomini. Tra coloro che ricoprono da poco ruoli di leadership, la situazione è ancora più critica: il 70% riferisce episodi ricorrenti di burnout, mentre l’81% teme per la propria sicurezza lavorativa. Sono numeri che non raccontano semplicemente stanchezza, ma un sovraccarico strutturale.

Il report annuale, che analizza i dati di 9.500 dipendenti in 124 aziende americane e include interviste con 62 responsabili HR, mette in luce come la disuguaglianza sia soprattutto una questione di opportunità e supporto. Il divario appare più marcato all’inizio e alla sommità della carriera, e alla radice del problema c’è un insieme complesso di fattori. Innanzitutto, le professioniste senior spesso si trovano a gestire un doppio carico: oltre alle responsabilità lavorative ufficiali, affrontano compiti invisibili e non riconosciuti, come il mentoring informale, il lavoro di cura verso i team o la gestione delle dinamiche di inclusione e diversità. A questo si aggiunge ciò che la sociologa Arlie Russell Hochschild ha definito il secondo turno: una mole di lavoro domestico e di cura che continua anche fuori dall’ufficio, e che grava ancora oggi in modo sproporzionato sulle donne. Un accumulo di responsabilità che aumenta significativamente il rischio di esaurimento emotivo e mentale.

Questo carico è ulteriormente aggravato da dinamiche culturali e organizzative. Le dirigenti affrontano standard più severi e uno scrutinio costante e, soprattutto nei primi anni di leadership, si trovano ad affrontare micro-aggressioni e un insieme di aspettative implicite su come dovrebbero comportarsi e guidare, spesso non dichiarate ma comunque vincolanti. A ciò si aggiunge il cosiddetto prove-it-again bias, ossia la necessità di dimostrare continuamente di meritare quel ruolo, un fenomeno ampiamente documentato dalla letteratura scientifica.

Se al genere si aggiungono fattori come etnia e background, la questione si complica ulteriormente: non a caso le donne nere riportano livelli ancora più elevati di burnout e insicurezza lavorativa. 

Un successo più sostenibile

Questo scenario non riguarda solo gli Stati Uniti. Anche in Europa, studi di Eurofound evidenziano come le donne siano più esposte allo stress lavoro-correlato, così come ricerche di Deloitte mostrano che le lavoratrici riportano livelli più alti di stress e una percezione inferiore di supporto da parte delle organizzazioni.

Le conseguenze sono profonde, sia per le donne sia per le aziende. Per le professioniste, il burnout può significare ansia, perdita di motivazione e, nei casi più gravi, la possibilità di lasciare il lavoro o di rinunciare a opportunità di crescita. Per le organizzazioni, invece, vuol dire perdere talenti preziosi e ridurre la diversità ai livelli decisionali, un valore aggiunto per il successo aziendale ampiamente dimostrato. Il rischio è creare un circolo vizioso che vede meno donne ai vertici e quindi meno modelli e supporti per chi vorrebbe arrivarci.

Naturalmente la soluzione non è chiedere alle donne di resistere, occorre intervenire sulle strutture stesse. Questo significa, tra le altre cose, riconoscere e valorizzare anche il lavoro invisibile, introdurre programmi di sponsorship efficaci, promuovere politiche di equità e costruire sistemi di valutazione basati sui risultati, non sulla presenza. Fondamentale è anche investire nella formazione sui bias e garantire una distribuzione più equa delle responsabilità, dentro e fuori il luogo di lavoro.

Il problema non è la mancanza di dedizione o ambizione delle donne, ma un sistema che, pur celebrando la leadership femminile, non la sostiene davvero (quante volte si festeggia la 'prima donna' che raggiunge un ruolo di vertice ignorando che da quel momento il suo percorso sarà pieno di ostacoli?). Cambiare questa realtà significa ripensare le culture aziendali, eliminare le barriere invisibili e costruire percorsi in cui il successo non sia sinonimo di esaurimento: il punto non è rendere le donne più resistenti, ma rendere il successo più sostenibile.