Il muro della maternità: tornare dopo il congedo a un lavoro che non esiste più
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Rientrare al lavoro dopo il congedo di maternità è faticoso. Si dorme poco, spesso si allatta, e si è stravolte dal cambiamento radicale che comporta accudire un neonato. Eppure la società italiana, che pure esalta la natalità a parole, non offre alle donne un supporto concreto in questa fase. Anzi, a una fase già delicata si aggiunge un'aggravante: per molte, il lavoro che si lascia non è più quello che si ritrova. Spesso l’equilibrio pre-congedo svanisce, e al rientro ci si scontra con una realtà cambiata: mansioni ridistribuite, responsabilità sbiadite e progetti che ormai seguono logiche diverse. Per chi ha contratti a termine o collaborazioni, poi, la maternità segna spesso il capolinea: non serve un licenziamento, basta un mancato rinnovo. Quella che formalmente appare come una conclusione naturale, nella sostanza è una discriminazione definitiva.
La maternità è ancora una penalità
I dati sono impietosi: in Italia circa il 20% delle donne lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. Una su cinque. Ma il fenomeno colpisce duramente anche chi resta: tra chi rientra, una quota significativa subisce un peggioramento delle condizioni. Oltre il 60% del part-time femminile in Italia è involontario, spesso accettato per mancanza di alternative di cura o per riorganizzazioni aziendali che coinvolgono proprio le neomamme.
Il meccanismo è strutturale: durante il congedo le mansioni vengono spalmate sui colleghi rimasti. In molti settori, specialmente nel privato, accade semplicemente che il lavoro di tre persone venga fatto da due: dovrebbe essere una soluzione di emergenza che si risolve nell'arco di pochi mesi, e invece molto spesso diventa una nuova prassi, perché consente all'azienda di risparmiare. Al rientro, la lavoratrice trova che quell'assetto precario è diventato la nuova normalità, e di conseguenza la sua posizione diventa più precaria, meno importante, marginale. Non a caso, le ricerche sulla cosiddetta child penalty mostrano che, dopo il primo figlio, il reddito delle donne può crollare del 30-40% nel medio periodo, come risultato di una drastica riduzione di ore, promozioni e opportunità.
Il demansionamento ufficioso
Rientrare in un sistema che ha consolidato nuove gerarchie produce uno spostamento laterale che ha un forte impatto psicologico. Quando si viene tenute fuori dai progetti chiave, a incrinarsi è la percezione di sé, la fiducia nelle proprie capacità, la certezza della propria identità professionale (e ricordiamoci che accade in un momento in cui il carico psicologico ed emotivo della donna è già alle stelle). È un fenomeno che Joan C. Williams, docente di diritto e firma dell'Harvard Business Review, definisce maternal wall: un muro invisibile, un ostacolo che mette in discussione la competenza di una donna appena diventata madre. Williams osserva: "Molte donne non arrivano mai al soffitto di cristallo; vengono fermate molto prima dal muro della maternità. Donne di successo vedono il proprio supporto politico evaporare al rientro dal congedo".
Questo spostamento non è solo una sensazione, ma una violazione giuridica: la Corte di Cassazione (sentenza n. 20253/2021) ha ribadito che il demansionamento al rientro è illegittimo anche quando la maternità non ne è la causa diretta, ma la semplice occasione per attuarlo. Eppure, la mancanza di ufficialità rende tutto difficile sia da elaborare che da dimostrare: nessuno dice esplicitamente "ti demansiono perché hai avuto un figlio", rendendo arduo reagire a qualcosa che ufficialmente non è mai successo.
L'impatto psicologico della motherhood penalty
Il demansionamento diventa così una ridefinizione implicita del proprio valore. Sentirsi improvvisamente escluse crea una forte frustrazione e un senso di colpa distorto: si finisce per credere, erroneamente, che la perdita di importanza sul lavoro sia una conseguenza naturale della maternità.
Gli studi sulla motherhood penalty di Shelley Correll della Stanford University confermano che le madri vengono percepite come meno impegnate anche se mantengono gli stessi standard produttivi. Questo pregiudizio innesca una perdita di fiducia nelle proprie competenze e nella prevedibilità del proprio percorso: alcune donne descrivono il rientro come una ripartenza forzata, ma priva dell'energia e del riconoscimento che spettano a un nuovo inizio. Da quel momento in avanti, la carriera non riparte, si inabissa.
Per chi invece non può rientrare, la frattura è totale. Alla trasformazione personale del diventare genitore si somma un brusco arresto della carriera. La sequenza è chiara, anche se taciuta: prima il lavoro c’è, poi arriva la maternità, poi il lavoro cambia o sparisce; è una frattura che non riguarda solo la singola donna, ma rivela il fallimento di un sistema che celebra la vita a parole, ma punisce nei fatti chi la genera. Finché il rientro sarà vissuto come una concessione o una ripartenza forzata anziché come un diritto garantito, la maternità resterà, per troppe, una ferita professionale difficile da rimarginare.
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