Come funziona il contagio emotivo sul lavoro
Hai un collega o una collega che si lamenta a ogni occasione? Troppo lavoro, poco lavoro, task poco interessanti, o per i soldi, per i fatti suoi, pure per la temperatura dell’impianto di areazione in ufficio? È capitato almeno una volta a tutte e tutti noi di incontrare una persona così sul lavoro. Attenzione: il rapporto emotivo che naturalmente può crearsi con le persone con cui passiamo la maggior parte della nostra giornata è una delle fonti principali del nostro stress quotidiano. E a volte può persino condizionarci e ostacolarci sul lavoro. Oggi parliamo di questo.
Nella raccolta di brevi saggi a cura di Gemma Elwin Harris, Perché il cielo è azzurro? Risposte facili alle domande difficili dei bambini (BUR), Robin Dunbar scrive: «Quando ci innamoriamo la parte destra del nostro cervello diventa molto attiva. È infatti un’area particolarmente importante sotto il profilo delle emozioni. Il linguaggio viene invece controllato quasi del tutto dalla parte sinistra. Per questo abbiamo grandi difficoltà a parlare dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni: le aree del linguaggio poste a sinistra non riescono a inviare bene messaggi a quelle delle emozioni, a destra. Così ci mancano le parole, e ci sentiamo incapaci di descrivere ciò che proviamo». L’antropologo britannico (che ha dimostrato come ognuno di noi possa coltivare relazioni sociali stabili con un massimo di 150 persone, anche se può avere migliaia di contatti sui social network, senza limiti geografici di alcun tipo) spiega con queste parole come le emozioni spostino la nostra attenzione, fisicamente, rendendoci incapaci di fare cose semplici, come concentrarci sul lavoro quotidiano, quelle attività che sappiamo fare, che facciamo bene, finché qualcuno non si mette a lamentarsi di ogni cosa, per esempio e tutto diventa più pesante, complicato.
Come non essere di malumore in ufficio
Il contagio emotivo è facile: replichiamo comportamenti e, in ufficio, ci sincronizziamo su umori, espressioni, modi di fare. E di comportarci, anche male. Come quando qualcuno urla e a te viene da fare altrettanto. Nulla di ciò che ci accade resta in compartimenti chiusi. Quando lasciamo che le emozioni guidino i nostri pensieri, però, non diamo mai il meglio di noi. L'emotività ci porta ad autosabotarci, per esempio, facendo il gioco di un capo che vuole che ci facciamo fuori da soli, o più semplicemente ci porta allo sfinimento perché non riusciamo a distaccarci il necessario per accettare che quel che succede al lavoro è solo lavoro e va gestito secondo altre regole rispetto a quelle con cui gestiamo gli altri aspetti della nostra vita. Lo psicologo Marc Brackett – fondatore e direttore del Centro di Yale sull’Intelligenza Emotiva – ci invita a concederci una pausa.
Dirai: che banalità! Eppure contare fino a dieci come ci suggerivano già a scuola quando ci arrabbiavamo potrebbe essere davvero la soluzione. Secondo Brackett abbiamo imparato da piccoli a spostarci dal ragionamento razionale – durante il quale siamo in grado di raccontare pensieri ed esporre punti di vista diversi - all'irrazionalità. Nelle prime fasi della vita veniamo inevitabilmente esposti a discorsi negativi, sentiamo dare la colpa agli altri, assistiamo a pianti o litigi: tutte forme espressive che richiedono solitamente un basso controllo cognitivo e sono spesso reiterate perché – offrendo uno sfogo – fungono anche da gratificazione temporanea. Crescendo ricalchiamo molti dei comportamenti che abbiamo imparato, infilandoli qua e là tra le nostre abitudini, in contesti diversi, senza la capacità di vedere come questi influenzino le nostre relazioni impedendoci a volte di raggiungere i nostri obiettivi. Come se ne esce? Prendendoci una pausa appunto – quella che Brackett chiama metamomento –, per chiederci: «Sto ascoltando correttamente?» E anche: «Mi sto facendo ascoltare?» aggiungerei. Le pause, insieme a una respirazione lenta e profonda, ci permettono di abbassare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. In Permission to Feel: Unlocking the Power of Emotions to Help Our Kids, Ourselves, and Our Society Thrive (Celadon Books) Marc Brackett spiega che è un utile esercizio sforzarsi di trovare la nostra miglior risposta quando si è colti alla sprovvista dalle emozioni.
E chiede: quando il capo critica il tuo lavoro, quanto riesci a dirti che c’è sempre qualcosa che puoi imparare? La soluzione, per non scoppiare in lacrime o iniziare a urlare, è pensare alla propria reputazione: cosa voglio che gli altri pensino di me?