Consigli per trovare lavoro 6 minuti di lettura

Alla ricerca di un nuovo lavoro: come ricominciare da zero, dal punto di vista pratico

Una volta maturata la decisione, non sempre facile, di voler cambiare lavoro, occorre passare all'azione: come muoversi nella ricerca di un nuovo impiego? Da dove partire? Come si ricomincia da zero? Ne abbiamo parlato con un'esperta, la career mentor Fabiana Andreani, che ci ha dato tantissimi consigli e ottimi spunti di riflessione.

Orari che non si conciliano con la vita personale. Mansioni che non appagano. Stipendi inadeguati. Ambiente poco gradevole. Esistono diverse ragioni che inducono a pensare che sia arrivato il momento di cambiare lavoro. Una decisione che richiede un certo coraggio e una discreta intraprendenza, ma che diventa necessaria quando le criticità superano le soddisfazioni. Ma intraprendere un nuovo percorso professionale non è sempre facile, e, come dice un veritiero adagio popolare, cercare lavoro è un lavoro: richiede impegno, tempo, organizzazione e una certa strategia. Abbiamo chiesto a Fabiana Andreani, career mentor e divulgatrice, di darci alcune indicazioni pratiche che possano aiutare chi desidera cambiare professione: come si riparte da zero?

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La mappatura mentale

Quando si tratta di ‘reinventarsi’ dal punto di vista professionale viene spesso tirato in ballo il termine restartability, un neologismo che indica la capacità di ricominciare. Si tratta della “Abilità di individuare quali competenze possiamo spostare da un ambito all’altro. Possono essere tecniche o trasversali (per esempio capacità di leadership, di negoziazione, di comunicazione), e ci danno la possibilità di immaginarci in posizioni diverse”, ci spiega Andreani. Nel concetto di restartability rientra inoltre la capacità di individuare un percorso in cui riposizionarci, prosegue l'esperta, che tuttavia specifica: “Occorre saper individuare quelle che sono le opportunità reali, perché alcune possono non essere alla nostra portata per i requisiti richiesti, oppure non essere adeguati a quello che cerchiamo, o magari richiedono più sacrifici di quelli che siamo disposte a fare. Dobbiamo renderci conto che siamo un unicum di competenze, ed è quella la nostra forza contrattuale”.

“Secondo me la prima cosa da fare è individuare perché vogliamo cambiare, cos’è che ci dà fastidio, cosa non ci piace della situazione attuale. È importante perché altrimenti il rischio è che nella fretta di ‘fuggire’ andiamo a incastrarci in una situazione che ci rimette nelle stesse condizioni”, avverte Andreani. È il compenso che non ci soddisfa? La posizione? L’ambiente di lavoro? “Dobbiamo capire cos’è che vogliamo cambiare per evitare di ricascarci”. Dopodiché, consiglia l’esperta, “Bisogna fare una mappatura concreta di quelle che sono le nostre opportunità. Prima di tutto bisogna capire dove vogliamo lavorare geograficamente, perché quello determinerà gran parte delle opportunità. Dopodiché potremmo fare anche una lista delle nostre competenze tecniche e competenze attitudinali.  A questo punto, dobbiamo delineare quelle che sono le possibilità, e capire quali sono i canali adatti per trovare lavoro”. Quali persone mi possono aiutare? Quali informazioni riesco a reperire sull’azienda o la posizione che mi interessa? A volte, suggerisce l’esperta, può essere utile anche riadattare il nostro percorso in base alle occasioni che si presentano: “Moltissime persone che conosco hanno trovato lavoro grazie ad opportunità inaspettate”.

Quando iniziare a cercare un nuovo lavoro

Una delle domande che spesso ci si pone quando si vuole cambiare professione è: dovrei iniziare a cercare mentre ho ancora un impiego? Secondo Fabiana Andreani sì, e non solo per il rischio di ritrovarsi temporaneamente senza stipendio (questo è un criterio che può variare di situazione in situazione), ma per un aspetto legato alla competitività: “In base alla mia esperienza direi che in fase di negoziazione molte aziende danno un valore contrattuale maggiore alla persona che lavora piuttosto che la persona che non sta lavorando. Ovviamente non accade sempre, ma tendenzialmente se stiamo lavorando e l’azienda ci deve ‘convincere’ ad andare da loro, quindi potrà farci un’offerta migliorativa rispetto alle condizioni attuali. Abbiamo un piccolo vantaggio competitivo se stiamo lavorando. Se invece siamo inoccupati”, spiega l’esperta, “dovremo impegnarci di più nel comunicare e nel vendere quello che sappiamo fare”.

Un altro dubbio che può sorgere nel cercare un nuovo impiego riguarda la continuità: al fine di essere selezionati da un’azienda, conviene rimanere sul tracciato della precedente posizione oppure no? L’esperienza è il requisito più importante, o la flessibilità può essere un valore aggiunto? “Dipende dal tipo di azienda”, riflette la career mentor. In generale tra le aziende italiane c’è una certa predilezione per la continuità. Avere esperienza dà un senso di sicurezza a chi ti assume. Ma una tendenza che si sta affermando a livello internazionale, soprattutto in aziende che hanno un business molto trasversale (per esempio quelle che commerciano tanti tipi di prodotti, su tantissimi mercati), è quella di valorizzare le competenze, a prescindere dall’esperienza. È chiamato skills first approach, ed è considerato un approccio vincente perché da accesso ad un pool di talenti più ampio, con persone che ragionano in modo diverso tra loro e apportano idee sempre nuove. La diversità in certi casi è fondamentale. Questa è stata un po’ la sorpresa nel mercato del lavoro degli ultimi anni: ho visto in diverse multinazionali con cui ho collaborato passare dall’essere molto rigide all’aprirsi alla trasversalità, alla diversità di percorso”.

L’orientamento e la formazione

Se abbiamo bisogno di supporto per trovare un nuovo lavoro possiamo rivolgerci ai centri per l’impiego (o agli enti privati autorizzati per le politiche attive del lavoro). Si tratta di utili strumenti forniti dallo stato per aiutare i cittadini disoccupati ad orientarsi, guidandoli alla scoperta dei canali professionali. Esistono in tutta l’Unione Europea e naturalmente anche in Italia. Ma come funzionano? E, soprattutto, funzionano? Ce lo spiega Andreani. “Innanzitutto, si richiede una consulenza, durante la quale si viene inquadrati per cercare la soluzione più adatta a noi. Può essere che si venga inseriti in un percorso di formazione per acquisire competenze tecniche o trasversali (per esempio imparare una lingua straniera), o che vengano offerti corsi gratuiti di formazione, ottimi per acquisire nuove competenze. Ci sono persone competenti che offrono supporto nella stesura del curriculum, della lettera di presentazione, nella gestione nella candidatura o dell’eventuale colloquio. In alcuni casi si ha diritto ad un intervento specifico che porta ad un collocamento mirato, nel caso la persona in questione abbia delle caratteristiche particolari. In generale, questi enti danno la possibilità di intraprendere un percorso che viene attivato appositamente per noi”. Ma quanto sono efficaci questi centri per l’impiego? La career mentor sottolinea: “Ci sono secondo me delle opportunità di valore che vanno conosciute, ma dipende molto dalla zona in cui ci si trova. Ho notato tante differenze a livello di territorio e di singole strutture. Io abito in Lombardia e qui ho avuto modo di conoscere centri per l’impiego e altre strutture private autorizzate molto efficienti. Però c’è molta differenza di regione in regione, sia come disponibilità di centri che come offerte lavorative. Sulla carta programmi come GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, una misura pensata per favorire il reinserimento lavorativo, ndr) sono ottimi, ma sul territorio presentano molte differenze”.

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Un corso a pagamento? Come capire se è valido

Per quanto riguarda la formazione, esistono anche molti corsi a pagamento. Ma spesso l’iscrizione equivale ad un piccolo investimento: come giudicare la loro attendibilità, la loro serietà? “Direi innanzitutto di non fidarsi delle brochure”, spiega l’esperta. “A leggerle sono tutti top level, pieni di partnership, enunciano risultati, numeroni e percentuali, ma non sono una garanzia. La cosa più utile è fare dei colloqui con chi tiene il corso che ci interessa, per capire come si presenta. Dovranno saperci dare tutte le informazioni necessarie, spiegarci il programma, chi sono docenti, quale la metodologia, ed eventualmente, se è previsto, dirci come funzionerà il percorso verso l’inserimento lavorativo. Vedere la chiarezza, la competenza di una persona che risponde alle nostre domande è una prima cartina tornasole”. Inoltre, aggiunge Andreani, in questi casi è sempre utile capire da quanto tempo è attivo questo corso, anche prestando occhi e orecchi al passaparola: “Ho lavorato in formazione per tanti anni, e ho visto che, nonostante campagne da milioni di euro, se il corso non è valido con un passaparola negativo dura al massimo un anno o due. Un corso che ha tante edizioni alle spalle è spesso una garanzia della qualità. Non c’è veicolo migliore promozionale per la formazione del passaparola. Può essere utile anche chiedere eventualmente nomi di ex partecipanti oppure cercarli su LinkedIn, vedere cosa fanno queste persone”. Una volta raccolte tutte queste informazioni possiamo valutare se si tratta di un corso utile al nostro intento, che dobbiamo avere ben chiaro: “Cosa vogliamo ottenere da questa esperienza? Desideriamo avere una panoramica generale su un argomento o aspiriamo ad acquisire delle competenze spendibili tramite certificazione? Vogliamo ottenere un inserimento in stage? Avere chiaro il nostro obbiettivo è sempre indispensabile.”

Una ritoccata al CV e LinkedIn

Naturalmente la nostra carta di identità, il documento con cui ci presentiamo ad una nuova azienda è il curriculum vitae, e rimetterci mano è fondamentale quando si ambisce ad una nuova posizione. “Sul C.V. mi permetto di dire una cosa: molte persone secondo me ancora non hanno capito veramente a cosa serve. Vedo spesso questi C.V. estensivi, di tante pagine, in cui si elencano tutte le attività svolte. In realtà è uno strumento che serve per candidarsi, è mirato a una posizione che si libera, se si risponde a un annuncio di lavoro, o una posizione che abbiamo in mente noi con un’auto-candidatura. È uno strumento che funziona nei confronti di una specifica candidatura, quindi quello che ci scriviamo deve essere selezionato nell’ottica di mostrarci di valore per quel settore: non è il report estensivo di tutta la nostra vita”.

Per questo, suggerisce Fabiana Andreani, c’è LinkedIn: “Qui possiamo creare la nostra identità professionale digitale in modo dinamico. Il profilo LinkedIn consente maggiore apertura rispetto al C.V., anche se va comunque indirizzato. Se stiamo cercando lavoro in un ambito particolare usiamo le giuste keyword nella headline e sotto il nome. Possiamo creare un profilo personale nella sezione informazioni dove raccontiamo come possiamo dare supporto al tipo di posizione che stiamo cercando: questo aiuta ad indicizzarci meglio. Dal lato più 'social' possiamo fare dei contenuti che possono essere interessanti per la nostra community, per aumentare l’interesse e migliorare la percezione degli utenti nei nostri confronti. È il nostro personal branding. Mettendo le giuste parole chiave nelle varie sezioni, come magari in ‘disponibile a lavorare per’ aiutiamo i recruiter a trovarci. Il mio consiglio è di avere un profilo Linkedin aggiornato e completo a partire dai vent’anni, perché le persone non si fermeranno il curriculum: se sono interessati a noi andranno a cercarci online”.

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Il salto nel vuoto: mettersi in proprio

E se invece stiamo sognando di metterci in proprio? Lasciare un lavoro da dipendente per inventarsi un nuovo ruolo magari aprendo una partita IVA può fare ancora più paura, un vero e proprio salto nel vuoto: “Io sono dell'opinione che se vedi il vuoto, il buio, io il salto non lo farei, qualcosa devi vedere”, sottolinea Andreani. “Anche in questo caso c’è un’esigenza di cambiamento, quindi occorre capire cosa ci spinge. Nel mio caso (io ho fatto questo passo due anni fa) era la volontà di avere più voce in capitolo, di mettere la firma sulle cose che facevo, cosa che un’azienda spesso non ti permette perché il tuo lavoro viene assorbito. Poi occorre capire quali sono le competenze che si possono mettere in pratica. E ancora capire quali e dove sono i sono i nostri potenziali clienti. Consiglio anche di fare un percorso in affiancamento inizialmente, continuando a rimanere dipendenti e nel frattempo iniziando a lanciarsi nel lavoro autonomo. È faticoso, ma questo ci permette di capire quanto la partita IVA può dare di gettito, e soprattutto come vanno le cose attualmente per il settore che ci interessa. Il lavoro a partita IVA (quando è reale) è un lavoro che a me piace molto, perché sei tu il protagonista”.