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Discriminazioni: quanto l’aspetto fisico influenza le assunzioni?

Dai colloqui alle promozioni, numerosi studi mostrano che l’estetica continua a incidere sulle opportunità professionali delle donne. Tra i bias più diffusi, c'è un pregiudizio sul peso

Due candidate si presentano allo stesso colloquio. Hanno competenze simili, un percorso professionale comparabile, lo stesso tono nel raccontarsi. Eppure una delle due viene percepita come più affidabile, più efficiente, più adatta alla posizione ancora prima di iniziare a parlare. Quale elemento ha fatto la differenza? Probabilmente, è stato il suo corpo. Inutile nascondersi dietro un dito: nel mercato del lavoro contemporaneo l’aspetto fisico continua a influenzare il modo in cui le donne vengono giudicate. Non solo nei settori legati all’immagine o allo spettacolo, nei quali potrebbe sembrare più ovvio, ma anche negli uffici, nelle aziende, nei ruoli manageriali e nei colloqui ordinari. E in particolare un forte pregiudizio, spesso taciuto ma assai diffuso, riguarda il peso.

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Il peso del pregiudizio

A dirci che il fenomeno esiste, e non è una semplice ‘sensazione’, ci sono decenni di studi psicologici e sociali, nonché le ricerche di esperti in organizzazione del lavoro. In particolare, da tempo studiano il cosiddetto weight bias, cioè il pregiudizio verso le persone considerate sovrappeso. Uno degli studi più citati in questo frangente, pubblicato nel Journal of Applied Psychology negli anni Novanta, dimostrava già allora che candidate identiche per preparazione e curriculum venivano valutate diversamente in base alla loro taglia. Le donne sovrappeso erano considerate meno competenti e meno adatte all’assunzione, soprattutto nei ruoli percepiti come prestigiosi o a contatto con il pubblico.

La psicologa Rebecca Puhl, tra le massime esperte mondiali di stigma legato al peso, ha spiegato più volte come il pregiudizio sul corpo sia uno dei bias socialmente più tollerati. Secondo Puhl, il problema è che il peso viene ancora interpretato come una responsabilità individuale assoluta, nonostante la comunità scientifica abbia dimostrato da tempo quanto fattori genetici, economici, ambientali e psicologici influenzino la relazione con il corpo.

I dati mostrano che le donne risultano più colpite da questo pregiudizio rispetto agli uomini, non solo per quanto riguarda le assunzioni ma anche rispetto alle possibilità di carriera e di forza contrattuale. Uno studio pubblicato sulla rivista Economic Inquiry ha rilevato per esempio che le lavoratrici considerate obese subiscono penalizzazioni salariali significativamente superiori rispetto ai colleghi maschi. D'altronde, il corpo femminile è sempre sottoposto a un controllo sociale più intenso, in qualunque settore della vita: per gli uomini l’aspetto fisico è spesso un elemento accessorio, mentre per le donne è considerato parte integrante della loro credibilità, non solo professionale.

Il corpo perfetto del lavoro contemporaneo

Non sono stati solo gli anni Novanta, con i loro rigidissimi standard di magrezza, a giudicare pesantemente le donne in base alla forma fisica. Uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista Economics & Human Biology conferma che i bias sono più che mai attuali: i ricercatori hanno inviato curriculum identici di donne, corredati da fotografie modificate digitalmente per simulare il peso. Il risultato: le candidate non sovrappeso venivano richiamate nel 29,1% dei casi, contro il 21,3% delle candidate considerate sovrappeso. Ancora, uno studio pubblicato nel 2016 ha mostrato che perfino leggere variazioni di peso all’interno di un BMI considerato 'normale' riducevano le probabilità di assunzione delle donne nei lavori a contatto con il pubblico. In pratica, bastava apparire appena meno magre per essere giudicate meno papabili, anche meno di uomini apertamente sovrappeso.

Insomma, negli ultimi anni il problema si è trasformato, non ridotto. Le aziende parlano sempre più spesso di inclusione e diversity, ma parallelamente il lavoro contemporaneo è diventato anche uno spazio di esposizione continua dell’immagine personale, di personal branding, e dopo la parentesi passeggera della body positivity siamo tornati a giudicare taglia ed estetica delle donne quanto e più di prima, continuando ad associare valore a magrezza e bellezza. In molti settori, soprattutto quelli a contatto con il pubblico, l’aspetto fisico viene ancora trattato implicitamente come parte dell’identità aziendale. Non è necessario che un’azienda espliciti un criterio estetico, basta che associ inconsciamente l’idea di efficienza a un certo tipo di corpo.

L’economista Daniel Hamermesh, autore del libro Beauty Pays, ha dedicato anni allo studio del cosiddetto beauty premium, cioè il vantaggio economico riservato alle persone considerate più attraenti. Le sue ricerche mostrano che l’aspetto fisico può incidere concretamente su salari, assunzioni e possibilità di carriera. Il paradosso è che questa forma di discriminazione resta socialmente più accettata di altre: in un’epoca ossessionata dalla performance, il corpo magro non rappresenta soltanto un ideale estetico, ma diventa il simbolo visibile di disciplina, produttività e successo.