Violenza ostetrica (e manovra di Kristeller), l'attivista Bubba: "difendersi pretendendo informazioni"
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Si è parlato molte volte di violenza ostetrica, anche grazie alle divulgatrici che cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema. Ed è arrivato il momento di fare un piccolo approfondimento partendo da una pratica in particolare, la manovra di Kristeller, anche per arrivare a delle conclusioni: che strumenti ci sono per difendersi? L'attivisita Francesca Bubba spiega anche questo: "domandare spiegazioni, pretendere il consenso informato, avere un o una caregiver accanto". E aggiunge che "la violenza ostetrica è una forma di violenza rimasta a lungo sommersa, per via dell’equazione sacrificio-amore che aleggia sul materno da sempre, caratterizzata da ambiguità che ne rendono difficile il riconoscimento".
Violenza ostetrica: un breve recap per identificare il fenomeno
Prendiamo spunto dal lavoro di Marina Di Lello Finuoli, "Violenza ostetrica in Italia", pubblicato dal Dipartimento di Diritto ed Economia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. "Nonostante la previsione da parte delle leggi di specifiche incriminazioni della violenza ostetrica, la diffusione di documenti che proclamano l'inviolabilità del diritto delle donne all'accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva ha consentito di ampliare, anche specificatamente, l'ambito delle condotte abusive". Esistono alcuni tipi di violenza ostetrica, tra cui la violenza verbale (prese in giro, commenti sarcastici, rimproveri, umiliazioni, imprecazioni, urla, insulti, intimidazioni, minacce). O anche la violenza fisica: pensiamo alle incisioni chirurgiche non necessarie come l'episiotomia o appunto la manovra di Kristeller, distacco e rottura delle membrane, pressioni e spinte sull'addome della partoriente, percosse, ferite. In questa categoria rientrano le condotte omissive che causano dolore e/o lesioni alla donna, come la mancata somministrazione di anestetici e antidolorifici, la mancata esecuzione di un'episiotomia che provoca lacerazioni, i ritardi nell'assistenza o nell'intervento di personale medico specializzato.
C'è inoltre la questione delle violazioni del consenso/abuso di autorità: induzione farmacologica del travaglio in assenza di informazioni complete sul successivo decorso del parto, costrizione ad assumere una determinata posizione durante la fase espulsiva, costrizione a sopportare il monitoraggio continuo dei parametri vitali del feto, limitazione della libertà di movimento e/o della capacità di bere e mangiare della partoriente durante il travaglio, allontanamento del neonato alla nascita che ostacola l'inizio dell'allattamento al seno, violazioni della privacy, limitazione dell'ingresso e dell'assistenza da parte dell'altro genitore o di altra persona di fiducia della persona che ha partorito o sta partorendo.
La violenza ostetrica è quindi un tipo specifico di violazione dei diritti, tra cui i diritti all'uguaglianza, alla libertà dalla discriminazione, all'informazione, all'integrità, alla salute e all'autonomia riproduttiva. Parlare di violenza ostetrica non significa screditare tutte le persone - medici e staff - che sono coinvolte ma è utile per accendere un faro su un problema reale che denunciano ormai innumerevoli donne. Moltissime donne raccontano di aver subito qualche tipo di abuso durante il parto, venendo fatte sentire irrispettose, umiliate e trattate con sufficienza.
Francesca Bubba: "ci hanno insegnato che questo dolore ha a che fare con l'amore"
È un "trattamento disumanizzante o maleducato e di discriminazione o umiliazione basata anche su razza, origine etnica o economica, età, stato di sieropositività all'HIV, non conformità di genere, tra gli altri, che si verifica all'incrocio tra la violenza istituzionale e la violenza contro le donne durante la gravidanza, il parto e il periodo post-partum e si verifica sia nella pratica medica pubblica che in quella privata", sottolinea Francesca Bubba, che aggiunge: "per troppe donne la gravidanza è un periodo associato a sofferenza, umiliazioni, cattiva salute e persino morte. Sfortunatamente è un tipo di violenza troppo spesso trascurato".
Da non sottovalutare è "un altro dei comportamenti abusanti associati alla violenza ostetrica, da cui ne dipendono tanti altri: l’infantilizzazione - spiega ancora l'attivista - questo atteggiamento si manifesta già durante i corsi preparto e assume connotati diversi: dalle vocine con cui ci si rivolge alla gestante, come se si parlasse al feto nella pancia e non direttamente a lei – alla disinformazione e misinformazione praticata in quegli spazi. Non si parla dei possibili rischi né delle difficoltà che le gestanti potrebbero dover affrontare, come se si trattasse di bambine da non dover spaventare, o di pazienti che non hanno il diritto di accesso alle informazioni che riguardano i propri corpi".
"Ci è stato insegnato che tutto questo dolore ha a che fare con l’amore. Che si chiama violenza, invece, le madri lo hanno imparato sulla propria carne: di violenza ostetrica si muore", attacca Bubba.
Tra gli strumenti a disposizione per difendersi rientra il piano di nascita che, almeno nella sua forma scritta, è stato creato come risposta a un ambiente di parto sempre più medicalizzato. Vale a dire, intensificare gli interventi durante il travaglio.
Manovra di Kristeller: perché è problematica
Che cos'è la manovra di Kristeller? È la forte spinta sull'addome della donna per esercitare una pressione sul fondo uterino e accelerare l'uscita del bambino dal canale del parto. In Italia è ancora una prassi ma da tempo non è più autorizzata in alcuni Paesi, come il Regno Unito, che ne ha vietato l'esecuzione perché ritenuta violenta e rischiosa. Tanto è vero che in Italia ne è fortemente sconsigliata l'adozione nel parto vaginale dopo quello cesareo sebbene in occasione di distocie (anomalie nello svolgimento del parto), tale manovra può essere ammissibile. La complicanza più temuta è la rottura dell'utero; possono invece verificarsi con maggior frequenza lacerazioni perineali causate dalla rapida espulsione della testa fetale. Non mancano, per esercitarla, "ginocchiate o gomitate sulla pancia tra urla e coercizioni", aggiunge Francesca Bubba.
"Lo scopo è quello di tutelare l’unica vita che sembra avere importanza: quella del neonato. Non si tengono in considerazione le gravi ripercussioni sulla vita della partoriente, che condizioneranno il suo periodo post parto e la sua ripresa - continua - parliamo della possibilità di insorgenza di patologie come il post-traumatico da stress post partum, baby blues o depressione post partum. Le madri sono preparate ma non pronte a tutto questo, perché già dai corsi preparto si insegna loro che sopportare il dolore del parto a tutti i costi è la prima vera prova d’amore nei confronti della vita che portano in grembo".
Questi maltrattamenti e abusi "allontanano le donne dai sistemi sanitari formali per paura di essere sottoposte a questo tipo di violenza e possono talvolta rappresentare un deterrente più efficace degli ostacoli geografici o finanziari. Il maltrattamento e l'abuso dei diritti umani delle donne in travaglio non si manifestano solo nella negazione dei servizi, ma anche nel fatto che le donne sono spesso costrette ad accettare determinate procedure mediche che altrimenti avrebbero preferito evitare".
come difendersi dalla violenza ostetrica: pretendendo il consenso informato
In teoria esisterebbe il "piano nascita": un documento scritto e firmato in cui si mettono nero su bianco le proprie preferenze rispetto alla nascita. Non contiene solo richieste legate strettamente al momento del parto ma anche al prima e al dopo, compresi i rapporti con lo staff e i parenti. Sarebbe il primo strumento utile a difendersi dalle pratiche non gradite o violente, ma le informazioni date alle partorienti sono sempre talmente poco chiare che è difficile mettere "nero su bianco" qualcosa che di fatto non si conosce. Allora come fare? Bubba spiega che "la gestante può mettere in atto alcuni comportamenti per reagire all’episodio di violenza nell’immediato: nel caso in cui riceve informazioni poco chiare, in gergo tecnico o frettolosamente, può porre al personale tutte le domande ritenute opportune. Domandare è sempre legittimo. Chiedere anche di ripetere le spiegazioni che sono già state fornite, soprattutto se da queste spiegazioni dipendono scelte che la gestante dovrà compiere. Anche chiedere il nome e la qualifica di chi la sta curando è un suo diritto saperlo, non sta disturbando nessuno. Anzi, quando andrà tutto bene, saprà chi ringraziare. In casi in cui la gestante viene visitata in corsia o davanti agli specializzandi, ha il diritto di rivendicare la sua privacy".
Importantissimo, è il tema del dolore: "Se il dolore della gestante viene sminuito o negato può chiedere che venga presa una nota scritta del suo vissuto, da allegare alla cartella clinica, o chiedere al suo accompagnatore o alla sua accompagnatrice di inoltrare una pec all’ufficio relazioni con il pubblico di quell’ospedale e chiedere immediato supporto. Il consenso informato è sempre revocabile e si può richiedere in ogni momento la sospensione di trattamenti anche se si aveva acconsentito in precedenza o, al contrario, la somministrazione di trattamenti esclusi in precedenza" (ad esempio se la gestante pensava di non voler fare l’epidurale ma poi il dolore diventa troppo forte, può decidere di richiederla e questo desiderio deve essere assecondato, salvo contrarie prescrizioni mediche che devono esserle spiegate).
Avere un caregiver accanto può rivelarsi utilissimo: "pur senza competenze mediche, può ricordare, annotare, prendere appunti su ciò che sta succedendo, chiedere i nomi del personale e segnarli, può vedere e riportare ciò che succede. Questo potrebbe essere utile in un secondo momento, non solo come prova testimoniale, ma anche per effettuare una ricostruzione temporale di quanto successo, per rintracciare le persone presenti e verificare la completezza della cartella. Naturalmente "in situazioni di urgenza queste regole non valgono", aggiunge Bubba. "Il diritto alla privacy, ad esempio, è ben sacrificabile a fronte del pericolo di perdere una o più vite. Così come il diritto a ricevere il consenso informato. Il personale sanitario deve essere libero di intervenire in modo celere ed efficiente per far fronte a un’emergenza".
Se si ritiene di aver subìto violenza ostetrica in fase di parto o post partum, si può chiedere di ricevere la copia della cartella clinica e nei giorni successivi scrivere una pec all’urp e alla direzione sanitaria agli indirizzi che si possono trovare sui siti internet istituzionali o sul portale indicepa.gov.it. Nei casi più gravi si può chiedere all’ospedale l’apertura immediata di un sinistro assicurativo.
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