Una persona su sei combatte una guerra interiore: quello sulla salute mentale in Italia è un discorso politico
In Italia una persona su sei soffre di un disturbo mentale e le ragioni di questa pandemia sono soprattutto politche.
Non è un titolo sensazionalistico ma la sintesi dei dati più recenti.
Inserire lo psicologo gratuito nel Servizio Sanitario Nazionale non è un capriccio progressista. È una misura di salute pubblica. Renderebbe accessibile la cura prima che il problema degeneri, permetterebbe interventi brevi, efficaci e preventivi e alleggerirebbe la pressione sui servizi psichiatrici, che oggi gestiscono casi troppo gravi e troppo tardi.
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L’Italia, come altri Paesi europei, potrebbe adottare un modello di accesso diretto — percorsi brevi e gratuiti per ansia, depressione e disturbi lievi, integrati con medici di base e scuole. Non si tratta di “psicologizzare” la vita quotidiana, ma di riconoscere che la salute mentale è salute, e che ignorarla costa di più: in farmaci, in giornate di lavoro perse, in vite congelate nell’invisibilità.
una persona su sei in Italia convive con ansia e depressione: sono 16 milioni
Gli ultimi dati del Ministero della salute ci dicono che in Italia è una persona su sei a soffrire di un disturbo mentale. Tradotto in numeri: oltre 16 milioni di italiani/e convivono con ansia, depressione o disturbi correlati. Eppure, nel Paese che ha avuto Franco Basaglia e che ha chiuso i manicomi in nome della dignità umana, la mente continua a essere ignorata e non curata.
L’ansia e la depressione emergono come le categorie più diffuse, l’età lavorativa (20–54 anni) rimane particolarmente colpita. E l’Istat, nei suoi rapporti sul benessere, mostra anche variazioni dell’indice di salute mentale (SF-36) negli anni recenti: dopo i picchi di peggioramento associati al periodo pandemico, il dato complessivo rimane ancora sotto stress soprattutto tra gli adolescenti e le giovani donne.
le cause sono sociali e politiche
Il perché succeda ci costringe a discutere di molti fattori, sottolineando che è la somma di questi fattori - sociali, economici, culturali e sanitari - che si sono combinati negli ultimi anni. L'effetto pandemia e le ondate successive, con i lockdown, i lutti, l'interruzione delle reti sociali e dell’attività scolastica e lavorativa hanno aumentato vulnerabilità, isolamento e sintomi ansiosi-depressivi. Molte persone non hanno ricevuto cure tempestive, trasformando disturbi trattabili in problemi cronici.
Ne sono conseguite le crisi economiche e una stabilizzazione della precarietà del lavoro: insicurezza lavorativa, contratti precari, aumento del costo della vita e incertezza sul futuro sono potenti fattori di stress prolungato che facilitano l’insorgenza di disturbi d’ansia, depressione e problemi da stress cronico.
A questo si devono incrociare la sovraesposizione emotiva sui social e in generale l'uso intensivo dei social media, con il confronto sociale continuo e un altrettanto continuo consumo di notizie allarmistiche incrementano vulnerabilità soprattutto tra i giovani, amplificando sentimenti di ansia, inadeguatezza e solitudine.
E infine, ovvio, dall'altro lato non c'è un sistema di cura valido, efficace e capillare: il tempo di attesa lungo per le prestazioni psicologiche/psichiatriche, la distribuzione territoriale disomogenea dei servizi e gli insufficienti servizi di prevenzione hanno lasciato scoperta una larga fetta di domanda sanitaria.
perché la salute mentale in italia non è considerata "salute"
L'inserimento di un servizio gratuito di psicologia o psichiatria continua a essere un'idea trattata come un’utopia costosa ma è un errore di prospettiva. Ogni euro investito in salute mentale genera, secondo i modelli internazionali, un ritorno netto in produttività e riduzione dei costi sanitari. È una questione di economia, oltre che di civiltà.
Uno psicologo gratuito abbatterebbe la barriera economica che oggi impedisce a molte persone (giovani, lavoratori precari, famiglie a basso reddito) di accedere a cure psicologiche efficaci. E sarebbe un'operazione con un impatto culturale: lo stigma verrebbe ridotto proprio attraverso la normalizzazione dell’aiuto. Parlare di psicologia come un normale servizio sanitario trasmetterebbe il messaggio necessario a trasformare la cura della mente in cura della persona, come lo è la cura del cuore o dei muscoli.
L’idea antica che chi soffre di un disturbo mentale sia fragile, inaffidabile, persino colpevole è un riflesso culturale che sopravvive a ogni progresso scientifico. Non serve una legge per eliminarlo: serve un cambiamento di linguaggio e di immaginario soprattutto da parte delle istituzioni. Parlare apertamente di terapia (non sui social ma nel contenitore politico), mostrare i percorsi di cura sarebbe il vero salto, non solo finanziare psicologi e le psicologhe del SSN. Curare la mente non è un privilegio: è un diritto che misura quanto una nazione sa ancora prendersi cura di sé.