Come stanno oggi le donne cresciute con la "sindrome della figlia maggiore" (anche se erano le piccole di casa)
Relazioni disfunzionali e instabili con partner inetti e capricciosi, ma non solo. La "sindrome della figlia maggiore" è un fenomeno culturale e psicologico diffuso tra le donne che sono state "adultizzate" (e non capita solo alle primogenite).
Tu eri tranquilla e serena, giusto? Poi a un certo punto i tuoi genitori hanno iniziato a scaricarti addosso responsabilità indirette. Nel senso: non potevano chiederti di cucinare se avevi tre o sei anni, ma potevano chiederti di non fare capricci, di non disturbare, di non dire di no perché qualcun altro potesse fare queste cose.
Come uscire da una relazione violenta?
E l'hai imparato anche troppo bene, a non dire di no, a dire sempre di sì. E ora vai in terapia, giusto? Ecco: è la sindrome da figlia maggiore. E no: non l'hanno solo le donne che sono anagraficamente “sorelle maggiori”, ma anche quelle che per, dinamiche disfunzionali interne alla famiglia, anche se erano in teoria le piccole di casa, hanno imparato a non fare capricci e a non disturbare.
La sindrome della figlia maggiore: "non fare i capricci, sei grande"
Essere una figlia femmina significa spesso crescere con un peso sulle spalle che non hai proprio scelto tu. E anche se si chiama "sindrome della figlia maggiore", ad avercela sono moltissime donne indipendentemente dal loro essere primogenite. La sindrome si manifesta attraverso alcuni o molti dei comportamenti afferenti a schemi psicologici precisi e atteggiamenti che derivano dall’aver interiorizzato il ruolo di caregiver e problem solver all’interno della famiglia fin dall’infanzia. Colpisce cioè qualsiasi figlia femmina cresciuta in un contesto familiare che si aspettava da lei responsabilità e maturità precoci che sono finite per sfociare in un senso di responsabilità esagerato.
Fin da piccole, le figlie adultizzate, trattate cioè come adulte, nonostante non lo fossero, vengono educate a credere che il benessere della famiglia dipenda anche dal loro comportamento così si assumono compiti che non dovrebbero competere a un/una bambino/a: prendersi cura di fratelli e sorelle, non fare capricci anzi sparire, zittirsi o addirittura mediare quando li fanno gli altri. Questo atteggiamento si trascina nell’età adulta, dove spesso si sentono responsabili della felicità e della stabilità degli altri, siano essi amici, partner o colleghi.
C'è la tendenza a fare da "estensione della madre": le figlie adultizzate si assumono responsabilità genitoriali pratiche (guardare i fratelli, non importa se minori o maggiori, aiutare le madri a sistemare in casa e in cucina). Questo atteggiamento le carica del ruolo di caregiver anche nelle relazioni sentimentali e infatti spesso sceglieranno partner emotivamente immaturi o bisognosi, per poi trovarsi a gestire tutto il carico mentale della relazione: pianificano, ricordano scadenze, risolvono problemi, mentre l’altro delega e fa i capricci.
una sindrome che determina la scelta del partner
L'attrazione per relazioni sentimentali squilibrate sarà la variabile che le distinguerà da adulte. Tendono infatti a scegliere relazioni (amorose, amicali e lavorative) in cui si ritrovano a replicare gli schemi che hanno imparato: prendersi cura dell’altro spesso senza ricevere la stessa attenzione in cambio, non chiedere, non pretendere, non fare i capricci. È comune che finiscano con partner emotivamente inetti, incapaci di prendersi cura a loro volta della partner e della relazione, che metteranno sé stessi al primo posto (perché probabilmente da piccoli avevano delle sorelle adultizzate).
Essendo abituate a sentirsi dire di essere “quelle responsabili”, le figlie trattate come le "maggiori" sviluppano un eccessivo senso del dovere e una tendenza al perfezionismo. Si sforzano di essere sempre all’altezza, hanno difficoltà a delegare e spesso si sovraccaricano di impegni perché credono di dover fare tutto da sole. Questa pressione autoimposta porta spesso a livelli elevati di ansia e stress, e nei casi più estremi, a burnout emotivo e fisico. Da qui sorge anche la cronica incapacità di chiedere aiuto: dal momento che sono abituate a non rompere le scatole perché "ormai sei grande" o perché "tu sei quella responsabile" fanno fatica a chiedere supporto per sé stesse. Ma questo atteggiamento le porta spesso a soffrire in silenzio e a reprimere o non entrare mai in contatto con i propri bisogni, pur di non rischiare di "gravare" sugli altri.
In generale, è assodato che hanno difficoltà a dire di “no” anzi, è una delle cose più difficili da imparare a fare per chi ha interiorizzato il ruolo di figlia maggiore. Si sentono in colpa se non aiutano, se non si fanno carico delle responsabilità altrui. Questo porta a una scarsa gestione dei confini personali, dove le richieste degli altri vengono sempre prima delle proprie esigenze.
Farsi vedere "brave" per meritare amore e approvazione
Secondo il saggio che indaga la sindrome, The Eldest Daughter Effect (di Lisette Schuitemaker e Wies Enthoven), le figlie maggiori sviluppano le caratteristiche specifiche succitate e, nonostante il fenomeno si sia guadagnato il nome di "sindrome della figlia maggiore", è una condizione che non riguarda solo le primogenite.
L’impronta culturale che spinge le madri a vedere le figlie come una loro estensione porta anche le più giovani a subire lo stesso trattamento. Crescere in una famiglia in cui il proprio valore è associato alla capacità di accudire, di dimostrarsi responsabili prima del tempo, significa imparare a mettere i bisogni altrui prima dei propri, a essere sempre disponibile, sempre pronta a risolvere problemi e quindi a non averne mai di propri.
È, insomma, l'educazione alla servitù. Come dimostra uno studio della California University, molte donne cresciute con questa pressione - sottile ma costante - sviluppano un attaccamento quasi automatico ai ruoli di cura anche nelle loro relazioni adulte. Diventano le "mammine" della situazione, accollandosi il peso emotivo e organizzativo di una relazione: pensano ai compleanni, si occupano delle incombenze domestiche, supportano il partner in ogni difficoltà. Sono quelle che ricordano tutto, che trovano soluzioni, che pianificano. Il patriarcato è un meccanismo raffinato: non ha bisogno di costringere apertamente le donne a essere accudenti e materne, è sufficiente far credere loro che questa sia la loro missione naturale e che l'amore, anche quello dei genitori, si deve meritare attraverso questa attitudine.
E così, da adulta, la figlia maggiore ma anche quella minore, adultizzata, è portata a scegliere relazioni in cui il partner si comporta più da figlio che compagno, un bambino che necessita di essere messo al centro dell'attenzione, come i suoi fratelli quando era piccola. Ma questo ovviamente non riguarda solo le relazioni eterosessuali: l’idea che l’amore e la "maturità" si dimostrino attraverso la cura si infiltra ovunque, diventando una zavorra per chiunque sia stata cresciuta con questa logica. E sono quasi tutte donne.
Psicologia della figlia maggiore: quando il dovere soffoca l’identità
Il problema è che vivere così non è solo sfiancante, ma ha conseguenze profonde sulla psiche. Chi si porta dietro la sindrome della figlia maggiore sviluppa spesso un’ansia costante di non essere mai abbastanza. La paura del fallimento, l’incapacità di chiedere aiuto, il bisogno ossessivo di dimostrare il proprio valore sono tutti tratti comuni. Il risultato? Burnout emotivo, relazioni sbilanciate, una profonda frustrazione.
Liberarsi da questa sindrome non è semplice, ma è possibile. Normalmente si affronta perché ci si sente frustrate verso i genitori e allora si va in terapia. E infatti il primo passo è riconoscere il modello dentro al quale si è cresciute e rendersi conto che non si è costrette ad applicarlo per sempre. Questo significa autodeterminarsi e imparare a mettere dei confini, accettare che non si è responsabili della felicità degli altri e, soprattutto, rifiutarsi di assumere ruoli che non si vogliono.
Dare una risposta comportamentale diversa è rivoluzionario? Abbastanza, dire "no" senza sensi di colpa, dire che si è stanche, fare i capricci, chiedere aiuto perché, perchè no?, non è da deboli o da immature. Costruire relazioni in cui la cura è reciproca, in cui il peso emotivo è condiviso, è la felice contropartita di un cambio di passo.
Per troppo tempo, le figlie femmine sono state cresciute per essere tutto per tutti, tranne che per loro stesse. Ma sono persone con limiti, desideri, rabbie, stanchezze: non badanti, persone. Persone che meritavano un diritto all'infanzia e che oggi meritano l'amore e la cura.