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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Siamo la generazione del "no" (ricevuto): dalla casa al lavoro, il nostro cervello non è programmato per questo disastro

Siamo la generazione del no (ricevuto): dalla casa al lavoro, il nostro cervello non è programmato per questo disastro
(getty images)
Troppo qualificati per quel lavoro, quindi no. Troppo pretenziosi per quella relazione, quindi no. Troppo precari per quell'appartamento, quindi no,
Il nostro cervello rischia di non farcela.
di Eugenia Nicolosi

Il rifiuto di per sé fa parte della vita, ma come eccezione e non come costante. Invece per le generazioni di millennial e quelle a seguire, sebbene con delle differenze, il "no", il sentirsi rifiutate, rifiutati, è diventata una regola.

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La domanda allora è: con il rifiuto che ci segue ovunque ci giriamo, qualunque cosa proviamo a fare, come può il nostro cervello farcela? Viviamo in un’epoca in cui l’esperienza più comune non è la conquista, ma la porta chiusa. Basta guardare al mercato immobiliare, in cui un monolocale arriva a costare fino a mille euro al mese, spesso senza neppure la dignità di un contratto regolare eppure centinaia e centinaia di persone sono pronte a farsi la guerra per aggiudicarselo.

Non va meglio sul fronte del lavoro. I nostri curriculum vengono archiviati in un buco nero di piattaforme digitali (e quando ci rispondono ci rispondono di "no"), i contratti a termine che scadono talmente in fretta da non consentirci nemmeno di programmare un affitto, mentre l'Italia resta uno dei Paesi con il più alto tasso di overqualification in Europa: laureati e laureate che consegnano curriculum per mansioni di base, spesso senza ricevere risposta. Non solo non ci sono abbastanza posti, ma la sproporzione tra domanda e offerta fa sì che la maggioranza viva il mercato del lavoro come una sequenza di rifiuti silenziosi fino a che non decide, giustamente, di andarsene. Ogni candidatura che evapora senza feedback non è solo un dato: è un piccolo graffio al sistema nervoso.

E poi c’è il capitolo relazioni sentimentali, erotiche, sessuali. Le app di incontri promettono di moltiplicare le possibilità, ma in realtà moltiplicano soprattutto i “non scelto”. Ogni swipe che non porta a un match è un rifiuto implicito, e la dinamica stessa delle piattaforme incentiva la selezione spietata. Non stupisce se una generazione cresciuta con la promessa dell’accesso illimitato a ogni cosa ma che si ritrova invece a collezionare esclusioni seriali, sia in burbout perenne.

Eccoci, insomma, in una specie di Truman Show in cui la vita stessa sembra una catena di porte che si chiudono una dopo l'altra, mentre il cervello umano, nonostante l’hype sulla sua “plasticità”, resta un organo vecchio di millenni. E infatti è stato progettato per gestire una quantità limitata di  “no”, in circostanze ben precise, accettabili, comunque digeribili e superabili. 

Il cervello umano non è progettato per questo bombardamento di "no"

Per millenni l’esperienza del rifiuto è stata rara mentre oggi è la condizione normale. Prova né è che abbiamo perfino abusato del termine "resilienza" fino a odiarlo, fino a che non ha perso di significato. Ecco perché, accanto ai dati economici e sociali, cresce un disagio psicologico diffuso: ansia, burnout, senso di inadeguatezza. La precarietà strutturale del presente si misura anche qui: non tanto nelle statistiche sul PIL o sugli stipendi, quanto nell’impatto di centinaia di micro-rifiuti accumulati.

Casa, lavoro, relazioni: sono i tre campi che purtroppo definiscono l’identità adulta ma sono tutti segnati dalla stessa matematica crudele: pochi posti disponibili, moltissimi concorrenti. Oggi invece siamo esposti ed esposte a un fuoco di fila: ogni richiesta, ogni tentativo, è ignorato oppure rimpallato con un "no". E quella che un tempo era un’eccezione diventa normalità. Il risultato è che il rifiuto non colpisce più come una tegola in testa ma come una pioggia fine e incessante che inzuppa talmente tanto da trattenerci.

Ed è in questo scarto – tra la frequenza dei rifiuti che riceviamo e la capacità ancestrale di elaborarli – che nasce una delle più grandi fatiche psicologiche della nostra epoca.

soluzioni all'orizzonte? per ora no (ovviamente)

La precarietà del lavoro, la scarsità di case accessibili, la difficoltà a intessere relazioni solide: sono tutte declinazioni dello stesso problema. Molti/e concorrenti, pochissime sedie disponibili, come se fossimo tutti e tutte a fare il gioco delle musical chairs che non finisce mai. Insomma la domanda supera l'offerta in ogni singolo angolo di questo sistema nel quale sopravviviamo.

In risposta c’è chi trasforma il cinismo in corazza, chi cerca rifugio in bolle digitali dove non rischia mai un “no” e chi invece si infligge l’illusione opposta: rincorrere a oltranza conferme, likes, cuoricini, pur di anestetizzare la statistica dello scarto. È una partita truccata, perché l’algoritmo non conosce carezze, ma solo quantità e ruote del criceto.

Il problema ovviamente non è solo economico, ma antropologico. Per sopravvivere a questa era del rifiuto permanente, il cervello umano dovrebbe imparare a riscrivere i propri codici. Forse il passo da fare non è diventare impermeabili, come ci invita la retorica del non prenderla sul personale, (ovviamente) ma ritessere nuove forme di comunità. Spazi in cui la porta che si chiude non è l’ultima, perché ce n’è un’altra che rimane aperta. Se è vero che l’essere umano è “animale sociale”, allora il rifiuto sistematico non è solo un dolore individuale: è una ferita collettiva, lo dobbiamo tenere a mente. E come tale va rimarginata.