Se siamo tristi è anche colpa degli spazi che ci circondano: sui social è guerra al minimalismo
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Sui social circolano diversi contenuti che paragonano gli spazi di ieri (case, ristoranti, città) a quelli di oggi, con didascalie per niente lusinghiere rivolte ai secondi. E tutto suggerisce che il minimalismo (e siamo gentili) sia arrivato al proprio tramonto, mentre le persone si domandano come abbiamo fatto a passare da colori, decori e forme giocose o ispirate alla natura alle linee dritte, ai vetri e ai metalli. E se questo non contribuisca alla diffusa sensazione di ansia e insoddisfazione.
La risposta è un pieno sì: la psicologia ambientale ha messo nero su bianco che la monotonia dello spazio urbano e il grigiore, come il design glaciale e lineare, sono deprimenti. Attraversare spazi urbani grigi e freddi e perché no, vivere in abitazioni che si somigliano tutte, arredate con le stesse identiche librerie modulari, prive di personalizzazione e decori, ci manda il cervello in tilt. E ancora, uno studio ha decretato che vivere dentro a prospettive urbane monotone causa disturbi d’ansia (+21%) e dell’umore (+39%). Vivere, lavorare o osservare quotidianamente spazi fatiscenti invece è provato che abbassa l'umore e fortifica un senso di insicurezza generalizzato.
il capitalismo ha ridisegnato gli spazi (e ora sono brutti)
L’estetica quindi conta e noi come civiltà l'abbiamo scordato, preferendo un design che spesso - grazie alla produzione industriale e low cost - ne è solo una vuota imitazione. Abbiamo preferito funzionalità e modernità a ogni costo al mobile di nonna che forse non valeva niente, ma almeno era unico. Ma l’assenza di varietà visiva, l’uniformità architettonica, il degrado percepito aumentano lo stress e riducono la sensazione di sicurezza. In poche parole: se siamo tristi è anche colpa di ciò che ci circonda.
Il neuroscienziato Colin Ellard lo ha dimostrato misurando la risposta fisiologica delle persone davanti a edifici monotoni, come le facciate piatte di un supermercato della catena statunitense Whole Foods: il corpo reagisce con disagio. Mentre quartieri vivaci, irregolari, pieni di dettagli e piccoli negozi producono eccitazione positiva. Eppure, queste scoperte passano totalmente inosservate e continuano a contare pochissimo nella pianificazione urbana contemporanea, dominata da logiche capitalistiche che premiano il basso costo, la replicabilità, la rapidità di costruzione.
Chissà quale corrente architettonica — nella sua versione industrialista e produttivista — ha definitivamente spianato la strada alla bruttezza sistemica. Quando, con precisione, il mito della forma che segue la funzione è stato totalmente divorato dal mercato. Quando, insomma, ciò che era nato come utopia democratica è stato trasformato in uno stile perfetto per abbattere i costi, ridurre i lavoratori qualificati e creare una monocultura visiva che ha colonizzato ogni città: l’internazionale stile delle “torri di vetro e grigio” che ha reso le aree centrali delle città occidentali tutte uguali.
È il design del profitto. Una bellezza non bellezza, limitata all’efficienza, all’igiene visiva, all’abbattimento del supefluo. E chi decide cosa è superfluo? La bellezza degli spazi, delle facciate dei palazzi, dei lampioni per l'illuminazione ubana è stata messa da parte quando non direttamente sotto accusa perché sarebbe "uno spreco". Eppure accedere a spazi pubblici curati e non omologati è un bisogno diffuso, profondo, trasversale. Un esempio abbastanza lampante di come è cambiato il design urbano è nei McDonald's: negli ultimi vent’anni la catena ha rifatto i suoi punti vendita in tutto il mondo adottando un’estetica “adulta”: grigio scuro, legno finto, design razionale, linee pulite.
Tavoli squadrati, luci neutre, un look da coworking che ha sostituito ogni richiamo giocoso. Quello che un tempo sembrava un piccolo luna park per famiglie, oggi somiglia a una mensa di aeroporto o a una succursale bancaria. Questo mutamento, estetico e culturale, non riguarda solo questa catena di fast food. È lo stesso che ha colpito le città, le case, gli interni, perfino i negozi di quartiere. Ovunque domina una razionalità iperfunzionale: cemento, vetro, acciaio, grigi, beige, bianco ottico. Questa trasformazione non è neutra. E non è priva di conseguenze.
Questa tendenza verso la semplificazione estetica si riflette in molte aree della nostra vita, dagli spazi pubblici agli ambienti domestici, portando a una crescente uniformità visiva. Studi di psicologia ambientale evidenziano come vivere in ambienti monotoni e privi di stimoli visivi possa avere effetti negativi sulla nostra salute mentale e mon poche ricerche dimostrano come l'organizzazione e l'aspetto degli spazi influenzino le nostre emozioni e fisiologia.
l'estetica del profitto: niente distrazioni, correre e produrre
Questa omogeneizzazione estetica è in parte il risultato di strategie capitalistiche orientate alla massimizzazione dei profitti. La produzione di massa e la standardizzazione degli ambienti riducono i costi, ma spesso a scapito della qualità e dell'estetica e, ora lo sappiamo, della qualità della vita. L'adozione di design minimalisti e materiali economici ha portato alla creazione di spazi che, sebbene funzionali, causano disagio.
Investire in design che valorizzino la diversità visiva, l'uso di colori e decorazioni può contribuire a creare ambienti più stimolanti e accoglienti, riconsiderare le nostre scelte progettuali non è solo una questione di gusto, ma una necessità per migliorare la qualità della vita nelle nostre città fermando la moltiplicazione dei quartieri-clone, di mobili usa-e-getta, di interni asettici che sembrano corriodoi di ospedali svedesi. L’estetica non estetica che oggi è dominante ha reso le città meno umane e noi abbastanza più infelici.
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