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Chi lo vuole grande, chi lo vuole piccolo: perché gli interventi di riduzione del seno sono in aumento

La riduzione del seno può essere letta come una forma di riappropriazione del proprio corpo ma anche come una adesione a (altri) modelli e standard. Allora anche la scelta di ingrandirlo è dettata dall'autodeterminazione. O no?

Sessualizzazione indesiderata, quindi autodifesa. Libertà di movimento, stile e sport. O ancora, distacco dal modello femminile dominante. Per alcune donne - cisgender, transgender - un seno grande è incompatibile con la propria identità. Allora succede che gli interventi di riduzione del seno sono in aumento, sia in Italia che in Europa che nel mondo.

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La mastoplastica riduttiva rappresenta ad oggi circa il 6 per cento di tutte le procedure chirurgiche estetiche femminili globali. I Paesi con più interventi sono Stati Uniti, Brasile, Germania, India e Italia. E anche se i numeri totali sono ancora molto inferiori rispetto a quelli degli interventi che il seno lo aumentano, sembra evidente che siamo davanti a un trend.

quando si parla di corpi femminili si parla sempre di politica

Questo fenomeno forse ci racconta un cambio culturale (ok, lento): dalla corsa al volume, si passa alla ricerca di benessere, funzionalità e identità corporea. Le nostre forme, insomma, devono rispecchiarci.

Sappiamo che il corpo femminile (o quello queer) non è considerato neutro come quello maschile. Sono campi di battaglie politiche e culturali, territori in cui desiderio, potere, dolore, controllo e identità trovano spazi abbondantissimi. Sappiamo anche che tra gli interventi estetici più richiesti al mondo ci sono l’aumento e la riduzione del seno. E no: non è una banale questione di soggettività, non è "perché mi piaccio così", o colà.

Nel 2022 più di due milioni di donne nel mondo si sono sottoposte a un intervento di aumento del seno. A confronto, le operazioni di riduzione sono state circa 595.000. La proporzione è praticamente che per ogni donna che decide di alleggerire il proprio seno, ce ne sono almeno tre o quattro che scelgono di ingrandirlo.

In Italia il rapporto è ancora più netto: 7 a 1, secondo i dati dell’AICPE (Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica). È ovvio che cifre come queste non possono essere lette solo come statistiche sanitarie perché raccontano molto di più: parlano di pressioni sociali, aspettative culturali e di una società in cui il corpo femminile è sempre esposto, valutato, sezionato. L’ideale estetico, variabilissimo nel tempo e nello spazio, è letteralmente un peso sul petto.

L’intervento di aumento del seno continua a incarnare l’ideale estetico dominante, quello di una femminilità che passa attraverso la rotondità ma solo in alcuni punti, la sensualità, l’aderenza a modelli corporei diffusi dalla pornografia soft e dalla pubblicità. Non stupisce che molte donne riportino di sentirsi più sicure di sé dopo un intervento del genere: non stanno solo cambiando il loro corpo, stanno cambiando il modo in cui il mondo risponde a loro. In quella che sembra una controtendenza, cresce il numero di donne che invece decidono di ridurre il proprio seno.

rifarsi il seno (grande, piccolo, medio) è un atto di riappropriazione o di adesione?

E non sempre per motivi di salute: sempre più spesso per liberarsi di uno sguardo che pesa più del mal di schiena derivante da una sesta o settima misura. In questi casi, la chirurgia diventa un atto politico, una rivendicazione di spazio e identità. A cominciare da una scelta di distacco da un modello di femminilità nel quale non ci si riconosce.

Per alcune donne un seno grande è incompatibile con la propria identità personale. Che si tratti di donne eterocis, non binarie o trans, la scelta è quella di slegarsi da un’immagine tradizionale di femminilità, motivo per cui ridurre il seno diventa un atto di affermazione identitaria e di riconfigurazione dell’immagine di sé, 

I motivi principali dietro la scelta di ridurre il seno sono anche legati alla sessualizzazione indesiderata: molte donne raccontano di sentirsi osservate, sessualizzate e giudicate fin dalla pubertà a causa del loro seno abbondante. E un seno grande, soprattutto in giovani ragazze, diventa oggetto di attenzioni non richieste, battute, commenti invadenti: la mastoplastica riduttiva diventa in questi casi un atto di autodifesa, un modo per sottrarsi a una sessualizzazione precoce e continua.

C'è anche un tema di libertà di muoversi: molte donne con un seno voluminoso si sentono limitate nell’attività fisica, nello sport, nella scelta dei vestiti. Fare jogging, indossare una maglietta aderente, dormire a pancia in giù diventano attività complicate (o imbarazzanti, anche se non dovrebbero esserlo ma in questo mondo viviamo).

in conclusione

 La riduzione del seno, soprattutto quando non dettata da ragioni cliniche, può essere letta come una forma di riappropriazione del proprio corpo. È certamente un gesto attivo, non passivo. Sembra l’opposto della remissività estetica: non si cerca di aderire a un modello imposto, ma si crea un modello personale, anche se questo sembra vada "controcorrente". Ma forse va secondo una corrente tutta sua, fuori dall'orbita del male gaze, e quindi nei fatti non è un atto di rottura ma anzi, di adesione a (altri) modelli e standard. Allora anche la scelta di ingrandirlo è dettata dall'autodeterminazione. O no?

Arrivate a questo punto non possiamo che porci una domanda scomoda: quanto è libera la nostra libertà di modificare le nostre forme? Viviamo in un’epoca che celebra la libertà individuale fino allo sfinimento, anche estetica, nell'idea che chiunque voglia debba poter disporre del proprio corpo quando e come vuole perché somigli il più possibile all'idea che si ha di sé stessi, sé stesse. Ma in un contesto sociale in cui i corpi sono esaminati, controllati e giudicati e in cui sono una specie di biglietto da visita che apre, o chiude, porte e opportunità, la scelta personale è ancora personale?

Forse no, perché si intreccia inevitabilmente con i dettami sociali. Siamo davvero libere, liberi, quando cambiamo il nostro corpo, o stiamo semplicemente adattandoci a uno standard