Debunkiamo "l'ora delle preoccupazioni": tutti i motivi per cui non ha senso praticarla (nemmeno per i bambini)
Ma che cos’è davvero e come si pratica?
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Certe idee godono di fortuna perché sembrano utili e perché rassicurano. Poi, se arrivano da Paesi percepiti come all'avanguardia, come la Finlandia, non abbiamo scampo: improvvisamente l'ora delle preoccupazioni sembra la panacea di tutti i mali.
Negli ultimi tempi si è parlato con insistenza della cosiddetta ora delle preoccupazioni, una pratica che arriverebbe dalla Finlandia: un tempo delimitato e prestabilito in cui bambini e bambine, ragazzi e ragazze e talvolta adulti vengono invitati a nominare le proprie paure, a scriverle, a distinguerle, a osservarle senza vergogna e poi basta più perché il tempo è scaduto. Se ne parla l'indomani alla stessa ora.
Ora, in un’epoca che pare segnata da ansia diffusa, fragilità emotive di ogni natura e burnout, ma anche di continue elaborazioni sugli stili genitoriali e sulle buone pratiche per limitare i danni delle famiglie (tutte tossiche, ovvio) è chiaro che l’idea esercita un certo fascino evidente. Soprattutto dal momento che si tratta di schedulare un momento da dedicare all'espressione di malesseri.
Ma è proprio questa compostezza che merita di essere guardata con qualche cautela. Assegnare al rimuginio uno spazio preciso, circoscrivere il pensiero ansiogeno e poi archiviarlo per rinviarlo al momento stabilito della giornata a noi sembra un controsenso. Ma intanto vediamo come funziona.
L’ora delle preoccupazioni: la tecnica
Invece di lasciare che ansia e pensieri negativi invadano tutta la giornata, si decide di rinviare a un momento preciso (che dura di solito meno di un'ora) durante il quale ci si potrà concentrare solo su ciò che preoccupa e ossessiona. In pratica funziona che durante il giorno, quando arriva un pensiero ansioso, non lo si segue e non lo si elabora.
Lo si annota mentalmente, su un quaderno o sul telefono, e lo si rimanda a quel momento stabilito. Quando arriva l’ora "delle preoccupazioni" scelta, ci si ferma e si mettono a fuoco appunto le preoccupazioni una per una. Servirebbe, sembra, anche per bambini e bambine: alcuni editoriali ne danno notizia come metodo pedagogicamente inappuntabile per far aprire i piccoili con i genitori.
L’idea di fondo è evitare che le ansie e le preoccupazioni prendano il comando della giornata e invece blindarle dentro a uno spazio limitato così che trovino una giusta, lucida, elaborazione. Una specie di vaso di Pandora.
i punti critici nel "metodo della finlandia"
Il punto critico è questo: non tutto ciò che viene verbalizzato si ridimensiona alla lucidità. Non tutto ciò che viene portato al centro perde potere anzi in alcuni casi accade il contrario. Alcune persone, specialmente se molto sensibili, insicure o inclini al rimuginio, potrebbero finire per vivere quell’ora come una autoinflitta convocazione quotidiana dell’ansia. Altro che pausa di lucida consapevolezza.
A questo si aggiunge un’ambiguità di fondo: si sostiene che il metodo serva a distinguere tra ciò che è controllabile e ciò che non lo è. In teoria, un buon esercizio. In pratica, però, questa distinzione non è sempre semplice, soprattutto per chi ha l'ansia, oltre che ovviamente per bambine e bambini. Noi crediamo infatti che sia più che altro uno strumento di indagine per genitori apprensivi.
causarsi ansia calendarizzando un'ora per l'ansia
C’è poi un altro aspetto: se il timore è che una preoccupazione prenda tutta la giornata, forse è il caso che lo faccia. Se non è una preoccupazione valida, si deve passare dal divano di una, un terapista, non calendarizzare venti minuti per occuparsene. Non basta riservare quindici o trenta minuti al disagio per dire di aver costruito una cultura della salute mentale.
Ciò che in mani esperte può avere una funzione limitata e ben calibrata, in contesti ordinari può essere applicato male o finire per essere controproducente e tossico. Non è difficile immaginare il paradosso: bambini invitati a tirare fuori tutto senza avere ancora gli strumenti per rielaborare davvero; adulti senza alcuna preparazione chiamati a gestire contenuti emotivi profondi, convinti di fare il bene dei figli (o di sé stessi) semplicemente assegnando ogni sera un quarto d’ora all’ansia.
Insomma, crediamo che possa avere senso molto, molto, limitatamente: dare un appuntamento fisso alle preoccupazioni non significa necessariamente comprenderle anzi, a volte significa solo concedere loro più spazio e più legittimazione.
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