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La paura di offendere sta limitando l'aperto confronto su temi pubblici? La deriva del "personale" che è "politico"

La paura di offendere sta limitando l'aperto confronto su temi pubblici? La deriva del personale che è politico
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Senza fare propaganda verso gruppi o posizioni specifiche: la deriva non è nel concetto in sé, ma nell’uso totemico dell’offesa personale.
Se ogni critica, analisi o valutazione pubblica viene letta come un attacco identitario il campo del dibattito si restringe fino quasi a sparire.
di Eugenia Nicolosi

Il ricatto dell'offesa personale sta limitando il confronto aperto su questioni pubbliche? Forse sì: siamo passati, passate, dal doveroso spiegare che alcune opinioni sono offensive (giusto) all'aver trasformato ogni questione pubblica in questione personale (sbagliato).

Quindi la domanda è se non ci ridurremo a parlare solo con chi la pensa millimetricamente come noi, qualcuno che abbia lo stesso identico vissuto ("altrimenti non puoi capire, né parlare") e le stesse identiche prospettive?

Frasi da non dire a una persona sorda (secondo Jenni Serpi)

A volte sembra che il dibattito pubblico sia diventato un campo minato. Non si discute più di idee ma intorno alle idee, temendo che ogni affermazione, anche generale, possa essere interpretata come un attacco personale perché in effetti è vissuta come tale dall'interlocutore, dall'interlocutrice.

le persone sono diventate totem, la cui offesa è una minaccia alla collettività

È un cambiamento che oggi determina la qualità delle discussioni collettive. È partito tutto da un’esigenza giustissima: riconoscere che alcune parole e alcune idee non sono "parole" nè "idee" ma violenza verbale. E che certi discorsi non sono neutri nè per le loro origini (stereotipi) nè per dove atterrano (politiche disintegrative del tessuto sociale). Abbiamo imparato a capire perché alcuni linguaggi siano offensivi e perché chi li subisce abbia pieno diritto a segnalarlo. Ma qualcosa a un certo punto del cammino ha preso per la tangente.

L’attenzione all’offesa reale si è trasformata nella presunzione dell’offesa potenziale, fino a creare una prassi in cui basta sentirsi personalmente coinvolti/e (o dire di esserlo) per trasformare una questione pubblica in un affare privato e imporre a chi parla di tacere. E così, ogni divergenza rischia di trasformarsi in un'accusa un’aggressione.

Alla fine il rischio è quello del gaslighting continuo, in cui ogni opinione (quelle vere, ponderate e in arrivo da persone alleate) vengono delegittimate con le motivazioni più violente: "sei offensivo/a". Il ricatto è quindi implicito: se la tua opinione è di dissenso mi offende, allora non la puoi esprimere. Il punto è che l’offesa è diventata il veto supremo. Non c'è spazio per i confronti argomentati, non c'è bisogno che per annientare i confronti venga smascherato - per dire - un pregiudizio o un intento discriminatorio: basta la percezione di offesa.

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basta dire di avere un trauma per silenziare chi sta parlando

E il discorso pubblico che vive di confronto, sfumature, attriti anche duri, è così compresso. Il rischio numero due, e lo vediamo già, è che ci si è ridotti, ridotte, a parlare di questioni di interesse pubblico solo con chi è millimetricamente identico/a a noi, qualcuno che ha vissuto le nostre stesse esperienze, che - pensiamo - interpreta il mondo con il nostro stesso militaresco codice morale.

Cerchi quindi sempre più piccoli, sempre più omogenei, sempre più lontani dal resto della comunità che di per sé è variegata. Ma una società che dialoga solo al proprio interno è una società che non dialoga.

Dove abbiamo sbagliato? Forse abbiamo confuso la protezione con la semplificazione. Abbiamo creduto che evitare il conflitto preservasse la coesione, quando invece è il conflitto (gestito, argomentato, etico) a costruire occasioni e coesioni. Abbiamo sacralizzato il vissuto individuale fino al punto da non poter più interrogarlo né lasciarlo da parte, perché ogni domanda sembra una messa in discussione dell'identità, non dell’idea. Abbiamo deciso che rivendicare la complessità significa legittimare la maleducazione o la violenza verbale. Di conseguenza il dissenso dentro alle cerchie ristrette non può che essere un crimine.

il personale è politico ma non può minacciare il dialogo

Non serve far parte delle alte sfere dei circoletti politici per rendersi conto di quanto queste modalità siano tossiche, violente e controproducenti. Non tutto è personale e non tutto deve esserlo. Forse occorre uno sforzo generale per ricostruire lo spazio comune in cui le idee tornano centrali, in cui le esperienze personali e politiche possano incontrarsi senza che si viva la costante gara a chi è messo/a peggio, quindi legittimato/a a offendersi prima.

L’espressione il personale è politico nasce nei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta principalmente perché le esperienze individuali delle persone ciò che vivono nella propria vita privata, familiare, emotiva non resti nascosto ma venga politicizzato perché in effetti quanto avviene nelle case private riflette strutture di potere, norme sociali e disuguaglianze collettive. 

Sembra che oggi il concetto venga usato spesso in senso esteso, individualizzato, emotivo. Siamo passate, passati, dal dire questo vissuto personale è condiviso da milioni di persone, dunque rivela un problema sociale al dire questo mio vissuto personale deve essere politicamente riconosciuto come tale, a prescindere dalla sua portata generale. E se la prima affermazione è politica perché basata su dinamiche collettive, la seconda rischia di essere un rigurgito individualista.