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Sempre la stessa storia: perché cambiano i volti, ma non le dinamiche che ci legano

Benvenuti a Colazione con Alice. Ogni martedì mattina, vi racconto una storia vera come il caffè, amara come certe risposte. Racconti di relazioni piene, rase, sbilanciate — ma anche di noi, quando troviamo il coraggio di volerci intere.  

A volte crediamo di aver voltato pagina. Cambiamo città, cambiamo amici, persino il colore dei capelli. Eppure, ci ritroviamo lì: in una relazione che sembra diversa, ma finisce per farci sentire esattamente come la precedente. Cambiano i nomi, le circostanze, persino i volti. Ma sotto la superficie c’è sempre lo stesso schema. 

Lo psicoanalista John Bowlby, con la sua teoria dell’attaccamento, ha spiegato come i primi legami della nostra vita diventino modelli emotivi interni che ci accompagnano anche nell’età adulta. Così, senza accorgercene, tendiamo a ripetere ciò che ci è familiare, anche se ci fa soffrire, perché il noto ci sembra più sicuro dell’ignoto. 

Freud la chiamava “compulsione a ripetere”: un impulso inconscio a ricreare dinamiche antiche nella speranza – a volte vana – di risolverle. Ma prendere consapevolezza è il primo passo per spezzare il ciclo e riscrivere la propria storia. 

Cose che non voglio più sentirmi dire da quando sono in una coppia mista

Racconto 

La mia seconda crush del momento stava davanti a me: il maritozzo di Massari, nel negozio in Duomo. La prima è il New York Roll, non mi passa. Chiamarlo “maritozzo” per un romano sarebbe un affronto, dato che qui è molto più grande e – oltre alla panna – racchiude una farcitura abbondante di crema, pistacchio o cioccolato. 

Tocca finalmente a me. L’inserviente mi chiede: 

— Quale scegli? 

Gentile, ma con un tono appena stonato dalla fretta, vista la coda dietro me e Federica. Lei, nel frattempo, ha già pagato maritozzi e caffè per entrambe. 

— Cioccolato — rispondo per togliermi il pensiero. 

La osservo spegnersi un secondo dopo aver appoggiato il telefono al POS. Credo abbia ricevuto un messaggio. Sono quasi sicura che si tratti di Alessio. 

Fede ha iniziato a frequentarsi con lui la scorsa estate. All’inizio sembrava finalmente felice, ma poi l’ho vista spegnersi colazione dopo colazione. Forse è il momento di farle una domanda diretta. 

Ci sediamo a uno dei tavolini ancora liberi lungo il portico di via Marconi. Ci servono i caffè: doppio per lei, americano per me. Sorseggio subito, fingendo di non essermi appena ustionata la lingua, come al solito. La guardo dal basso verso l’alto, gli occhi più spalancati del normale. 

— …ti ha scritto Ale? 

Lei abbassa gli occhi tristi: 

— Sì. Abbiamo litigato. Come al solito. 

Ingolla un terzo di maritozzo senza respirare, o almeno così mi sembra. Mi sento soffocare per lei, e non so se sia per il dolce. Posso dire qualcosa o rischio di farla chiudere ancora di più? 

— Fede — inizio cauta — c’è davvero una differenza tra i tuoi ex che ti spintonavano, ti lasciavano lividi sul braccio, ti urlavano addosso… e Ale che lo fa calmo? 

Un pensiero mi sfiora: forse per i precedenti sarebbe servito un ordine restrittivo. Ma non lo dico. Non ora. 

Federica sospira, mi guarda: 

— Non lo so. Dove lo trovo un altro con quella pazienza? Sai come sono fatta. Se trovo uno accondiscendente mi annoio a morte. Mi serve qualcuno che mi tenga testa, e lui lo fa. Sono io che non so cosa voglio, forse. 

Mangia un altro terzo di maritozzo. 

— Però — continuo — sembri voler mettere la bandierina della donna indipendente, con i tuoi spazi. Ma poi trovi sempre persone che ti dicono che sei sbagliata e smontano la sicurezza che ti sei costruita con fatica, come fossero mattoncini Lego. 

Dall’occhio lucido capisco che ho fatto breccia. Ma non so se continuare o se sto camminando su un cristallo incrinato sopra un precipizio. 

— Me lo ha detto anche la mia psico — sussurra. 

Provo a sdrammatizzare: 

— E come sempre la mia parcella è la più economica, eh? 

Finalmente assaggio il maritozzo. Mamma che buono. Devo concentrarmi. 

— Seriamente, non so se sia uno schema familiare o cosa. Ma non è come quando non trovi la casa perché non piace a tua madre… o l’utilitaria usata perché ai tuoi fratelli nessuna va bene. Hai veramente bisogno che approvino ogni scelta per sentirti sicura? 

Silenzio. 

— Tu sei una delle donne più consapevoli che conosco. Eppure ricadi sempre su questo punto. Prova a prendere l’auto e vedi se diventa tutto più naturale. Forse sei solo bloccata. 

La guardo, sperando di non averle fatto troppo male. Sospiro. 

C’è un lampo nei suoi occhi: 

— Sì. Hai ragione. Sono bloccata. Ho la sensazione che, se provassi a fare qualcosa solo per me, mi cadrebbe tutto addosso. 

Le sorrido come una carezza. 

— Fe, se prendi l’utilitaria usata sbagliata, che succede? 

Lei mi guarda: 

— Niente. 

Finalmente un piccolo sorriso. 

— Ali, ma tu come hai fatto a comprare casa? 

— Con l’incoscienza di chi si accolla un mutuo trentennale? 

Mi guarda, appiattendo le labbra. 

— Dai! 

— Ok, ho pensato a lungo a che casa volessi. Luminosa per le piante e il gatto, chiara perché quelle scure mi fanno venire voglia solo di uscire. Due camere da letto per la speranza di avere un figlio. Un grande balcone. Una zona comoda per i miei genitori. 

Lei annuisce, curiosa. 

— Poi ho guardato annunci, viste due case, scartata la prima perché troppo buia, fermata la seconda perché perfetta. Ho lasciato l’anticipo il giorno dopo. 

Federica mi guarda ammirata. Ma io non voglio che mi prenda a modello. 

— Fe, io ho altre cose da risolvere. Tu prova con scelte piccole. Ti fidi di me? 

Annuisce. 

— Ali… che faccio con Alessio? 

— Niente. Prima guarisci e prendi coraggio. Poi lo saprai da sola se è la persona giusta. 

La vedo sorridere. Chiama la cameriera: 

— Un maritozzo alla crema, per favore. 

— Ma non possiamo andare via senza aver provato anche questo — mi dice. — Visto che gli altri due li abbiamo mangiati, dividiamoci questo. 

Scoppio a ridere. Questo ce lo gusteremo meglio. Penso mentre mangio l’ultimo boccone al cioccolato.  

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