Se il cervello non ha genere (e non ce l'ha) il patriarcato dovrà trovarsi altre illusioni
L’unica verità neuronale è che siamo esseri complessi, plastici, mutevoli.
Ed è proprio questo a infastidire il patriarcato, che non lo accetterà, e continuerà a imporsi con altre idee antiscientifiche.
L’idea che il cervello umano abbia un genere è una delle più longeve superstizioni mascherate da scienza. Non nasce dai microscopi, ma dai salotti filosofici e dalle aule dove, per secoli, il pensiero maschile ha cercato di descriversi come misura universale.
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Così, quando la neuroscienziata Martina Ardizzi ricorda che non esiste un cervello maschile e non esiste un cervello femminile, non sta solo correggendo un errore empirico: sta toccando il cuore di una costruzione culturale che ha regolato il modo in cui la società definisce sé stessa attraverso una codificazione forzata delle emozioni e della moralità.
maschile e femminile sono costrutti sociali
Il patriarcato, ovvio, non ha bisogno di bastoni per sopravvivere; gli basta un buon racconto. E il racconto del cervello "naturalmente maschile” o "naturalmente femminile" è stato uno dei più efficaci. In esso, la mente maschile è analitica, ordinatrice, predisposta al comando (e chi sennò?) e quella femminile è empatica, intuitiva, incline alla cura (ecco come convincere generazioni di donne a fare le cose che nessuno voleva fare).
Due caricature che si fingono complementari che tracciano una gerarchia. L’argomento “scientifico” ha sempre fatto da maschera di rispettabilità alle idee di disuguaglianza: così che non apparisse per la scelta che è, ma come destino biologico. Eppure è proprio la biologia a raccontarci un’altra storia, quella vera.
Il cervello è un organo plastico che viene modellato dall’esperienza, dall’ambiente, dalle relazioni. Ogni tentativo di fissarlo in categorie è un atto di riduzione, non di conoscenza. I neuroni non sanno nulla dei nostri codici di genere patriarcali, siamo noi a imporre con le nostre leggi morali delle etichette che servono a sostenere un equilibrio di potere.
e se dicessimo che sono idee fasciste?
È stato durante il fascismo che la differenza di genere divenne una questione di Stato. Non si trattava soltanto di ribadire l'esigenza di un ordine familiare, ma di scrivere la gerarchia dei sessi nel corpo stesso della nazione. L’uomo era “colonna virile” dell’Impero, la donna “madre feconda della razza”. Tutto il resto — desideri, identità non conformi, ambizioni intellettuali femminili — veniva patologizzato, deriso, deportato. Così, con la minaccia e la paura, si inibisce perfino il pensiero.
Questa visione andava resa digeribile dopo i secoli precedenti e libertini, così è stata trovata una legittimità nella pseudo-scienza che mescolava endocrinologia, antropologia e moralismo. Si parlava di ormoni “virili” e “materni”, di cervelli calibrati per la forza o per la tenerezza.
Le riviste scientifiche dell’epoca pubblicavano studi che oggi rasentano la caricatura: si misuravano i crani, si pesavano gli emisferi, si calcolavano i “rapporti di femminilità” nei tratti nervosi. Non era solo ignoranza; era ideologia.
Il fascismo fu talmente abile che ancora oggi a distanza di cento anni la gente crede a quelle idee. Le scuole femminili insegnavano “scienze domestiche”, non scienze naturali. Alle bambine si spiegava che il loro cervello era più adattabile, malleabile, fragile, dipendente. Il pensiero critico, nelle donne, doveva essere sostituito da obbedienza morale. L’intelligenza non era permessa. Intorno a questo dispositivo ruotava l’intera estetica fascista: la virilità muscolare, la maternità eroica, la repressione di tutto ciò che scardinava la coppia eterosessuale produttiva e riproduttiva.
Quel passato non è sepolto e sappiamo che non bastano gli studi contemporanei: la sua grammatica sopravvive nei discorsi che ancora oggi distinguono le “attitudini naturali” di uomini e donne. La verità purtroppo non sempre basta a cancellare un mito. Non ancora.