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Le bambine giocano a calcio, i bambini con le bambole: così l'Islanda insegna la parità di genere in classe

Le bambine giocano a calcio, i bambini con le bambole: così l'Islanda insegna la parità di genere in classe
(getty)
Educare all'uguaglianza: l’Islanda guarda avanti ed è prima nel mondo per parità di genere, mentre l’Italia è sempre più indietro.
Forse, a questo punto, volontariamente.
di Eugenia Nicolosi

Se è vero che l’istruzione è il primo terreno in cui si coltiva l’uguaglianza, allora l’Islanda ha già vinto. Del resto lo dicono anche i dati: il piccolo Stato nordico è da anni in cima alle classifiche mondiali per la parità di genere, anche perché ha sviluppato un modello scolastico che non si limita a promuovere l’uguaglianza di genere, ma che interviene direttamente sui meccanismi che producono disuguaglianza fin dalla prima infanzia. È il modello "Hjalli", ideato da Margrét Pála Ólafsdóttir, ed è tanto semplice quanto rivoluzionario: separare temporaneamente i bambini e le bambine per allenarli a essere, ognuno a modo proprio, più empatici, più coraggiosi, più liberi dai ruoli imposti dalla società.

Educazione sessuo-affettiva: perché in Italia manca?

E non sono nuove: fondate nel 1989, le scuole Hjalli hanno abbracciato un approccio pedagogico basato sulla "compensazione di genere": ai bambini vengono proposte attività tradizionalmente considerate dalla società come femminili (accudimento, ascolto, smalto, bambole), alle bambine, al contrario, attività che stimolano coraggio, assertività, leadership (camminare sulla neve a piedi nudi, salire sugli alberi, esercitarsi a dire la propria opinione). Il tutto in ambienti minimali, con giochi gender-neutral, uniformi identiche e nessuna concessione alla dicotomia "rosa" vs "azzurro".

il modello islandese dell'educazione alle differenze

A oggi l’8 per cento dei bambini e delle bambine in età prescolare frequenta una scuola Hjalli. Il modello è stato, ovviamente, inizialmente considerato provocatorio anche in Islanda, ma nel tempo ha trovato un suo posto stabile e apprezzato nel sistema educativo.

E in Italia? In Italia si continua a parlare di provocazione ogni volta che qualcuno tenta di proporre modelli educativi paritari. E intanto si discute di parità in termini di slogan, protocolli ministeriali e campagne pubblicitarie, mentre nelle aule scolastiche i bambini e le bambine sono ancora, troppo spesso, incasellati in ruoli rigidi. Le maestre si aspettano dolcezza e ordine dalle femmine, energia e spavalderia dai maschi. Le bambine sono ancora invitate a "mettere a posto i giocattoli" mentre i bambini sono fuori a giocare (storia vera) perché "loro sono più ordinate".

I laboratori creativi si riempiono ancora di storie legate a principesse da salvare e supereroi destinati a salvarle, privati di emozioni e diritto ad avere paura. I giochi di ruolo perpetuano ruoli familiari tradizionali: mamma e papà, calcio e bambole, lavoro di cura per le bambine e lavoro produttivo fuori casa per i bambini. E quando si prova ad alzare lo sguardo oltre il recinto, si urta contro una resistenza che non è solo culturale e spontanea, ma quasi ideologica: vien da chiedersi se l’Italia preferisca non scardinare gli stereotipi di genere.

l'italia che (forse) sceglie di restare indietro

Perché anche lì dove ci sono sporadiche eccezioni, progetti locali, insegnanti illuminati e illuminate, manca il cappello istituzionale di visione politica e pedagogica sistemica. In Islanda si insegna ai bambini a coccolare una bambola e alle bambine a essere forti. In Italia si insegna ancora ai bambini che "non si piange" perché "sei un maschietto", e alle bambine che essere "brave" vuol dire essere accomodanti. In Islanda si lavora sull’identità individuale liberandola dai vincoli collettivi. In Italia si resta spesso ostaggio del giudizio altrui: quello delle famiglie, dei media, perfino del Parlamento e delle sue ideologie tradizionali.

La creatrice del modello islandese, Ólafsdóttir, ha ragione quando dice che “il modo migliore per avvicinarsi all’uguaglianza è ammettere le differenze esistenti”. E dopo occorre anche il coraggio di intervenire su quelle differenze, educando le nuove generazioni a non rimanere prigioniere degli stereotipi.

L’Italia questo coraggio non l’ha ancora trovato. E mentre altrove si sperimenta, si corregge, si cresce, da noi si continua a fingere che basti dire “parità” per realizzarla.

Se davvero vogliamo uscire dalle "emergenze" che emergenze non sono, dalla disoccupazione femminile, dal retaggio culturale che priva le donne dell'indipendenza economica (3 su 10 non hanno un conto corrente personale), dalla cultura della prevaricazione, occorre partire dalla scuola. Non ci stancheremo mai di dirlo: lì dove le famiglie sono spesso ancora le prime vittime di una cultura della disparità occorre una scuola che formi cittadini liberi e cittadine libere. Ma ancora, nel nostro bel Paese, domina la paura di uscire dal binario di genere, non sia mai che domani le persone possano credersi libere.