Indispensabile a volte, dannoso in altre: il legame (un po') tossico tra solitudine e social media
Apri Tiktok e scorri un centinaio di video in pochi minuti, senza vederne neppure uno per intero. Passi a Facebook e leggi i post dei gruppi più improbabili, scritti da decine di persone che non conosci. Vai su Instagram e clicchi ripetutamente su stories di amici con cui non parli più molto. Perché siamo finiti a sentici così soli, in tutta questa iper connessione?
Il Rapporto Annuale Istat 2018 raccontava di una popolazione italiana fondamentalmente sola: 3 milioni circa di persone affermavano di non avere una rete di amici o di sostegno, mentre 8,5 milioni di persone vivevano da sole. È un dato preoccupante, ma che segue quello degli altri stati europei e anche extra europei, come Canada e Giappone, per esempio. Non a caso il Regno Unito ha consolidato un vero e proprio Ministero della Solitudine (a cui sono stati assegnati ben 20 milioni di sterline all’epoca della sua nascita, da investire in politiche sociali), mentre un progetto pilota della Commissione Europea avviato nel 2023, intervistando 25mila residenti nell’Ue, ha constatato che il 13% di loro si sentono soli “per la maggior parte del tempo o per tutto il tempo”.
Quante volte la paura di stare da soli ci spinge in relazioni sentimentali in cui non crediamo davvero?
L'epidemia della solitudine in Italia
Come ha riportato The Vision, il motivo principale legato alla solitudine sarebbe il vivere da soli, e di conseguenza anche l’estensione della rete familiare e il rapporto con essa; nel 2020, una ricerca del Sole 24 ore conferma che questo stato di solitudine si lega a doppio filo con i rapporti con la famiglia e i cari, e che ha soffrire maggiormente di solitudine sia la fascia tra i 18 e i 34 anni: “L’età più protesa verso la progettualità è, dunque, quella a cui la solitudine sta erodendo prospettive, mentre gli anziani sembrano reagire meglio”.
Lo studio in questione fa riferimento al 2020, anno di inizio della pandemia, ed è sicuramente influenzato dai lockdown e dalle altre restrizioni che ci hanno fatto rivalutare priorità e obiettivi, anche rispetto al modo in cui ci teniamo in contatto con gli altri. Ciò che non è cambiato ancora, da allora, è il rapporto duplice dei social in questo senso, che rappresentano a tutti gli effetti un’arma a doppio taglio per gli utenti. Spiegava nel 2020 il Sole 24 Ore: “Il 53% di chi soffre la solitudine, pur utilizzandoli, avverte disagio nel doversene servire come canale di contatto con le altre persone. Appena il 26% di chi si sente “in solitudine” considera i social un buon veicolo per mantenere le relazioni esistenti”.
I social come mezzo di (non) comunicazione
I social, in effetti, esisterebbero proprio per questa ragione e, anzi: la ricerca di Psicologia Clinica “On-line friendship: is it a stimulation or a social disengagement?” (2011) spiega che sono fondamentalmente cinque le ragioni per cui abbiamo iniziato e continuiamo a comunicare online:
- Il mantenimento delle relazioni sociali
- Incontrare nuove persone
- Compensazione sociale di difficoltà comunicative all’interno di rapporti offline
- Inclusione sociale e adesione a un gruppo
- Divertimento
Tuttavia, nell’era del more – personal computer, tutti questi aspetti sono amplificati da una lente magnificatrice: condividiamo tutto, vediamo tutto, esperiamo (o ci sembra di farlo) tutto, e tutto ciò avviene sotto il peso della performance e della produttività. Attraverso i social, ci presentiamo al mondo, e ci relazioniamo con esso, filtrando, modificando e accomodando la nostra persona a ciò che pensiamo di voler essere. Una maschera a tutti gli effetti che, nel momento in cui dobbiamo togliere (ossia: quando siamo off line), ci porta ad essere insicuri e a sentirci soli proprio nella nostra unicità, perché è esattamente quella che abbiamo deciso di nascondere al mondo. Il problema è che è più facile adattarsi a una vita di soli login, piuttosto che affrontare ansia e solitudine.
"Insieme, ma soli"
Lo ha raccontato anche la sociologa e psicologa Sherry Turkle in un Ted Talk, “Connessi, ma soli?” e nel suo saggio Insieme, ma soli. Secondo l’autrice, sarebbe proprio la connessione perenne a distrarci dagli altri, interrompendo con chat ed sms un confronto faccia-a-faccia. E non solo; ne ha parlato, facendo accuse direttissime, anche il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman: “Mark Zuckerberg ha capitalizzato 50 miliardi di dollari puntando sulla nostra paura di essere soli, ed ecco Facebook: mai nella storia umana c’è stata così tanta comunicazione, la quale però non sfocia nel dialogo, che resta oggi la sfida culturale più importante. Usando Facebook o Twitter mi metto in una cassa di risonanza dove mi aspetto che tutti mi diano ragione. È una sorta di stanza degli specchi in cui non ci si confronta, non ci si espone realmente al dialogo che, invece, presuppone che io voglia espormi a qualcuno che la pensa in modo diverso, correndo anche il rischio di avere torto”.
Un fenomeno che, come riporta con puntualità questo articolo di Culture Digitali, viene definito cyber – balcanizzazione: la tendenza a polarizzare il dibattito in due poli, senza coltivare un confronto vero e proprio. Ce ne siamo banalmente accorti, di recente, davanti al caso Chiara Ferragni e Balocco: da un lato i sostenitori più scalpitanti dell’influencer, dall’altro i detrattori e odiatori più focosi. D’altra parte, potremmo oggi vivere senza social media senza sentirci soli?
L'uso positivo della tecnologia
Abbiamo le capacità di trarre dal contatto umano fisico tutto ciò di cui godiamo sui social, tra cui: intrattenimento endless scroll, stimolazioni multiple e contemporanee, e così via? Forse, semplicemente, rischieremo di annoiarci. Tuttavia, non di soli social media vivono le ultime novità del tech; quando ci spostiamo dalle piattaforme, infatti, le possibilità tecnologiche rispetto alla comunicazione diventano pressoché infinite, e non è un caso che diverse aziende si stiano organizzando per portare sul mercato la propria soluzione di comunicazione digitale efficiente. Una comunicazione, quindi, che non blocchi il sentirsi capiti, visti, accettati e al sicuro con altre persone, ma che promuova questo genere di connessione reale. È il caso, per esempio, della società Rendever, che si impegna a creare situazioni di contatto e condivisione immersive per persone anziane o in difficoltà a spostarsi, con disabilità o mobilità limitata. I progetti dell’azienda riguardano giochi e attività sociali a 360 gradi in real time con persone diverse provenienti da tutte le parti del mondo, oltre che tour virtuali per permettere agli anziani di viaggiare, ancora.
“La risposta è incredibile”, ha dichiarato Kyle Rand, CEO e co-founder; uno studio del National Institute n Aging, inoltre, ha dimostrato come le attività di Rendever abbiamo aiutato a diminuire gli stati depressivi e ad aumentare la salute mentale e sociale dei soggetti. La tecnologia, quindi, non è il male, e probabilmente neppure i social media lo sono, ma ad oggi non esistono ancora studi certi sulla correlazione tra senso di solitudine e utilizzo dei social network. Al momento, quindi, non ci resta che attendere, ricordando che gli strumenti sono solo strumenti, e che a deciderne il loro utilizzo siamo noi.