In salute e in malattia, ma non se tocca a lei: lo studio sui divorzi post diagnosi e l'amara realtà
Uno studio mette nero su bianco che se ad ammalarsi è "lei", il divorzio è dietro l'angolo: il fenomeno chiamato "abbandono della/del partner con gravi patologie", nelle coppie etero si verifica se la patologia viene diagnosticata alla partner
Gli uomini potrebbero diventare i caregiver delle loro partner, ma non vogliono. Uno studio dimostra che la formula "in salute e in malattia", pronunciata durante il rito del matrimonio, resta spesso questo: una formula di rito. L'Università dell'Iowa ha infatti dimostrato che quando una moglie si ammala è più probabile che il matrimonio fallisca e finisca con un divorzio.
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"in salute e in malattia" ma poi all'atto pratico...
Lo studio condotto dai ricercatori dell'Università statale dell'Iowa ha messo in evidenza il tasso di divorzi post diagnosi, quando la diagnosi è di una patologia grave e quando ad ammalarsi è la moglie. Lo studio si intitola Gender disparity in the rate of partner abandonment in patients with serious medical illness ("Disparità di genere nel tasso di abbandono del/della partner con gravi patologie mediche). Insomma che non tutti sono inclini a restare al fianco del proprio partner o della propria partner durante una malattia è perfettamente normale: gli esseri umani non sono tutti uguali e, per quanto non sia giusto, occorre accettare l'idea che alcune persone sono troppo "fragili" o perché no, egoiste. Infatti esiste un fenomeno chiamato “abbandono del/della partner nei pazienti con gravi patologie”. Però il dato è che nelle coppie eterosessuali ad essere fragili e/o egoisti e ad abbandonare la partner sono quasi esclusivamente gli uomini.
L'idea di condurre uno studio sulla disparità, quindi sulla discriminazione di genere rispetto alle diagnosi, nasce dalla scoperta che il divorzio sembrava verificarsi quasi esclusivamente quando ad avere una diagnosi di malattia grave era la moglie.
I risultati si basano sulle storie di centinaia di pazienti in cura presso tre centri medici dell'Iowa che avevano un tumore al cervello, cancro o sclerosi multipla, ed erano regolarmente sposati e sposate al momento della diagnosi. Di questi, la metà erano donne. Nel seguire le vite di tutte queste persone, è emerso che nel corso di quattro anni lo stato civile della metà di loro era cambiato: avevano divorziato. Però, di questi divorzi, nell'oltre il 90 per cento dei casi la paziente era donna. Il che significa che il genere femminile, in caso di diagnosi, è risultato essere un forte predittore di separazione o divorzio.
il genere femminile è un predittore, in caso di diagnosi, di divorzio
Ma non solo: lo studio Health and Retirement Study pubblicato sul Journal of Health and Social Behaviour è durato otto anni (dal 1992 al 2010) e ha dimostrato la stessa identica cosa. Su un totale di oltre 2mila e 500 coppie, se a una moglie veniva diagnosticata una condizione potenzialmente mortale, c'era una probabilità del 6 per cento che il matrimonio finisse con un divorzio. Al contrario, la malattia di un marito non avrebbe influenzato l'esito della relazione. Quindi se ad ammalarsi è lui non cambia niente.
Naturalmente la ricerca dimostra che è "più probabile" che un matrimonio finisca con un divorzio se la moglie si ammala ma non fornisce dettagli sul perché. Potremmo bonariamente pensare che sia un caso, una coincidenza. O non lo è? Studi precedenti hanno dimostrato che, mentre gli uomini malati sono generalmente soddisfatti delle cure fornite dalla moglie, le donne malate tendono a essere meno soddisfatte delle cure ricevute dai mariti.
Ma una diagnosi di patologia grave ha ovviamente un impatto negativo sull'umore, sulla salute mentale, sullo stress e sulle relazioni, matrimonio compreso. L'impossibilità di lavorare, preparare la cena e svolgere i compiti che si svolgevano prima della diagnosi può alterare l'equilibrio all'interno di una casa e le dinamiche della coppia. È anche stata suggerita una prospettiva diversa: diagnosi di questo tipo, con tutte le ripercussioni psicologiche del caso, per le donne potrebbero essere un "punto di svolta" che le spingerebbe a rivalutare tutta la loro vita, compreso il loro matrimonio.
malattia, lavoro di cura e ruoli di genere
L'impatto della malattia sui ruoli di genere è evidente: in una cultura millenaria che fissa le donne nello spazio della cura, della compassione e dell'abnegazione tanto da far restistere la convinzione che siano "portate" per la cura, è perfettamente fisiologico che anche la "cura" del matrimonio sia percepita come un carico femminile. In tal senso, quando la persona che ricopre questo ruolo si ammala gravemente, la coppia ne rimane profondamente disorientata. Può venir meno il lavoro emotivo, oltre che quello logistico, e l'altra persona può mal gestire la mancanza di partecipazione. Se all'improvviso il sostegno non c'è più (perché in realtà lei ha bisogno che lui si prenda cura di lei e della casa come fa lei) per un marito è destabilizzante. Soprattutto se è poco flessibile.
Quindi cosa significa questa ricerca? Che gli uomini non sono buoni caregiver né buoni compagni di viaggio, perché si arrendono quando la vita diventa troppo dura? Beh, non vogliamo fare di tutta l'erba un fascio, però è un dato evidente. Agli uomini non è stata ancora insegnata la cura, non sono stati socializzati per essere caregiver e si sentono meno a loro agio quando devono farlo. Tutto parte da quando sono bambini, ovviamente e come tutto: al netto del "carattere" di una persona, bambini e bambine sono ancora bersaglio di insegnamenti genderizzati, il che significa che la capacità di dare cura e attenzioni non viene sviluppata in egual modo. E questo, nell'età adulta, si vede.