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Etero, monogamico, drammatico: niente è più tossico del mito dell'amore romantico

Al cinema, tra i libri, non vediamo mai i protagonisti dopo il "the end": percepiamo come amore lo struggimento del "viaggio dell'eroe" che lo precede.

Non siamo dentro a un film. Quando sembra di sì vuol dire che qualcosa non va: il problema è che noi funzioniamo al contrario. Cioè ci sembra che qualcosa non vada quando non succede niente, quando è tutto a posto. quando manca il dramma, cioè, pensiamo che sia anomalo. E sì: stiamo parlando d'amore. 

C’è una scena che conosciamo tutte e tutti anche perché si ripete all'infinito: lui o lei – rigorosamente eterosessuali – ha commesso un errore. Lei o lui è sul punto di partire. Piove. Qualcuno corre. C’è una dichiarazione accorata, un gesto che ribalta tutto, "il grande gesto", e poi un bacio, nel traffico dei taxi newyorkesi, all'ombra della piccola stazione di campagna o sotto a un temporale. Fa lo stesso. Poi. "the end". Titoli di coda.

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per favore diteci cosa viene dopo il "the end"

E dopo? Perché non ci fanno vedere mai quanto vanno d'accordo nei secoli dei secoli amen? Perché non mostrano che l'amore romantico non è la litigata, la separazione che ne consegue, il grande gesto, ma la stabilità, la cura quotidiana, la complicità?

Quello appena descritto è un copione tanto familiare che è finito per diventare rassicurante. Ma invece è parecchio fuorviante, perché l’amore romantico, per come lo abbiamo imparato a desiderare, non è un sentimento. È un copione. Joseph Campbell era un professore universitario che ha teorizzato il "viaggio dell'eroe": cioè la struttura archetipica attorno alla quale le trame devono svolgersi che origina niente di meno che dalle tradizioni delle antichissime tribù, dove il passaggio dall'infanzia all'età adulta veniva determinato da un letterale viaggio in solitaria, spesso tra pericoli, e dal quale si tornava feriti, stanchi, ma consapevoli di sé. Le ferite, causate da belve feroci o rovi pungenti, erano la prova che il viaggio c'era stato.

Nei romanzi e nelle sceneggiature il viaggio dell'eroe prevede una partenza cioè un punto di partenza (psicologico, di convinzioni, emotivo), una crisi, una trasformazione, un ritorno, la vittoria. L’eroe (quasi sempre un “lui”) deve soffrire per diventare migliore, deve perdere qualcosa per capire cosa conta davvero. Questo modello mitico funziona a meraviglia nei racconti epici e perfino nei film d'azione (in alcuni): il protagonista è deciso a ottenere qualcosa ma nel corso della sua battaglia comprende ciò che per lui è importante.

Ma quando lo trasliamo nei racconti d’amore – e poi nella vita reale – a distorcersi è più di qualcosa. Perché la cultura fa sostanza: romanzo dopo romanzo, film dopo film, abbiamo introiettato l'idea che l’amore debba essere un percorso di prove, ferite, ostacoli e riconquiste. Se non c’è dramma, non c’è catarsi. E se non c’è catarsi come facciamo a sapere che è amore?

Nei prodotti pop – film, serie, romanzi – il viaggio dell’eroe diventa il viaggio dell’amante travagliato/a. Il problema è che, nella realtà, non siamo protagonisti con una colonna sonora firmata da Adele e un montaggio a ellissi. Eppure agiamo come se lo fossimo: contempliamo il dramma, lo chiamiamo profondità. Normalizziamo la disfunzionalità perché l’abbiamo vista romanticizzata mille volte.

La noiosa eteronormatività del “vero amore”

Questa narrativa tossica non si limita a glorificare il dolore: lo fa quasi sempre in un solo formato. Eterosessuale. Binario. Tradizionale. L’uomo deve rincorrere. La donna deve perdonare. Lui è goffo e insicuro, ma simpatico. Lei è brillante e bellissima, ma in fondo insicura anche lei. Oppure lui è gelido e problematico, lei gentile e appassionata. Litigano, si perdono, si ritrovano. Il finale è garantito, lo possiamo indovinare dalla prima scena.

Le relazioni queer, come anche le strutture non convenzionali, le storie che non terminano con un “e vissero felici e contenti” stanno appena adesso uscendo dai margini, ma vengono ancora piegate agli stessi schemi eteronormativi: un trauma da superare, una tensione da cui redimersi, il grande bacio che sugella la fine del dramma. E allora ci ritroviamo intrappolati, intrappolate, in un amore ultra canonizzato e idealizzato che non può rappresentarci come non può rappresentare nessuno, mai.

I prodotti culturali non sono solo specchio della società: sono anche registi, autori e sceneggiatori. Influenzano le cose che desideriamo, come le desideriamo, come ci relazioniamo, cosa riteniamo normale (nel senso di consueto) o romantico. Se per deceenni ci hanno mostrato che l’amore è rincorsa, gelosia, sacrificio e riconquista, è ovvio che finiamo per accettarlo – o peggio, per cercarlo.

Pensiamo a Twilight: una relazione definita da controllo e dipendenza diventa simbolo di romanticismo. O a The Notebook: quanto più lui insiste, tanto più è “vero amore”. Nessuno sembra voler raccontare l’amore come cura reciproca, come comunicazione sana, come scelta quotidiana. Perché non è spettacolare. Non fa vendere. Non ha picchi emotivi. Eppure è la parte del film che non vediamo, quella che realmente racconterebbe l'amore romantico.

La mascolinità performativa e il romanticismo coatto: l'amore è "diventato" tossico

In molte discussioni sull’amore romantico tossico, si parla (giustamente) di come danneggi le donne: il mito della principessa che aspetta, della pazienza come prova d’amore, dell’accettare tutto in nome della passione. Ma stiamo sottovalutando enormemente quanto quel mito sia altrettanto opprimente – e in certi casi devastante – anche per gli uomini. Charlie Kaufman (sceneggiatore di Se mil lasci ti cancello) ne ha abbondantemente parlato: “Hollywood mi ha fatto del male”. I film, le serie, i romanzi dicono che la felicità romantica è un traguardo obbligato.

Ma è vero anche che, per ottenerla, l’uomo deve essere tutto: coraggioso ma dolce, dominante ma sensibile, sicuro ma vulnerabile – purché la sua vulnerabilità sia sexy. L’eroe romantico moderno deve essere un ibrido tra Mr. Darcy, Ryan Gosling in Drive e Ted di How i met your mother. Deve combattere per l’amore, ma non troppo. Deve soffrire, ma con stile. Non può sbagliare, ma nemmeno essere perfetto – perché quello è noioso e di certo significa che ha qualcosa da nascondere.

Il problema è che questo ideale non è solo irraggiungibile: è costruito su una contraddizione. Da un lato, la società impone ancora agli uomini il modello del maschio alfa, capace, vincente, sessualmente prestante. Dall’altro, il mito romantico vuole che quell’uomo sia anche l’unico in grado di amare davvero – a patto che dimostri il proprio amore con gesti grandiosi, colpi di testa e possibilmente un cambio radicale di sé stesso alla fine. E quando un uomo non si riconosce in questo modello? Quando è timido, introverso, non competitivo, non conquista e non combatte? Si sente escluso, umiliato, etichettato, anche perché le donne (etero) hanno introiettato quell'ideale di maschio tanto quanto.

La cultura pop continua a mostrare “i vincenti” come i modelli da seguire. Anche nei film che vorrebbero decostruire questo immaginario, finisce sempre per vincere il ragazzo sensibile, ma figo, brillante, dannato al punto giusto. L’outsider trionfa, sì ma solo se è Chandler di Friends, John Cusack in Altà Fedeltà.

Paragrafo nerd: il mito dell'amore romantico è un mito della chiesa

Intanto, come siamo arrivate da "romanzo" a "romantico": la parola romantico deriva dal francese romantique, che a sua volta proviene da roman, cioè “romanzo”. In origine, roman indicava semplicemente una narrazione scritta in lingua volgare (non in latino), spesso in versi, molto diffusa nel Medioevo. Queste storie erano popolate da cavalieri, dame, magie e imprese eroiche. Il termine romanticus in latino medievale non indicava l’amore sentimentale, ma qualcosa di “in stile romanzo” – quindi fantastico, avventuroso, esotico.

Avanti veloce: Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra sono i protagonisti dei racconti che gettano le basi del mito moderno dell’amore che sfida tutto, anche la ragione e la morale. Nel frattempo ecco che si faceva strada il Cristianesimo e con esso la pressione sulle donne affinché si addomesticassero. Come chiuderle in casa se non con promesse di felicità? Ecco l'amore coniugale dentro al matrimonio. Per secoli, l’unione matrimoniale esisteva ma soprattutto come un contratto economico e sociale, non certo una questione di sentimento.

L’amore, nella visione ecclesiastica, era caritas, dedizione, dovere. Con il tempo, però, la Chiesa ha assorbito elementi dell’amor cortese per rendere il matrimonio più accettabile e moralmente elevato: l’ideale coniugale diventa un’unione tra anime, oltre che tra corpi. Inizia a emergere l’idea che l’amore vero porti al matrimonio, e viceversa. Il romanticismo, cioè la nascita del mito moderno, arriva tra fine Settecento e inizio Ottocento, con il movimento romantico: qui nasce davvero il mito dell’amore come lo conosciamo oggi, cioè travolgente, irrazionale, esclusivo, salvifico ma anche distruttivo.

L’amore in letteratura viene descritto sempre più spesso come fonte di dolore e sublime sofferenza fino a che non è più solo qualcosa che si vive, è qualcosa che giustifica l’esistenza. Romeo e Giulietta, ma anche opere come Cime tempestose, La signora delle camelie, Anna Karenina: l’amore è desiderio, malinconia, rinuncia, passione che sfida la società, morte. Il lieto fine, infatti, è più una convenzione borghese successiva.

In sintesi: chi ha creato il mito? Il mito dell’amore romantico è una costruzione stratificata: I trovatori medievali hanno fornito l’archetipo della passione idealizzata e inaccessibile, la Chiesa ha ridefinito l’amore come sacrificio morale e la cultura pop l’ha reso uno standard e l'ha universalizzato, vendendolo come sogno collettivo. Ma che sogno è un sogno che prevede dolore o, peggio, morte?