La storia di Mahsa Amiri, uccisa dalla polizia perché indossava male il velo
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Mahsa Amsiri, curda originaria della provincia iraniana di Saqqez, si trovava in visita a Teheran insieme al fratello quando è stata prelevata, trattenuta e infine uccisa dalla polizia morale dell’Iran perché indossava in maniera errata l’hijab, il velo deputato a coprire i capelli delle donne e che in Iran è obbligatorio per tutte coloro che hanno superato i 9 anni di età. L’attentato alla vita della donna è un caso controverso e pieno di misteri: alcuni (poliziotti) dicono che la ragazza soffrisse di epilessia e problemi cardiaci, mentre il video di sorveglianza che riprende il suo arresto non raccoglie il momento in cui è stata portata via dal furgone. A Teheran, nella città natale di Mahsa e sui social donne e uomini stanno organizzando gesti di solidarietà verso la vittima, la sua famiglia e contro la dittatura morale iraniana.
La morte di Mahsa Amiri
Mahsa Amiri è morta a soli 22 anni, nell’ospedale Kasra di Teheran: un quotidiano locale, l’Etemad, riposta che la ragazza è finita in coma “dopo essere stata trattenuta da una pattuglia della polizia morale”, ossia quella che in Iran si occupa di mantenere ordine e rigore e di far rispettare alcune leggi religiose, tra cui l’obbligo di hijab. Secondo l’articolo 638 del codice penale islamico, infatti, è un grave reato per le donne apparire in pubblico senza il velo a coprire la testa. Proprio perché questo velo era stato indossato male, Masha è stata prelevata dalla polizia e caricata su un furgone: da lì a poche ore, le sarebbe stata diagnosticata una morte cerebrale.
L’ospedale in cui è stata ricoverata d’urgenza ha dichiarato sul proprio canale Instagram, in un post successivamente eliminato, che “sulla paziente è stata eseguita la rianimazione, il battito cardiaco è tornato e la paziente è stata ricoverata in terapia intensiva. Purtroppo, dopo 48 ore, venerdì, la paziente ha riportato di nuovo un arresto cardiaco, per morte cerebrale. Nonostante gli sforzi del team medico, non è stato possibile rianimarla e la paziente è morta".
Le orrende giustificazioni del governo iraniano
Nonostante la rabbia della famiglia e del popolo iraniano, specie della sua fazione femminile, le autorità locali continuano a negare anche solo una minima parte di responsabilità nella morte di Mahsa: secondo il ministero dell’Interno la ragazza non è stata picchiata, ma è morta per un problema cardiaco. Lo stesso ministro Ahmad Vahidi ha spiegato che è stata avviata un’indagine in merito, ricordando però quanto possa aver influito sulla sua morte “la storia clinica” di Mahsa. Insieme a queste dichiarazioni le autorità governative hanno diffuso un video di Mahsa in stazione di polizia, che però risulta modificato, e a rispondere riguardo ai precedenti medici della donna ci pensa direttamente il padre presso la redazione del quotidiano Ham-Mihan.
“Mia figlia non soffriva di epilessia, né di malattie cardiache. La peggiore malattia che aveva era un raffreddore. Anche il video che hanno mostrato dal centro di detenzione è stato contraffatto. Perché non hanno mostrato il filmato di quando hanno fatto uscire mia figlia dal furgone? Perché non hanno mostrato cosa è successo nei corridoi del centro di detenzione? È stato psicologicamente devastante per lei ed è la polizia ad essere responsabile di questo disastro”.
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I cortei contro la dittatura del velo
In seguito alla morte della giovane curda, passata prima per la stazione di polizia e poi per il centro di detenzione, tantissime donne iraniane hanno deciso di presenziare ai funerali di Mahsa, nonostante il “caloroso” invito della polizia di evitare assembramenti e partecipazioni numerose. Tra le migliaia di presenti, tante le donne che hanno deciso di sfilarsi il velo sia in segno di solidarietà verso l’atroce e ingiustificata morte della ventiduenne, sia come atto politico di protesta nei confronti di un regime morale e religioso violentemente patriarcale e intollerante della libertà delle donne.
Alla protesta, che dopo la funzione funebre si è spostata davanti all’ufficio del governatore di Saqqez, non si è fatta ovviamente mancare una celere risposta della polizia, che ha ferito più di 30 partecipanti con dello spray al peperoncino. I cortei, però, non sono stati solamente violenti: presso la facoltà di belle arti dell’Università di Teheran, infatti, un folto gruppo di giovani studenti ha manifestato, aizzando al cielo cartelloni con la scritta: “donne, vita, libertà”.
La protesta arriva su TikTok
Secondo l’Atto di Giustizia Criminale Islamica, anche solo rimuovere l’hijab e mostrarlo attraverso foto e video sui social media è un grave reato, punibile con una condanna che può variare da uno fino a 10 anni di carcere: nonostante questo severo avvertimento, sono state molte le donne che negli ultimi anni hanno deciso di ribellarsi così al sistema morale iraniano, inviando i propri filmati di ribellione alla pagina Facebook My Stealthy Freedom, che raccoglie le testimonianze delle donne che vogliono partecipare a questo movimento. Non ci sorprende, quindi, che il social politico per eccellenza delle nuove generazioni (e non solo) si sia reso protagonista di un nuovo trend, in cui persone iraniane si tagliano i capelli in segno di protesta per l’ignobile uccisione di Mahsa. Ora non resta che attendere l’evoluzione delle indagini, richieste ad alta voce anche dall’associazione Amnesty International, per valutare il motivo della morte della giovane, possibili torture e maltrattamenti da lei subiti e perseguibili penalmente.
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